GEOMETRIE VARIABILI di Pitti Duchamp

GEOMETRIE VARIABILI di Pitti Duchamp

Titolo: Geometrie variabili
Autore Pitti Duchamp
Serie: autoconclusivo
Genere: Narrativa, Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Ottobre 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


Cosa succede se, all’improvviso, vengono meno tutti i punti di riferimento della tua vita?

Viviana, manager in carriera, da un giorno all’altro si trova costretta a fare i conti con tutto ciò che ha lasciato in Italia quando, otto anni prima, è andata via. Soprattutto con la figlia Atena, una dodicenne troppo perfetta per avere la normale vita di un’adolescente, che viene seguita come un’ombra dall’amica Celeste, talentuosa ma troppo ingenua, a sua volta provata dalla perdita della madre e dal rapporto col padre Silvano.

I quattro si trovano così a dover circoscrivere un nuovo concetto di famiglia, perdendo pezzi e guadagnandone altri, ricomponendosi in figure geometriche più solide e sfaccettate. E se la sfortuna, per una volta, lasciasse il passo al destino e a una seconda occasione per essere felici?

RECENSIONE


L’amore concede sempre seconde possibilità.


Il significato di questo romanzo potrebbe racchiudersi in questa frase, un richiamo a pochi ma fondamentali concetti. Da una parte l’amore, da concepire nelle sue estensioni più ampie, ovvero l’amore genitoriale, quello tra marito e moglie, tra amiche, ma anche l’amore verso la vita, verso sé stessi.

Geometrie variabili, ultima opera di Pitti Du Champ, conferma con semplicità la complessa e raffinata sensibilità di un’autrice bravissima, capace di offrire una storia che riassume moltissimi aspetti che segnano la vita di tutti noi, quasi come fosse il percorso simbolico di tutte le fasi che un individuo è chiamato a percorrere durante la propria esistenza: la crescita, l’evoluzione personale, la perdita di chi amiamo, la faticosa elaborazione del lutto, il primo amore, le prime delusioni, i laceranti sensi di colpa, la gioia di poter ricredere alle proprie certezze, il bruciore del tradimento, la rinascita emotiva, il valore incommensurabile dell’amicizia, il complesso universo della famiglia, l’umiliazione sociale, il senso di protezione verso chi ha più bisogno di noi, la solitudine, l’incapacità di amarsi, l’inganno delle apparenze, il pregiudizio e l’incomunicabilità.
Quante emozioni in questa storia così vera, così toccante e autentica, che offre quattro personaggi disegnati ad arte, in grado di rispecchiare le molteplici sfumature della dimensione umana.


«Atena finirà per odiarti se non ti deciderai a stare un po’ con lei. Io e te ormai non cambieremo, ma abbiamo lei a cui pensare. Se non vuoi farlo per me, smetti con le trasferte almeno per lei» le sussurrò Cristiano dopo l’amplesso.


Viviana, Atena e Cristiano. Madre, figlia e padre, rispettivamente. Una famiglia disfunzionale, come tante. Un matrimonio intiepidito dalla distanza fisica e emotiva; il profondo legame di una figlia con un padre amato e sempre disponibile ma, purtroppo, poco in ascolto; un rapporto madre figlia inesistente.  Se si dovesse riassumere in poche parole, una famiglia mancante delle basi, che non riesce a soddisfare i bisogni primari e basilari dei suoi componenti, e che lascia più spazio al conflitto che alla comunicazione, o al senso di protezione e accudimento. Eppure, nonostante le difficoltà, le incomprensioni, i silenzi e le assenze una famiglia a cui si riesce a volere bene, soprattutto grazie al personaggio di Atena, adolescente orgogliosa e coriacea, capace di odiare la madre quanto di sacrificarsi per proteggere l’amica Celeste.


Amare è da gente forte, e più persone e cose si amano, più si diventa potenti.


Celeste, tanto fragile e insicura, forse il personaggio che intenerisce e commuove di più in questa storia meravigliosa. Accade di commuoversi per le sue paure, il dolore di ragazzina ancora troppo acerba e indifesa per elaborare una perdita troppo grossa per lei.


Il dolore aveva preso così tanto spazio nel suo corpo, che solo il cibo liquido riusciva a trovare pertugi per passare allo stomaco. Era questione di misure.


Accanto a lei, il padre Silvano, “comodo” per il suo stile di vita, le sue leggerezze, il suo amore per una figlia da accudire e poco accudita, il suo amore per le piante. Lo si potrebbe anche detestare, ma Silvano si ama lo stesso, perché tanto ingenuo quanto accogliente.


Celeste scosse la testa. «Se io avessi ancora mia madre non mi staccherei da lei neanche cinque minuti» la rimproverò. «Se io avessi mio padre, idem. Ma non ci sono più, facciamocene una ragione e proviamo a sopravvivere.»


Due adolescenti rimaste prive degli affetti centrali, due adulti incapaci di capirle. Eppure, a volte la vita mette di fronte a noi dei cambiamenti che stravolgono, ribaltano ciò che conoscevamo gettandoci nell’incertezza, prove durissime in grado di spostare sicurezze, e forse per questo così potenti da creare nuovi equilibri, far crescere, evolvere.

Un processo che coinvolge tutti i quattro protagonisti, uniti tra loro da legami sempre più indissolubili, formati da perdite e arricchiti di nuovi elementi: Atena che perderà sempre più strati della spessa corazza imparando a fidarsi del cuore; Celeste che raccoglierà quei pezzi, frammenti preziosi di un nuovo corpo e una maggiore consapevolezza; Viviana che cambierà pelle, divenendo più mamma e compagna; Silvano che imparerà l’arte dell’accudimento verso gli esseri umani, oltre che quello del suo mondo fatto di terra ed esperimenti botanici. Ognuno di loro accorcerà distanze, testerà terreni impervi fino a entrare, ognuno a proprio modo, nella bellezza della vita, aprendo il cuore e schiudendo porte rimaste chiuse.

Le geometrie del cuore è vero variano, non hanno una forma prestabilita, assumono dimensioni e contorni tutti loro, che riempiono spazi lasciati vuoti, innescano incastri anche improbabili ma non per questo meno credibili, fino a creare un universo nuovo, colorato e tridimensionale.


Lei voleva essere al centro del mondo di sua madre. Per una volta si concesse un capriccio.


A rendere questo libro assolutamente sublime lo stile elegante di Pitti Duchamp, esploratrice dell’animo umano come poche, attenta indagatrice del mondo di complicati adolescenti ma anche ingenui adulti. I quattro punti di vista di Atena, Celeste, Silvano e Viviana raccontano con acume ogni tonalità, spigolo, lato, avvallamento della sfera emotiva dei protagonisti.
Un viaggio da non farsi mancare, assaporando ogni pagina, dialogo, parola, silenzio ed emozione.

LA PARTE SINISTRA di Laura Vegliamore

LA PARTE SINISTRA di Laura Vegliamore

Titolo: La parte sinistra
Autore: Laura Vegliamore
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary romance
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 12 maggio 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


È uno scambio di persone a determinare l’incontro tra Leonardo e Nina. Un fraintendimento, un’istintiva rabbia, poi l’inaspettata connessione. E dalla mente di Leonardo, ecco che Nina proprio non riesce andare via.

Inizia così il loro rapporto, che si regge su una superficie precaria, al di sotto della quale fluttuano omissioni e dolori, cuori che battono più forte di quello che vorrebbero, ma che, comunque, non riescono a smettere di farlo. Da un lato c’è Leonardo, che ama e che ha paura, che vuole andare avanti e liberarsi di ciò che lo tiene ancorato a rabbia e rancore. E dall’altro c’è Nina, che avanti c’è già, che è cresciuta per forza.

Qualcosa di puro, qualcosa di estremamente delicato li unisce. E il pericolo che proprio la paura di farlo crollare possa alla fine mandarlo in frantumi, aleggia sulle teste di entrambi.

RECENSIONE


In questo nuovo romanzo di Laura Vegliamore c’è un vasto ventaglio di sentimenti scandagliati, ma tra tutti predomina il senso di colpa, motivo per cui durante la lettura mi sono soffermata spesso a pensare a quale sarebbe la parola che indica il contrario del concetto di colpa?

Il perdono.


Colpa tua, colpa mia. E di Adriano. Colpa. Colpa colpa colpa. Se la ripeti tante volte nel cervello la parola scompare, diventa altro. Torna estranea e innocua. Dura poco, però. Poi torna a battermi dentro. E mi fa malissimo, come sempre. Colpa colpa colpa.


Questa è infatti una storia di colpa e perdono, temi pregnanti già in “Novembre” primo libro dell’autrice di cui “La parte sinistra” è lo spin off, ma sviscerati stavolta in modo diverso.

Perché diversi sono i loro protagonisti, i gemelli Adriano e Leonardo che dovranno districare le loro esistenze proprio dalle spire di un sentimento bruciante come il senso di colpa e di uno molto difficile da mettere in pratica come il perdono.

È attraverso la figura di Leonardo che l’autrice esplora sentimenti poco nobili ma umanissimi quali rancore, paura, egoismo, rimpianto, colpa appunto, che accomunano molti dei personaggi che gravitano nell’orbita del protagonista.

Dicevo che la Vegliamore esplora questo sentimento opprimente e divorante in modo diverso perché, se nel libro precedente il senso di colpa di Adriano lo consumava fino quasi a farlo implodere, al contrario in Leonardo  esplode attraverso la sua ironia forzata, l’irascibilità, l’impulsività, la tristezza, tutti sintomi di una sofferenza dalle origini antiche trattenuta a fatica.


Spesso la mattina dopo è tutto più attutito, riesco a spogliarmi di rabbia, rancore e di quel piccolissimo senso di tristezza, la nostalgia gelata di lei e il senso devastante di inadeguatezza di fronte a tutto quello che si è trascinata via.


Laura Vegliamore racconta con onestà una genitorialità difficile sia nel bene che nel male allontanandosi da ogni stereotipo e comunicando il messaggio che i genitori sono essere umani, quindi imperfetti anche nell’adempiere a questo delicato compito.


«Io non ne sapevo niente, su come si vuole bene ai figli. Ci ho sempre provato, ma era difficile, alcuni giorni insormontabile.»


L’autrice tratteggia personaggi tramite i quali mostra tanti modi differenti di essere madre e padre, accomunati però tutti dalla fatica, dalla paura, a volte dall’egoismo.

Il manifesto di questo romanzo è la consapevolezza che crescere i figli è un compito impervio, non ci sono manuali da seguire, si può fare molto bene ma anche molto male, certo è che le conseguenze restano dentro per tutta la vita.

Tanto che alla soglia dei trent’anni, come succede a Leonardo, ancora restano quel senso di inadeguatezza e di rifiuto che non danno pace, che nella mente del protagonista assumono forma di cicatrici e un’andatura zoppicante ma che nella sostanza sono il frutto di  un’infanzia che ad un certo punto è cambiata drasticamente.

Come liberarsene?

O meglio come conviverci senza farsene schiacciare?

Attraverso il perdono, che banalmente è l’unico rimedio ma è anche un processo doloroso, difficile, lungo e faticoso, che nella trama trova compimento grazie anche all’incontro con Nina e Clio.


«So che forse un giorno si sentirà vuota. Spero che quando accadrà ci sarà tanto altro a riempirla.» Lo spero anch’io, Nina. Glielo auguro. «Non lo riempirà mai del tutto, quel vuoto. Ma imparerà a guardarlo senza farsi inghiottire.»


Due personaggi in cui l’autrice investe tutta la speranza del futuro in netta contrapposizione al dolore del passato che tiene in ostaggio Leonardo.

A stemperare i toni più tristi della vicenda ci pensa il revival di canzoni anni ’80 , l’utilizzo di parole sconosciute alla lingua italiana e l’adorazione per un famoso super eroe: ne esce così un’altalena tra sorrisi e dramma della giusta misura, non si cade troppo in basso e non si sale troppo in alto.

La scrittura della Vegliamore è incisiva soprattutto nello sviscerare le emozioni, rendendo tangibile la sensazione di apnea emotiva che vivono i gemelli in quanto figli abbandonati, alla quale riesce ad alternare passaggi di grande trasporto affettivo.

Non solo di tipo amoroso ma anche familiare: un padre come Mauro, un’amica come Claudia e un rapporto tra fratelli come quello tra Leonardo e Adriano lo vorremmo tutti, pur con le loro difficoltà.

Quelle difficoltà che ogni relazione umana include dovendo fare i conti con le debolezze, le mancanze, gli errori, i difetti di ognuno di noi, i quali se volessimo dare loro una collocazione spaziale, potrebbero essere condensati nella nostra parte sinistra.

Visibile o no, spiccata o meno, tutti ne abbiamo una, la vera impresa non è nasconderla ma farci la pace.


MIA CARA JANE di Amalia Frontali

MIA CARA JANE di Amalia Frontali

Titolo: Mia cara Jane
Autore: Amalia Frontali
Serie: Autoconclusivo
Genere: Historical romance
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Maggio 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


 Nel gennaio 1796 Thomas Langlois Lefroy, futuro Capo della Corte Suprema irlandese, e Jane Austen, futura autrice di grandi capolavori della letteratura, entrambi ventenni, si conobbero e si piacquero. A questa innocente attrazione – ci dice la storia – nulla seguì. Jane non si sposò mai e Tom contrasse un’unione di convenienza, che gli garantì un suocero potente, una ricca dote e la protezione economica di uno zio già molto contrariato da matrimoni indesiderabili in famiglia. Gran parte delle lettere di Jane Austen, dopo la sua morte, fu data alle fiamme dalla sorella Cassandra, per motivi che non sono mai stati veramente chiariti. Qui finisce la verità storica.
E se, invece, Tom Lefroy, dopo quell’occasionale conoscenza, avesse scritto una lettera a Jane Austen? Se a quella lettera – imprudente e ingiustificabile dalle convenzioni sociali – fosse seguita una vera e propria corrispondenza?

RECENSIONE


Che romanzo particolare quello appena letto! Amalia Frontali immagina un’ipotetica corrispondenza fra Thomas Lefroy e Jane Austen. Con una prosa delicata e raffinata Thomas scrive a Jane, raccontandole volta per volta le sue giornate, i suoi incontri con varie graziose signorine, gli scontri con suo zio che auspica per suo nipote un matrimonio con una donna che Thomas non ama, ma che porterebbe ricchezza alla sua famiglia. Thomas chiama Jane “amica”, ma un lettore scaltro e malizioso riesce assolutamente a comprendere che non è l’amicizia ciò che alberga nel cuore di Thomas.

Pagina dopo pagina le parole di Thomas diventano sempre più profonde, come se non potesse nascondere più nemmeno a se stesso ciò che realmente prova. Interessante come le parole ed i sentimenti di Jane possano essere solo immaginati, anche tramite le parole di Thomas, il quale è l’unico del quale i lettori conoscono il vero stato d’animo. Ho alternato momenti di irritabilità quando Thomas parlava a Jane di altre donne, altri nei quali desideravo con tutto il cuore che fosse più esplicito nei suoi sentimenti, altri nei quali immaginavo cosa potesse rispondergli Jane. In fondo questa è la storia di tutti i tempi vero? Sei innamorato di una persona, le parli, magari passate ore o giorni a parlare e scrivervi ( ovviamente tramite Whatsapp ai giorni nostri), ma non sei sicuro dei sentimenti altrui e giri attorno alla questione. E pensi che magari suscitare la gelosia dell’altra persona possa produrre dei risultati.


 “Mi fissate, dritta negli occhi, quasi sfrontata, incurvando leggermente il capo mentre vi parlo, e poi abbassate lo sguardo e serrate le labbra in un mezzo sorriso se- vostro malgrado-vi sto divertendo”.


Da queste parole possiamo tracciare il ritratto di un uomo che ha saputo cogliere le minuzie, i piccoli particolari della donna con la quale intrattiene una relazione epistolare, e normalmente questi particolari riesce a coglierli solo una persona che si sta innamorando. Dai toni più allegri e scherzosi passiamo poi a momenti più cupi, momenti in cui Thomas realizza che il suo sentimento non si potrà mai concretizzare. 


 “ E ormai ogni cosa è compiuta Jane, secondo il tuo volere. Secondo il volere di mio padre, di mio zio, quello della donna a cui mi sono legato, eccetto il mio”. 


Eccetto il mio: chi è dunque Thomas? Un uomo innamorato, o uno infatuato che subisce il volere altrui in cambio di una vita senza batticuore ma molto più semplice? Facendo qualche ricerca ho scoperto che Jane, figlia del reverendo Austen, fu davvero giudicata inadeguata dalla famiglia di Thomas Lefroy, e restò nubile, al contrario di Lefroy che ebbe una figlia che chiamò Jane.

Un omaggio a Jane Austen o un semplice modo di omaggiare sua suocera che pure si chiamava Jane? ”Alla fine è arrivato il giorno in cui flirterò per l’ultima volta con Tom Lefroy, e quando riceverai questa lettera sarà passato – Mentre scrivo sgorgano le lacrime, a questa malinconica idea.” Questo è un estratto di una vera lettera scritta da Jane a sua sorella Cassandra. Possiamo quindi supporre che tra Jane e Thomas ci fu davvero un flirt, che non ebbe mai modo di concretizzarsi data la situazione economica dei due ( Jane non aveva nemmeno la dote). Il romanzo di Amalia Frontali è interessante anche per questo, per il tentativo di descrivere lo stato d’animo di Thomas Lefroy e per l’accurata ricostruzione di una corrispondenza epistolare che si fonde con elementi storici, personaggi realmente esistiti come Napoleone, ed episodi della vita privata dei protagonisti realmente accaduti.

È anche struggente immaginare un amore che sarebbe potuto sbocciare, e che invece è rimasto un piccolo seme mai cresciuto nella terra. Per la quasi totalità del romanzo non ci sono lettere di Jane, che tuttavia è sempre presente nelle parole e nel cuore di Thomas. Possiamo discutere quanto vogliamo del poco coraggio nel vivere appieno i propri sentimenti, ma dobbiamo tenere a mente che parliamo di un periodo storico dove solitamente avvenivano matrimoni di convenienza: chissà se Jane Austen visse questa situazione con dolore o se semplicemente era consapevole che solo nella scrittura avrebbe trovato la realizzazione, la sua dimensione perfetta. Concludo con queste ultime dolcissime parole presenti nel romanzo.


Letteralmente, posso dire di averti amato fino agli ultimi giorni della mia vita.


JOEL & SUE di Laura Nottari

JOEL & SUE di Laura Nottari

Titolo: JOEL & SUE
Autore: Laura Nottari
Serie: autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV singolo (Sue)
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 6 Aprile 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


Terreno di caccia: Manhattan, Greenwich Village.
Cacciatrice: Mary Sue Clarke, pasticciera ventisettenne, mamma di due gatti.
Preda: maschio etero di bell’aspetto, da sposare prima dei trent’anni.

Trovare l’amore a New York è più facile a dirsi che a farsi. Durante una festa, però, Mary Sue conosce Jason, giovane, sexy e simpatico, che ricambia le sue attenzioni. Il principe azzurro ha un solo, grosso difetto: il suo migliore amico Joel, un buco nero umano, caustico e scontroso. Complici un imbarazzante malinteso, un patto e il suddetto principe azzurro partito per chissà dove, Mary Sue e Joel saranno costretti a frequentarsi, tra alti e bassi tutt’altro che amichevoli. Tra loro è odio a pelle, mal sopportazione a prescindere, guerra all’ultima parola.

A lei, Joel non piace per niente… le ha anche dimezzato il nome e si ostina a chiamarla Sue!
A lui dà sui nervi quella sguaiata che si struscia addosso al suo amico.
Al destino, invece, “Joel & Sue” sembra davvero andare a genio.

RECENSIONE


Era da tempo che volevo leggere una storia di Laura Nottari e mai occasione più ghiotta è stata quella di questo libro non solo dalla copertina spassosa e coloratissima, ma anche dall’ambientazione affascinante.
A fare da scenario a questo romanzo è New York, città che conosco e che amo moltissimo per le sue strade intasate dal traffico, i suoi grattacieli luccicanti che si confondono con quelli più datati, il caos frenetico dei semafori, i suoi parchi suggestivi, alcuni dei quali capaci di apparire all’improvviso come piccole oasi verdi in una distesa di modernità.

Una piccola ma bellissima fuga dalla realtà che grazie alla lettura di “Joel & Sue” ho potuto intraprendere immergendomi nell’atmosfera cosmopolita ma anche accogliente di questa città bellissima e mai uguale, con i suoi angoli privati conosciuti solo da chi ci abita, o chi ha deciso di venirci a vivere, come i due protagonisti di questa storia, Joel e Sue.
Joel e Sue, per il momento perché prima di poter usare il logogramma “&” ed unire i due nomi ci vorrà un po’ di tempo.

Quanto? Difficile rispondere senza leggere questo libro, ma fidatevi ogni pagina merita di essere assaporata come i fantasiosi dolci che prepara Mary Sue (usiamo il nome completo per il momento, sai mai si offendesse), pasticcera per passione e dalla personalità spumeggiante (evitiamo “frizzante” altrimenti qualcuno potrebbe irritarsi), alla ricerca della sua anima gemella alla soglia dei trent’anni:


Brividi serpeggiano lungo la mia schiena, trascinati dalla visione di una fila di bottoni chiari, e poi su, su, fino a un colletto dritto come un’autostrada, con due asole aperte. Dopo, ahimè, è il turno della creatura. Mento rasato dal più rasoio dei rasoi, mandibola serrata, bocca dritta e seria. Zigomi alti, viso squadrato, occhi cupi e severi che danno il benvenuto ai miei senza mostrare il minimo accenno di vita, di gioia, di nulla. Capelli scuri, cortissimi ai lati e…


Descrivere Joel non è facile, ma sicuramente in questo passaggio è evidente quanto il suo aspetto impeccabile e perfetto si conformi al suo carattere, rigido, cinico e dissacrante. Ammetto che non vi è stata pagina in cui non abbia ammirato questo personaggio tanto odioso quanto fantastico, e quindi assolutamente autentico. Pieno di manie, ossessionato dall’igiene, intollerante al lattosio quanto ad ogni forma di socializzazione, Joel, detto Naziel per i suoi approcci al limite del sadico, è davvero un “buco nero” come spesso lo parafrasa nella sua mente Sue, perché impenetrabile e oscuro, incapace perfino di sorridere.


«Ecco, Joel è il mio cagacazzo con reso» dico, tirando su con il naso. Ho lacrime ovunque, dentro e fuori. «È stronzo, supponente, problematico e asettico. Ha messo il suono della papera ai miei messaggi! Io voglio un uomo tenero e comprensivo, non uno che sterilizzerebbe l’aria che respira.»


Fino all’epilogo ho voluto riservarmi il beneficio del dubbio nel giudicare frettolosamente Joel e le sue crudeli quanto dichiarate mancanze emotive, non solo perché convinta che mi avrebbe in qualche modo sorpreso e fatto assistere ad un’evoluzione ma soprattutto perché è la versione di Sue che conosciamo. La storia infatti è raccontata solo dal punto di vista di lei, una scelta narrativa che se da un lato coadiuva la forte chiave ironica del racconto dall’altro amplifica l’aurea di mistero che avvolge il protagonista maschile, rendendolo perfetto proprio per essere imperfetto.


«Perché mi hai dato la tua email? Sii sincero, avanti.» «Curiosità, suppongo, che poi è mutata in qualcos’altro, diciamo una missione.

«Con il giusto impegno» spiega, «riuscirò a tirare fuori la Sue meno cretina che è in te. So che c’è, ma dal vivo, non so per quale assurdo motivo, tende a ritirarsi come una lumaca nel guscio.»


Bionda, sexy, incostante, insicura, dolcissima, sognatrice, amante dei gatti e cuoca provetta. E’ così che Mary appare ai suoi amici.
Sbadata, sguaiata, superficiale, volgare, inconcludente, appariscente, chiassosa. Questa è invece Sue, per Joel.

Sarà davvero così frivola e leggera come appare agli occhi di Joel lei, Sue, ragazza di provincia venuta nella grande metropoli per inseguire chimere fuori dalla sua portata? Joel sarà davvero così l’intoccabile e algido, affermato professionista, incapace di scomporsi e sorridere?

Una missione per scoprire quale parte predomina sull’altra sarà l’inizio di un complesso rapporto tra due personalità così antitetiche da trasformare la loro conflittuale conoscenza in un’esilarante competizione tra chi resisterà più a lungo con la propria armatura addosso, una spessa corazza fatta di convinzioni, certezze, paure, limiti.
Chi scompiglierà per prima la perfetta acconciatura dell’altro e chi rimuoverà ogni residuo di make up (incluso il mascara waterproof) dell’altra?

Un romanzo che intrattiene con acume, divertendo moltissimo ma anche offrendo spunti di riflessione per nulla banali:


«Ma un rapporto tra due persone è inutile, se queste non traggono miglioramento l’uno dall’altra. E il non voler cambiare è un’illusione. Cambiamo ogni giorno che passa, purtroppo.»


Capire chi uscirà per primo dalla propria comfort zone sarà una delle sfide che i due protagonisti di questa storia bellissima e originale dovranno capire di dover affrontare.
Una lettura in cui primeggiano non solo personaggi (umani e felini) finemente caratterizzati, così sfaccettati e ricchi di sfumature da essere totalmente credibili, ma anche dove predomina lo stile di un’autrice dal talento profondo, capace di alternare spassose battute a momenti di grande emozione:


Sognavo un dolce principe in armatura, ma sono stata rapita da un cavaliere nero polemico, irrispettoso e cinico. Uno che non ama la vita di corte, non invita la principessa a ballare, disapprova i suoi vestiti e i modi frivoli, salvo poi rapirla e mostrarle il mondo come fosse qualcosa di nuovo. E il mondo, visto dagli occhi di un antieroe e vissuto attraverso la sua pelle, è tutta un’altra storia. L’antieroe è la vita, è l’autocritica, i piedi per terra che mancavano alla principessa scema. Il valore aggiunto reale, in una realtà inventata da lei stessa.


Laura Nottari con abilità e intelligenza consegna una storia che parla di cambiamento personale, di trasformazione, evoluzione in parte conscia e in parte non, che avvolge le vite di due ragazzi così diversi da essere simili. Una storia che si innesca sulla miccia dell’odio e che evolve in modo progressivo fino a trasformarsi in un legame tanto complesso quanto irrinunciabile.

Joel e Sue sperimenteranno un processo catartico che li aiuterà a rivelarsi nella loro essenza e accettare i loro difetti, imperfezioni, come anche i propri desideri. Si sveleranno lentamente, ed è questo che rende questa storia davvero bella e profonda, come fossero entrambi intenti a spogliarsi l’uno difronte all’altra con metodo e accurata lentezza , senza rinunciare all’impeto di lanciare i vestiti arruffati sul letto, e rimanere nudi davanti allo specchio per volersi reciprocamente con tutto il pacchetto completo (gatti inclusi).

Uno spettacolo intrigante a cui è stato bellissimo assistere e che raccomando di scoprire a chiunque voglia sorridere con gusto, scoprendo le infinite gioie che possono riservare le pareti di una doccia.


Ci chiedevamo: voi due siete amici e basta, o c’è dell’altro? Del tenero intendo. Se non volete rispondere, capiremo benissimo, ma dato che siamo tra di noi e che vi vediamo così affiatati, insomma, saremmo curiosi di sapere se c’è un Joel & Sue, o siete solo Joel e Sue.»


Credetemi, arrivare a mettere quella “&” sarà un viaggio indimenticabile.

Chapeau Laura.

SUL VELLUTO di Rebecca Quasi

SUL VELLUTO di Rebecca Quasi

Titolo: Sul velluto
Autore: Rebecca Quasi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Febbraio 2022
Editore: Kobo Original / Words Edizioni

TRAMA


Nell’era degli influencer la verità spesso scompare e resta solo ciò che è tendenza.

Nereo Castrogiovanni, attore famoso, conosce bene questa legge non scritta, ma sembra dimenticarsene durante un talk show in prima serata, lasciandosi andare a certe affermazioni che gettano ombre sulla sua immagine e rischiano di distruggere la sua carriera.
Non sarà il solo a farne le spese: Marianna Guerra, sua ex assistente e cuoca, verrà travolta dall’occhio del ciclone mediatico, colpita da pettegolezzi e insinuazioni dove il reale e il presunto si fondono e si mischiano.
Cosa c’è alla base di tutto? Qual è la vera ragione per cui Nereo ha deciso di distruggere la propria figura e trascinare Marianna con sé?

Rebecca Quasi ci racconta una nuova storia dei nostri tempi, col suo tipico occhio attento e rivelatore dei meccanismi profondi che a volte muovono le relazioni d’amore.

RECENSIONE


«Ti ho già spiegato cosa vuol dire stare sul velluto. È quando il partner ti dà la battuta nel tono e nei tempi giusti. Per un attore è di una potenza incredibile. Quando sei sul palco, con centinaia di occhi che ti fissano e che tu non puoi vedere, puoi fare affidamento solo su quello per andare avanti, sulla capacità reciproca di far scivolare l’altro sul velluto. E tu mi fai stare così.»


Fluttuare, procedere su qualcosa di morbido, liscio, senza ostacoli. L’accezione “sul velluto” richiama la viva sensazione di sofficità e delicatezza e nessun’altro significato avrebbe potuto essere più adeguato per descrivere l’ultimo romanzo di Rebecca Quasi, che se dovessi descrivere direi “meravigliosamente perfetto”.
Perchè? I motivi sono svariati, e mi impegnerò a essere più coincisa possibile nel raccontare le emozioni provate lasciando, come mi premuro sempre di fare, il piacere al lettore di scoprire la storia di Nereo e Marianna (e Itaca).
Due protagonisti umani, ed una gattina dalle sembianze pannose, che non ne vuole sentire di essere meno al centro di loro. Del resto si sa che i felini non hanno bisogno di attenzione, se la prendono da soli.


Il felino bianco lo stava aspettando in posa da statua da giardino in mezzo al vestibolo. Miao. Miao un cazzo. Dalla cucina provenivano odori e rumori invitanti, ma non voleva lasciarsi fuorviare. Era arrabbiato. Girò intorno al gatto, gatta!, la quale lo guardò con quell’arroganza e sufficienza tipica di chi ha il coltello dalla parte del manico.


Itaca ha il mio massimo rispetto (da gattofila quale sono, succube di ben tre gatte femmine), ed è per quello che spero apprezzerà (Itaca, appunto) che parlo di lei per prima: solitaria, silenziosa all’occorrenza, esperta osservatrice, a tratti pretenziosa, dai modi seduttivi e territoriali. Itaca si ritrova ad essere curiosa spettatrice della relazione di Nereo e Marianna, anche nei momenti meno opportuni, intendiamoci! Ammetto che avrei voluto essere lei in alcune scene, anche per soli 5 minuti, immaginando di vedere coi suoi occhi (stupendi) questi due protagonisti avere a che fare l’uno con l’altra.

Nereo Castrogiovanni, attore, dai modi educati, belloccio e di ottima famiglia, particolarmente riservato e dal carattere schivo, con lievi tratti di misoginia. Lievi, sì, perchè l’avversione per le donne si riduce solo nel caso di averle come dipendenti. Del resto la scelta del cognome potrebbe anche far pensare ad attitudini amatoriali vecchio stile, se non fosse per quel suffisso “castrante”, appunto.


La guardò bene. Era uno di quei modelli tascabili. Bassina, magra, né bella né brutta, senza personalità nel vestire, un taglio di capelli che non era un taglio, occhi enormi di uno strano colore tra il grigio e il verde. Lentiggini in abbondanza.


Marianna Guerra, cuoca, dogsitter, barista, insomma tutto fare, con una fissa per i rapporti a scadenza (max 6 mesi). Sulle sue sembianze lasciamo l’onore a Nereo di descriverla quando la vede per la prima volta, mentre sulle sue innate doti di efficienza, pragmatismo e non comuni capacità di imparare al primo colpo mi prodigo volentieri io.


Si sentiva come quegli acrobati che stanno in equilibrio su una palla facendola rotolare sotto i piedi. Lei era l’acrobata e la palla il presente.


Due protagonisti dalle vite opposte e dalle immagini antitetiche. Lui bello, vincente, famoso e ricco. Lei, anonima di aspetto e precaria nella vita, ostinata ad essere invisibile agli altri, con un senso di inferiorità invalidante.

Un conflitto di forma e sostanza in cui si condensa il tema di questo romanzo: guardare al di là dell’apparenza. Rebecca Quasi offre questo argomento ai suoi lettori in modo impeccabile, ovvero mediante una storia al cui centro vi è l’informazione che circola in rete, quanto la realtà possa essere deviata fino a divenire vera proprio perchè replicata all’infinito, senza mai andare a fondo.


Il pressapochismo dilagante andava a braccetto con ‘la versione più comoda’ di qualsiasi cosa, per cui quando una notizia usciva veniva curvata da una sintesi perfetta di superficialità e vantaggio.


Vedere al di là di ciò che è visibile e raccontato sui media, siano questi social, TV o il web, non è facile, occorre scavare a fondo e oltrepassare la percezione dell’informazione che riceviamo attraverso i nostri sensi. Per conquistare questa capacità sarebbe necessario adattarsi a ciò che è accessibile e comprendere i retroscena di ogni situazione, anche se questa appare essere sempre di più un’arte in disuso, perchè tutti semplifichiamo, quasi in modo automatico, e lo facciamo in modo costante.

D’altra parte è proprio nell’arena dei media, come i social, che i problemi vengono ridotti ai minimi termini, con conseguente semplificazione dei nostri approcci ad ognuno di essi.


«Mi pare che tu dia troppa rilevanza a quello scatto. È una cosa del tutto priva di importanza.» «In genere un bacio non è privo di importanza.» «Per un attore lo è. Diamo troppo potere alle immagini. Possono essere fuorvianti, suggerire idee sbagliate, depistare.
Non esistono messaggi puri, non esiste un’immagine che vi consegnerà una verità incontrovertibile.»


Un semplice scatto attorno a cui ruotano le sorti di una relazione tra due persone diverse, apparentemente inconciliabili ma profondamente connesse, fino a essere totalmente complementari. Scoprire questa verità sarà un processo graduale, a tratti traballante, come la costruzione di un allestimento teatrale quasi improbabile fatto di sguardi di disappunto, segreti, sospetti, finta indifferenza. Sovrastrutture che tenere piedi sarà difficilissimo se non grazie all’inarrivabile bravura di un’esperta regista dal talento immenso.


«Il tuo presunto fidanzato è uno stronzo.» «Sì, lo so. Ma è un bravissimo attore.» «Non basta.» «Deve bastare. Uno deve essere libero di comportarsi di merda, se vuole, e conservare il proprio lavoro, se sa farlo.» «Non è così. Non lo è quasi mai, nemmeno se fai il cassiere in un supermercato, figuriamoci se fai l’attore. Per giunta impegnato. L’immagine ti segue e ti definisce.» Marianna sbatté gli occhi.


Rebecca Quasi aiuta a far riflettere sulla faticosa ricerca dell’autenticità, di ciò che è genuino, ovvero non falso, di ciò che ci definisce davvero, al di là della superficie.
Un obiettivo quanto mai difficile da perseguire oggi, in un mondo dove l’immagine sovrasta l’essenza, cambiandone perfino i connotati. Una tematica su cui essere indifferenti è impossibile, proprio perchè argomentata con accuratezza, intelligenza e lungimiranza.


«Che il mondo dica quanto è sfigato Nereo Castrogiovanni a stare con una come te? Che poi come sei?» «Non all’altezza.» «Dici tutto tu.» «Dico quello che direbbero gli altri.» «E quello che dice la gente è vero per forza?» «Diventa vero.»
Aveva ragione, ragione da vendere. Se il magma delle opinioni va in una certa direzione, quella diventa la via che tutti seguono, convinti. Lo sapeva bene. Nell’era degli influencer la verità scompare e rimane solo la tendenza. Un’ecolalia che copre e confonde realtà e verità.


I suoi dialoghi rendono i personaggi più vivi e realistici che mai (Anita ha preso un pezzo del mio cuore, sappilo!) elargendo ai suoi fortunati lettori un’indimenticabile storia d’amore, in cui si ride tantissimo (più di sempre), ci si infiamma parecchio con scene di una sensualità strepitosa arrivando alla fine dello spettacolo con la consapevolezza di uscire dal teatro per rimettersi in fila in attesa del suo prossimo spettacolo.


Bene. Aveva le chiavi, aveva la bici, ma aveva anche un uomo che continuava a guardarla come se lei fosse una via di mezzo fra una tazza di panna e un film porno.


Sì, dovevo essere coincisa, lo so. Bè credo di esserlo stata perchè mi sono limitata, pensate, a raccontare solo i punti salienti di questo romanzo, rinunciando per esempio alle ambientazioni , con una Riccione anch’essa protagonista e dalle atmosfere romantiche e suggestive, con l’orizzonte in cui mare e sabbia si uniscono a perdita d’occhio, dove viene voglia di passare un weekend questa primavera solo per ammirare i colori del cielo.


«Scusa. Pensavo che fossero quei depravati che scambiano la spiaggia per un albergo a ore.» «E invece…» commentò Marianna, liberandosi del tutto dall’avvinghiamento di poco prima. «Se sei tu, finite pure» disse Angelo. L’ospitalità romagnola non ha rivali.


La Romagna e la sua ospitalità, appunto, e i suoi bomboloni:


«Fammi assaggiare questi mitici bomboloni romagnoli.» Poi, senza darle la possibilità di reagire o schivare l’assalto, si impossessò della sua bocca e la baciò sul lungomare di Riccione nell’alba solitaria e rosata di fine giugno.


Grazie Rebecca per questo esperimento, come dici tu nei ringraziamenti. Continua a sperimentare che le cavie le trovi, sicuro.
Chapeau.

PAROLE (UNTOLD) di Anita Sessa

PAROLE (UNTOLD) di Anita Sessa

Titolo: Parole (Untold)
Autore: Anita Sessa
Serie: autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternato (Livia e Jacopo)
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 25 Novembre 2021
Editore: Words Edizioni

TRAMA

Cosa succede quando due anime ferite si incontrano e si mettono a nudo?

Uno scambio di battute scritte su un cartellone pubblicitario, in calce al fondoschiena di una modella di intimo, diventa la chat di Livia e Jacopo. Lei cinica, disillusa e un po’ scontrosa, dopo la morte della madre, si barcamena tra lo studio e un lavoro come cameriera. Lui, più maturo, è un manager affermato e con un matrimonio ai titoli di coda. L’incontro tra Livia e Jacopo è troppo potente ed esplosivo per accontentarsi dello spazio bidimensionale di un poster pubblicitario: i due si incontrano e scontrano, si cercano e sfuggono l’uno all’altra, dando vita a un rapporto perennemente in bilico tra ciò che potrebbe essere e la paura di lasciarsi davvero andare.

RECENSIONE


«Be’, qualcuno deve pure dirla la verità e io, dopo venticinque anni passati a lasciarmi propinare bugie, ho fatto della verità un vessillo da sfoggiare con orgoglio. La verità, in questo caso, è che quella bionda con il taglio di capelli svolazzante mi stava davvero sulle palle.»


Un cartellone pubblicitario, la fermata di autobus, una scritta come atto di giustizia personale «L’ho fatto per te Jane» ed una risposta che segue inaspettata, tanto ironica e provocatoria da innescare la miccia che fa incrociare i destini di Livia e Jacopo, protagonisti di questo libro.

Una storia riletta a distanza di più di tre anni dalla prima volta e che mi è sempre rimasta impressa nel tempo al punto da voler conoscere questa nuova edizione, in cui l’autrice Anita Sessa ha aggiunto alla narrazione il POV di Jacopo. Una scelta accurata e premiante che rende questo libro un vero gioiello.


«Sono solo parole, Livia.» Sono solo parole. Quella frase ha il potere di annichilirmi nell’attimo esatto in cui le sue parole si depositano dentro quello che rimane di me. Non sono solo parole, Jacopo. Forse per te, ma per me non è così.


Il potere delle parole è innegabile, dirompente, quasi pericoloso. È attraverso le parole che trasferiamo emozioni, esprimiamo desideri, stati d’animo e sentimenti ed è per questo che usarle con accuratezza è fondamentale a volte perfino vitale, perché permette una comprensione migliore sia verso noi stessi che verso gli altri.

Livia ha un passato alle spalle che l’ha ferita irreparabilmente, colmandola di sensi di colpa corrosivi che l’hanno fatta crescere troppo in fretta portandola a diffidare degli altri, fino a difendersi con cinismo e freddezza inibendo ogni forma di emozione. Le parole l’hanno colpita, tradita con le bugie, le menzogne che si sono stratificate fino a creare una coltre di solitudine e distaccamento dal mondo esterno.


E, dannazione, io credo di non essere più in grado di guardare niente che non siano quelle iridi azzurre, che mi danno esattamente l’idea di quello che sto vedendo. Una finestra spalancata su un universo parallelo, che nasconde fragilità e dolore. Mi sento così simile a quegli occhi, così vicino a questa sconosciuta. 


Il riconoscimento di un dolore simile, la fragilità di un’anima fatta di schegge e paura, l’inspiegabile desiderio di abbracciare qualcuno che non si conosce, che ha bisogno di amore, sono questi i sentimenti che Jacopo prova al primo sguardo quando incontra gli occhi di Livia. Basta poco a sentire una connessione, un legame in cui ritrovarsi, perdersi fino a fondersi insieme.
Può bastare seguire l’istinto per costruire una relazione?

Questa storia non ci dà delle risposte bensì offre delle riflessioni così coinvolgenti in cui è facile immedesimarsi. Livia e Jacopo si graffiano, si cercano in un susseguirsi travolgente di incontri e scontri, allontanamenti e riavvicinamenti. Un rapporto ineluttabile che cerca amore ma trova spesso paura, rimorso, espiazione. Un libro di un’intensità rara che spalanca le porte al lettore sul cuore e la mente dei protagonisti fino a sentire le loro ferite ancora sanguinanti, capaci di divenire lacerazioni insanabili se ad aggravarle sono le incomprensioni, la paura di lasciarsi ad andare ad un sentimento che forse capita una sola volta nella vita.

Ferite che però potrebbero guarire se si imparasse a comunicare davvero, facendo sì che anche la parola più apparentemente insignificante si riempia di valore, dirigendo la nostra energia al meglio, fino a far percepire in modo appropriato quello che sentiamo davvero, e che è nato nel cuore, al di là della differenza anagrafica e dell’esperienze vissute.

Un ritmo di narrazione incalzante che alterna immagini, pensieri e che focalizza l’attenzione sulle emozioni e sulla passione che vibra dai corpi, con scene sensuali che infuocano da quanto sono scritte con maestria e sentimento.

Anita Sessa è capace di stritolare il cuore per farlo pompare ancora più forte, dimostrando che la bellezza di un libro si misura nella capacità di rapire il lettore e infilarlo tra le pagine come fosse uno spettatore privilegiato che vive con trasporto ogni dialogo, ogni SMS, ogni scena, ogni abbraccio, ogni lacrima versata fino a che le emozioni dei personaggi si fondono con le sue, penetrando nelle costole più nascoste, quelle vicino al cuore.


«Che possiamo essere diversi, ma che spogli di tutto il resto, nudi l’uno contro l’altra, siamo esattamente uguali.»


Una storia ordinaria di una profondità straordinaria. Una meraviglia da leggere.

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LE API DI WATERLOO di Giulia De Martin

LE API DI WATERLOO di Giulia De Martin

Titolo: Le api di Waterloo
Autore: Giulia De Martin
Serie: Autoconclusivo
Genere: Historical Romance
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 10 Maggio 2021
Editore: Words Edizioni

TRAMA


Inghilterra, 1815

Phèdre Hale, Marchesa di Northampton, ha solo vent’anni, quando si trova in balia della sorte avversa: Waterloo le ha strappato l’amato marito e la spensierata fanciullezza. La lady Northampton che amava trascorrere le giornate nella lussureggiante serra è ormai solo un ricordo. Phèdre, però, sa che non può soccombere agli eventi e che l’unico modo per sopravvivere è assecondare la propria condizione. Intelligente e caparbia, non si tirerà indietro di fronte a niente per riacquistare sicurezza, anche se ciò significa sposare Edward Hale, l’irlandese dagli occhi di ghiaccio, erede del casato e cugino dell’amato marito disperso. Tuttavia, la vita spesso riserva risvolti inaspettati, fino a sgretolare anche la più solida certezza. Le grandi tenute di campagna e i dolci pendii della brughiera fanno da sfondo a una storia d’amore e morte, rinascita e assoluzione, intrisa del profumo delle peonie e cullata dal ronzio delle api. 

RECENSIONE


Sono sincera ho una particolare simpatia per le api, forse perché mi ricordano la bella stagione e sono golosa di miele o forse perché ammiro questa sorta di sorellanza tra esseri così piccoli eppure così vitali e importanti per il ciclo naturale, instancabili e laboriose.
Ho infatti letto libri di ambientazione contemporanea che le avevano come coprotagoniste, quindi non ho potuto resistere al richiamo che ha su di me il romanzo storico con l’attrattiva di un titolo così.
Le api di Waterloo è stata una lettura che mi ha positivamente sorpresa per una serie di aspetti: innanzitutto come ho detto sono stata attirata dalla scelta del titolo che, dopo aver letto il libro, mi ha rimandato forte l’idea di un simbolismo con questi meravigliosi e importanti insetti.
L’autrice fa di queste piccole sorelle operaie non solo un filo conduttore dal quale si dirama una vicenda che tiene vivo l’interesse e coinvolge con avvenimenti del tutto inaspettati, ma anche a mia personale interpretazione, un parallelismo con le donne presenti nel romanzo.
Perché in realtà le vere protagoniste di questo libro sono le donne, la loro forza, la tenacia, la capacità di adattamento, la volontà di risollevarsi.

E soprattutto la “sorellanza” che può crearsi per non soccombere non solo ad un ambiente, ma anche ad un’epoca in cui madri o figlie, mogli o sorelle sono considerate alla stregua di oggetti.


Man mano che il tempo passava, mi rendevo conto di quanto il mondo fosse plasmato dagli uomini a loro immagine e somiglianza; noi donne eravamo marginali nel quadro, come un abbellimento che rende più piacevole.


Proprio come le api, sorelle instancabili che lavorano per la produzione del miele e che mai si fermano.
Le donne di Giulia De Martin sono proprio così, cadono ma si rialzano, vanno avanti sempre, nonostante la fatica, il dolore, la paura.
A cominciare da Phedre la protagonista, giovane vitale e allegra, ma anche impulsiva e caparbia un insieme di energia e fragilità a volte in contrasto tra loro.


Mi rendevo conto solo in quel momento di quanto fosse il vuoto a dare senso alla pienezza, ma solo più avanti avrei capito quanto la mia vita, da quel momento in poi, sarebbe stata una continua lotta di contrasti, opposti, di luci e ombre, pieni e vuoti che avrebbero dato senso l’uno all’altro solo continuando ad alternarsi. D’altronde io stessa, con i miei occhi così diversi da sembrare appartenere a due persone distinte, ero una collisione di mondi.


La narrazione espressa in prima persona fa indossare come fossero vestiti a contatto con la propria pelle, le sensazioni di Phedre.
Sentirete così mancarvi il fiato o battere il cuore più forte negli stessi momenti descritti sulla carta.
Ed ecco che mano a mano che si procede nella lettura alla giovane protagonista si affiancano una serie di donne ognuna delle quali ha un legame affettivo con lei e quindi anche un’influenza sulla sua vita.
Portia, Charlotte, Camille sono per Phedre a seconda del loro ruolo, sia conforto che  esempio, un aiuto, una guida, un porto sicuro di fronte alle difficoltà che si troverà ad attraversare.
Ho trovato in questo secondo romanzo dell’autrice una scrittura più matura, un coinvolgimento emotivo più spiccato e personaggi caratterizzati in modo approfondito.
Aspetti che ho trovato evoluti nello stile di questa giovane autrice, della quale non posso non apprezzare il grande lavoro di ricerca storica mescolato alle sue personali conoscenze.
Saltano immediatamente all’attenzione l’accuratezza delle descrizioni storiche e paesaggistiche dell’Inghilterra dell’epoca e la conoscenza della botanica.
Le magnifiche tenute nobiliari diventano oltre che teatro anche protagoniste delle vicende, e la serra e la cura delle piante sono non solo la grande passione di Phedre ma anche il suo rifugio, la sua ancora di salvezza per non annegare nel dolore.


C’era un qualcosa di così quieto nel torpore della serra, come se tutto si stesse muovendo, ma lo facesse con una tale lentezza, da sfidare perfino il tempo. Questa singola idea di imperitura bellezza era tanto forte da calmare l’ansia e i brutti pensieri. Nonostante tutto, qualsiasi cosa fosse successo, le orchidee non avrebbero smesso di fiorire e le api di produrre, instancabili, il loro oro liquido.


La storia d’amore che si dipana ha un’evoluzione inaspettata ed interessante. Pur rispondendo ai canoni storici dell’epoca non intrappola i personaggi in una caratterizzazione stereotipata, al contrario sono credibili e ben definiti nelle loro personalità.
Romanticismo e passione, desiderio e sentimento emergono con forza dirompente dalla scrittura dell’autrice, che pur non descrivendo nel dettaglio scene esplicite, permette al lettore di riviverle grazie al potere evocativo delle parole.
Perché non è necessario descrivere per far “sentire”, a volte immaginare crea un phatos maggiore e permette di percepire comunque sensualità e passione.
Il lettore diventa arbitro assoluto in questo romanzo perché non c’è un’evoluzione giusta o sbagliata della trama e tutti i personaggi hanno le loro ragioni, i loro tormenti e le loro gioie.
I personaggi maschili accomunati seppur in modo diverso dall’affetto per Phedre conquistano dal primo all’ultimo.
A cominciare da Noah che è una figura la cui presenza è rassicurante e avvolgente, simbolo dell’amicizia nella sua forma più sincera e spontanea.
Edward e Richard invece sono a mio modo di vedere due facce della stessa medaglia, due modi di essere opposti ma simili, due modi di amare in modo incondizionato uguali ma diversi.
Un dualismo che si intravede in altri aspetti del romanzo e di cui l’autrice dà una spiegazione accurata nelle note finali che consiglio di leggere perché interessanti ed esplicative.
Il mio personale pensiero è che il vincitore morale della vicenda sia Richard sebbene compaia solo a inizio e fine del libro, perché lascia ai lettori il messaggio più importante ma anche il più difficile da attuare nella realtà.
E cioè che tutto cambia e i cambiamenti molto spesso avvengono senza chiedere il permesso, ma arrivano e basta.
Gli stessi personaggi nel romanzo infatti vivono loro malgrado esperienze che li porteranno ad un’evoluzione interiore.


«L’amore non finisce» dissi, scostandomi per guardarlo negli occhi. «L’amore muta, evolve e cambia la sua forma. Io non smetterò mai di provare amore nei tuoi confronti, oggi ancora più di prima, e in un modo o nell’altro mi sentirò sempre legata a te, indissolubilmente.»


Accettare o meno questi cambiamenti e riuscire a conviverci sono questioni complesse, soggettive ma inevitabili.
La scelta è se andare avanti restando legati al passato o abbracciare il futuro pur senza rinunciare alla propria identità.


Come una fenice, ero implosa in una fiamma vorticosa e straziante, ma era giunto il momento di tornare a vivere ed essere me stessa.


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LA SECONDA MOGLIE di Juls Way

LA SECONDA MOGLIE di Juls Way

Titolo: La seconda moglie
Autore: Juls Way
Serie: Autoconclusivo
Genere: Historical Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 7 Luglio 2020
Editore: Words Edizioni

TRAMA


Londra, 1899.
All’alba del nuovo secolo, lady Lavinia Roseland, figlia del Conte di Carvanon, è costretta a un matrimonio combinato con lord Edward Montegue. Un’unione nata male in partenza: lei ha una reputazione macchiata, un carattere terribile e una lingua ben affilata; lui, vedovo e con una carriera politica da portare avanti, la vorrebbe tenera e devota. Tuttavia, Edward non è immune al fascino di Lavinia che, con le sue mise maschili, si fa ambasciatrice di idee nuove e rivoluzionarie. Ad avvicinarli sarà la strana e improvvisa sparizione del padre di lei. Marito e moglie si ritroveranno così nella romantica Cornovaglia, ospiti di una tenuta ricca di misteri, per scoprire vecchi e nuovi intrighi della famiglia Carvanon. 

RECENSIONE


Sono sempre molto affascinata dalle storie ambientate in epoche storiche antiche ancor più se sono scenario di grandi cambiamenti, come avviene ne “La seconda moglie”, ambientato nell’Inghilterra di fine 800 proprio a cavallo con l’inizio del nuovo secolo periodo di grandi rivoluzioni, dall’avvento di quella che allora veniva considerata modernità alle prime lotte delle donne per il diritto di voto e libertà personali.
Se quindi ormai i movimenti di emancipazione erano in fermento sappiamo però che la scalata a diverse conquiste del genere femminile è stata molto lenta per cui dal punto di vista matrimoniale molti passi dovevano ancora essere fatti per non considerare più le donne come merce di scambio da cui trarre vantaggi economici e sociali.


Tuttavia, pur essendo ormai in atto la corsa verso il nuovo secolo, era ancora difficile immaginare che un matrimonio nell’alta società potesse scaturire dall’incontro tra due giovani colpiti dalle frecce dell’alato Cupido. L’amore non costituiva di certo un motivo sufficiente per sposarsi: le conseguenze sul piano sociale, economico e politico di un’unione erano tali, per le famiglie coinvolte, che la scelta di un compagno non poteva dipendere dai sentimenti personali.


La coppia protagonista del libro è l’emblema dei grandi sconvolgimenti che cominciano a insediarsi nelle crepe di una tradizione antica e una società basata sulle apparenze : lord Montegue uomo frutto di una rigida educazione vittoriana si trova controvoglia, per ragioni di prestigio e di carriera, a contrarre matrimonio con una lady anticonformista la cui reputazione è macchiata da innumerevoli attività considerate disdicevoli per una donna, Lavinia Roseland.
Jules Way mi ha regalato due protagonisti completamente distanti e opposti che ho trovato delineati a meraviglia.
Entrambi dotati di spiccata intelligenza e un humor tipicamente inglese con cui infarciscono dialoghi di un sarcasmo irresistibile che diventa un’arma da usare per difendersi o attaccare a seconda delle circostanze, sono quasi implacabili nelle loro convinzioni.


Lavinia, come una canna al vento, si fletteva, ondulando, senza spezzarsi. Era impossibile farlo. Aveva provato con ogni mezzo a disposizione a piegarla, ma non aveva ottenuto nulla più che battute taglienti e velati insulti. Anche ignorarla platealmente era valso a nulla. Gli dava oltremodo fastidio, inoltre, che quando non si urlavano contro, l’ironia e il sarcasmo di Lavinia gli piacessero. Inutile negare l’evidenza. Peccato che per un uomo che voleva darsi alla carriera politica un atteggiamento del genere fosse del tutto inappropriato.


Una coppia che sembrerebbe molto mal assortita vivrà un rapporto costituito da molte fasi in cui il lettore si troverà emotivamente coinvolto senza sapere in realtà né per chi parteggiare né chi è effettivamente nel giusto, come è successo a me.
Questo perché entrambi i personaggi sono semplicemente loro stessi e proveranno non senza difficoltà a smussare alcuni spigoli delle loro personalità, ma le evoluzioni degli individui, così come accade per le rivoluzioni storiche di cui sono inconsapevoli testimoni, sono lente, graduali e costano sacrificio.
Partendo dal tentativo di lui di domare la ribellione di Lavinia che vorrebbe più attenta all’etichetta, una buona parte della storia è intriso di battibecchi, litigi e reclusioni che se da un lato fanno sorridere dall’altro sembrano allontanare ancora di più la coppia, dando la sensazione al lettore che le divergenze saranno insanabili.


Allora ditemi, lady Montegue, come immaginate la donna del nuovo secolo?›› le chiese, quasi per metterla in difficoltà, ma anche per soddisfare la sua curiosità. ‹‹ Libera››, rispose senza pensarci. Una luce particolare le illuminava gli occhi scuri. Edward sorrise appena, quella risposta non gli sembrò così strana.


Sarà la lenta e graduale conoscenza reciproca che farà spostare entrambi dalle loro posizioni così ferme.
Indubbiamente in questo complicato processo gioca un ruolo molto forte ed è allo stesso tempo sia uno scoglio da superare che uno strumento di presa di coscienza e consapevolezza nella relazione tra i due coniugi, il confronto con la prima moglie di Lord Montegue.
Diciamo la verità non è facile arrivare per secondi soprattutto quando i due modelli di moglie sono diametralmente opposti.
L’autrice è stata brava a mostrare come poi questo confronto abbia contribuito a mettere in luce le qualità di entrambi permettendo loro di apprezzarsi reciprocamente.
La caratteristica forse che ho trovato originale rispetto al genere è che se solitamente nei romanzi storici l’obiettivo delle consorti è conquistare il cuore del coniuge nonostante il matrimonio sia frutto della convenienza, in questo libro l’obiettivo di Lavinia è un altro, mentre il nascere del sentimento sarà un tassello successivo.
La vera ribellione che Lavinia esercita nei confronti del marito è che la considerazione che lei desidera dal coniuge non è come moglie o come donna, ma innanzitutto come persona, come individuo con proprie idee, aspirazioni, opinioni.
Un tema senza tempo se si pensa ad alcune culture odierne nelle quali il genere femminile non ha diritti.
Lavinia è il simbolo delle lotte che sono state fatte nei secoli per l’emancipazione femminile di cui possiamo godere noi oggi e che hanno raggiunto come primo obiettivo innanzitutto quello di non considerare più le donne come oggetti ma come esseri umani prima e in seguito in quanto tali destinatari di diritti e libertà personali.


Il fatto che lui non la considerasse come persona, come un essere con una propria volontà la feriva più di ogni proibizione. Dopotutto, a Lavinia non importava partecipare alla vita sociale di Londra, vivere in campagna oppure in città, desiderava solo che lui la trattasse come sua pari.


Libri come questo hanno sempre il grande pregio di riuscire a trasportare non solo in un altro tempo ma anche in altri luoghi: complici i paesaggi inglesi qui arricchiti dallo spostarsi delle vicende in Cornovaglia, la lettura è stata accompagnata dalla sensazione di poter ammirare luoghi così magici e affascinanti.
La coppia sarà protagonista di vicende sapientemente costruite intorno ad alcuni misteri interessanti dal punto di vista narrativo e che condiscono la vicenda di una spruzzata di avventura che ben si coniuga col carattere dei protagonisti e che sarà un decisivo strumento di avvicinamento tra i due.
Uno storico sofisticato che riesce a coniugare il fascino del passato con i suoi epocali cambiamenti, le mille emozioni e le imperfezioni dell’animo umano con un tocco di mistero che è la classica ciliegina sulla torta.
Da non perdere.

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MANI SUGLI OCCHI di Pitti Duchamp

MANI SUGLI OCCHI di Pitti Duchamp

Titolo: Mani sugli occhi
Autore: Pitti Duchamp
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona/ POV alternati
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 26 Gennaio 2021
Editore: Words Edizioni

TRAMA


L’amore può insinuarsi in una vita fatta di doveri e soddisfazioni professionali e demolire l’egocentrismo di un chirurgo oftalmico di fama internazionale? Può sostituirsi all’ambizione di una giornalista di talento e darle un’altra densità, modificarle lo spirito? Un uomo e una donna al centro delle proprie vite, concentrati sulle loro aspettative, sugli egoismi, sulla paura di distrarsi dai propri obiettivi, entrambi troppo adulti e solidi per scendere a compromessi e rinunciare a una parte di loro stessi. Un amore inaspettato che sovverte e disordina, squassa e stacca e non dà possibilità di scelta se non la fuga. Eppure, quando l’indipendenza si trasforma in solitudine, solo un sentimento profondo può riparare l’anima. Se una vocazione perde di significato è nell’amore che può tornare a recuperarlo. Aiace e Scilla sono la dimostrazione che non c’è età per scoprire quanto i sentimenti possano indurre al cambiamento.

RECENSIONE


Una vita frenetica e dedita al lavoro spesso non concede tregua, e quando ci si scontra on l’incubo di una malattia è difficile accettare che tocchi proprio a te.

E’ quello che succede a Scilla Chiaravalle, giornalista in carriera totalmente assorbita da articoli e interviste esclusive, che viene obbligata a fermarsi per un grave e improvviso distacco della retina, che oltre a portarla d’urgenza in sala operatoria lo obbliga a dover dipendere dagli altri, proprio lei abituata ad essere da sempre sola con sé stessa.

Durante la lettura sono delineate molto bene le varie fasi di accettazione della malattia, il rifiuto di qualcosa di non atteso, la rabbia di dover fermare tutto per essere sottoposta alle cure, la depressione di essere sola ad affrontare qualcosa di spaventoso, ed infine l’accettazione.

Scilla si rende conto che da sola non ce la fa e si arrende all’aiuto degli altri, in quel momento nella sua vita arriva Aiace.

Aiace Scuderi è il primario del reparto dove è stata operata, e a sorprendere la ragazza sono di sicuro i suoi modi gentili e professionali e le sue mani.

Mani che le toccano gli occhi in maniera delicata e perfetta dopo le tante visite fredde e asettiche che avevano seminato il terrore nel suo cuore.


Era una pressione rilassante, appena percepita, eppure incisiva. E mi scopro a volerne ancora. Un attimo solo, tanto dura la sua osservazione, eppure quelle mani hanno lasciato su di me un tatuaggio indelebile.


Un bellissimo esempio di come un malato debba essere trattato con rispetto, e non come l’ennesimo caso clinico da studiare e con cui arricchire il proprio curriculum.

Una storia raccontata in prima persona diventata da subito una lettura reale e sincera, dandomi l’impressione che l’autrice mi stesse raccontando in maniera fluida e coinvolgente  qualcosa accaduto realmente.

E’ ambientata a Firenze, città che offre un ottimo sfondo alla vita frenetica dei due protagonisti, contornati da molti personaggi secondari che arricchiscono la storia ma restano in disparte tenendo Scilla e Aiace al centro dell’attenzione per tutto il tempo.

Due persone apparentemente complete, che raggiunta una età adulta non si aspettano più troppe sorprese dalla vita.


Il ritmo che vorrete dare al vostro ballo insieme lo sapete solo voi, o forse non lo sapete e lo scoprirete solo ballando. Fagli spazio nella tua vita, concedigli tempo, concedigli attenzione: fai in modo che la tua energia vitale non diventi arroganza.


La malattia di Scilla però, se pur spaventosa la mette all’improvviso di fronte ad una semplice realtà; e le fa capire che è necessario fermare la frenesia con cui conduce la sua vita per rendersi conto delle cose davvero preziose che diventano giorno dopo giorno le sue piccole priorità.

Aiace invece, è descritto come il classico uomo tutto d’un pezzo, chirurgo di fama mondiale stimato da tutti;  quando incontra Scilla pensava di essere già completo, e che il suo lavoro e un amore fugace potevano bastare a renderlo felice.


Dovrei scappare da una circostanza così bizzarra, eppure mi sembra di sentirmi bene, mi sovviene l’idea che il luogo in cui voglio stare e quello in cui sia necessario che stia combacino.

La voglia di andarmene è scomparsa.


La sua paziente fa crollare ogni certezza, e vi emozionerete come è successo a me scoprendolo pieno di un entusiasmo nuovo, travolgente, che lo rende una persona diversa dentro e fuori.

La storia di un amore delicato, nato per caso ma cresciuto con la forza che riesce a sciogliere il cuore di due personaggi che resteranno di sicuro nel vostro cuore

E’ la prima volta che mi approccio ad un libro di questa autrice, e sono felice di aver iniziato con questa storia semplice che mi ha regalato infinite emozioni e che consiglio di leggere col cuore aperto a qualcosa di unico

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SABBIA BIANCA di Pitti Duchamp

Sabbia bianca

SABBIA BIANCA di Pitti Duchamp

Titolo: Sabbia bianca
Autore: Pitti Duchamp
Serie: I giganti del Calcio Storico #1, Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 16 Settembre 2020
Editore: Words Edizioni

TRAMA


La perfezione, ecco cosa pretende l’avvocato Leopoldo Carsini dalla vita. Quando conosce Olimpia, quello a cui mira in ogni cosa che fa si concretizza nell’azzurro intenso dei suoi occhi. Lei ha tutte le carte in regola per stargli accanto e lui la vuole, spinto da un desiderio razionale distante da ogni sentimentalismo. Ma la complessità di Olimpia si svela a poco a poco, durante la ricerca di un fratello sparito nel nulla, mentre riaffiorano dispiaceri e solitudine da un passato familiare sofferto.

E così, il cuore di Leo, impantanato nella sabbia di piazza Santa Croce, là dove le partite del calcio storico fiorentino danno vita a leggendari scontri tra gladiatori moderni, comincia a battere più forte. Una storia d’amore e di cambiamento con tre protagonisti: un avvocato dalla doppia faccia, una ragazza di buoni sentimenti e una Firenze sospesa tra il presente e un passato attualissimo, vissuta, graffiata, leccata e amata.

RECENSIONE


Premetto che questo è il primo libro che leggo di Pitti Duchamp e la curiosità di conoscerla come autrice mi inseguiva da tempo. Il caso ha voluto che l’abbia incontrata prima di persona nei panni di lettrice appassionata durante l’ultima edizione della “La città dei lettori” a Villa Bardini, luogo magico da cui si gode la vista più suggestiva di Firenze. E’ stato curioso ritrovarmi a leggere “Sabbia bianca”, edito dalla Words Edizioni, per scrivere questa recensione non solo dopo averla incontrata di recente ma, specialmente, perché il libro è ambientato in una città che, in un certo senso, appartiene ad entrambe.

“Sabbia bianca” racconta una storia bellissima, fatta di luce e ombra, un’opera in chiaroscuro, un effetto artistico che mi ha ricordato i vicoli del centro storico di Firenze, in cui il cielo azzurro si alterna alle scure mura medievali.

Un libro che fin dalle prime pagine mi ha immediatamente rapita, avvolgendomi come un mantello di seta preziosa dai colori caldi e fili d’oro, per trasportarmi in una dimensione particolare, quasi senza tempo. Un ponte sospeso tra passato e presente in cui una delle città più belle al mondo fa da teatro ad una storia davvero coinvolgente.

Firenze, culla del Rinascimento, con le sue tradizioni e il suo prestigioso passato, è indiscutibilmente tra i protagonisti di questo libro, insieme a lei due gioielli, Olimpia e Leopoldo.

Leopoldo è un fiorentino D.o.c., proveniente da una nota famiglia aristocratica. E’ un vincente, un avvocato stimato, un perfezionista maniaco dell’ordine, un uomo dotato di grande sicurezza personale oltre che di ammirato fascino. Ma dietro questa facciata di indiscusso successo e patinata perfezione si nasconde qualcosa di diverso, di inaspettatamente potente: un ribelle, un lottatore, un gladiatore moderno, un “calciante”, ovvero un esponente del calcio storico fiorentino.

Per chi non lo sapesse, ogni anno a Firenze il 24 giugno, in celebrazione di S. Giovanni patrono della città, si svolge un evento molto sentito dai fiorentini ovvero il “calcio in costume”, un mix tra rugby, calcio e pugilato, che riecheggia una tradizione risalente al medioevo. I calcianti che ne fanno parte hanno profili fisici e psicologici particolari: oltre ad essere originari dei rioni della città, sono uomini tra i più spericolati, adatti a rischiare, a mostrare sulla polvere della Piazza di S. Croce chi può sgusciare fino all’altra parte del campo. In quel momento loro sono i veri, indiscussi, protagonisti della città. Il calciante a Firenze è una sorta di santo laico che vive una consacrazione, esprimendo in pieno un tema atavico come quello della virilità ed in essa della destrezza, dell’acume e della potenza fisica:


Non c’era compassione né bontà nell’arena di piazza Santa Croce; c’erano bestie in corpi umani, sensuali e magnifici, elettrizzati dall’adrenalina e dalla violenza, che si scontravano a mani nude nella più antica forma di guerra: la lotta.


Come può un avvocato di nobili natali come Leopoldo avere a che fare con soggetti appartenenti ai rioni dove primeggiano schermaglie e irriverenza sfrontata? Uno sport così, dove occorre essere pronti all’aggressività che fa spettacolo, figlia della rabbia più autentica, può far parte della vita di un professionista in giacca e gilet?

Eppure Leopoldo ne fa parte con orgoglio e dedizione e non teme nulla quando corre in squadra con convinzione, anche se sembra giochi solo per sé, facendo affiorare l’individualismo che lo contraddistingue, soprattutto nella ponderata scelta di stare lontano dai sentimenti. L’apparenza che collide con la sostanza, oppure sono l’una parte dell’altra? Forse, due facce della stessa medaglia. Leopoldo, con il suo chiaroscuro, con la sua paura d’amare, rappresenta per me uno dei personaggi maschili più intriganti che abbia mai letto.


Ogni traccia di malizia era svanita dal volto fascinoso e aveva anche smesso di toccarsi quella bocca favolosa. Come se avesse la testa o forse la faccia divisa in due: una da simpatica canaglia, l’altra da coscienzioso e affermato professionista.


L’incontro con Olimpia è divertente e intrigante sin da subito. Lei lo ammalia e lo confonde, inebriando olfatto e udito, prima ancora della vista:


«Buonasera, avvocato.» Era la voce di una prostituta di alto bordo, sì, una di quelle creature mitiche di cui molti amici del padre avevano favoleggiato negli anni. Di sicuro, fantasticò, una geisha moderna strapagata per compiacere il proprio accompagnatore. Una escort, ecco, o forse una speaker di radio dalla voce divina. In un attimo l’aria fu piena di profumo, dolce e morbido, con qualche nota speziata. Vaniglia, di sicuro, e poi qualcosa che non riuscì a definire.


Olimpia Borromini gli appare come una visione, una bellezza rinascimentale, una “Venere bruna” dai tratti botticelliani che lo strega:


La ragazza doveva avere meno di trent’anni. Una lunghissima chioma sciolta, nera come pece e liscia come il mare di notte, splendente alla luce artificiale del lampadario dell’ufficio, le accarezzava la schiena.


Oltre che di aspetto divino, Olimpia è una brava ragazza dai modi gentili ed eleganti, intelligente, cresciuta in una nota famiglia borghese fiorentina, un’efficiente impiegata. Eppure, nonostante sia indiscutibilmente dotata di invidiabili virtù, l’apparenza nasconde l’inatteso: una ragazza sola, insicura, piena di ansie e timori che hanno origini lontane. Una madre distante e anaffettiva che ha radicato in lei un profondo senso di inadeguatezza verso gli altri, facendola sentire quasi immeritevole di essere amata. L’unico legame che l’ha sempre sostenuta e che gli resta accanto dopo la morte dei genitori è quello con l’amato fratello maggiore, Lanfranco.

Quando improvvisamente lui scompare, lasciandola in una situazione economica disperata, per Olimpia crolla tutto e l’unico appiglio al baratro è l’aiuto legale di Leopoldo, Leo, al quale si rivolge per evitare la perdita dell’eredità dei genitori. Con l’avvocato, Olimpia prova da subito ad instaurare un rapporto professionale, rispettoso delle parti, nonostante l’immediata e fastidiosa attrazione che entrambi provano reciprocamente:


Aspettare non gli piaceva, le attese erano tempo perso e lui invece non vedeva l’ora di poter dire con legittimità che quella Venere bruna era solo sua. Bisognava che risolvesse quell’imbroglio con il fratello, poi di sicuro le cose sarebbero andate lisce come l’olio.

«Uno di quelli che ti prende il cuore e ne fa una marmellata. Non è certo il momento di perdere la testa, con tutti i problemi che ho e che teoricamente lui dovrebbe risolvere.»


Ma sarà proprio questo fortissimo magnetismo ad accendere i riflettori su loro stessi per condurli lontano, svelando lati nascosti, affinità elettive e passioni comuni, come l’amore per Firenze.
Il loro sarà un percorso molto difficile, costellato di attese e delusioni, fino a che tutto verrà messo in discussione, compromettendo il precario equilibrio raggiunto. Non è facile fidarsi per Olimpia, abituata più alle delusioni e agli abbandoni che all’affetto sincero. Entrambi metteranno tutte le loro paure su un campo di “Sabbia bianca”, scontrandosi l’uno con l’altra per giocare la partita finale, dove nulla è certo.

Dire cosa mi è piaciuto di questa storia è un po’ complesso perché mi ha rapita irrimediabilmente. L’ho già detto all’inizio, le emozioni provate hanno messo la mia mente un pò in subbuglio. Sicuramente uno degli aspetti che mi ha catturata da subito é la forma di scrittura: raffinata, elegante ma anche ironica e pungente. Uno stile irreverente e allo stesso tempo poetico, capace di parlare al cuore di sentimenti svelati con una maestria inconsueta.


Poteva lasciarla dormire e guardarla un po’ mentre il seno appiattito sul costato si alzava e si abbassava in respiri regolari e rilassati. Aveva tanti capelli, una nuvola scura e lucente, sparsa sul celeste delle lenzuola.
Il celeste le donava moltissimo, pensò Leo, forse perché era abituato ad associarla a quegli occhi che perforavano l’acciaio, forse perché metteva in risalto quella massa di capelli nero pece. Da lì in avanti le avrebbe fatto solo regali celesti.


Protagonisti ben delineati e una trama originale si aggiungono ad un quadro generale che mi ha davvero inebriata, oltre al fatto di aver toccato temi interessanti ed attuali; tra questi, l’accettazione della diversità, l’ipocrisia e il conformismo imperanti, in una società dove l’apparire primeggia sull’essere, soprattutto in una città dal glorioso passato ma dalla mentalità provinciale, in cui lo stato sociale di appartenenza può valere più del capitale umano. Ma, su tutto, a mio avviso, brilla una storia che parla di sentimenti finemente raccontati, personaggi profondi e sfaccettati, un viaggio magnifico, insomma, che porterò sempre con me.

E proprio durante la lettura mi è capitato di trovarmi a Firenze, visto che ci vivo a due passi e in parte ci lavoro, così passeggiando tra i suoi vicoli, ammirando i sontuosi palazzi rinascimentali e costeggiando l’Arno mi è venuta voglia di cercare Leo e Olimpia, immaginandoli camminare insieme tenendosi per mano mentre si godevano la loro città. Ogni volta che tornerò in Santa Croce penserò a loro.

Uno dei libri più belli letti quest’anno, per cui per me assolutamente da leggere.
Brava Pitti, continuerò a leggere le tue storie con enorme piacere e con la nostra amata Firenze sempre nel cuore. Mi ricorderò di averti incontrata per la prima volta con la vista sul cupolone.

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Recensione precedentemente pubblicata sul blog All Colours of Romance