MIA CARA JANE di Amalia Frontali

MIA CARA JANE di Amalia Frontali

Titolo: Mia cara Jane
Autore: Amalia Frontali
Serie: Autoconclusivo
Genere: Historical romance
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Maggio 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


 Nel gennaio 1796 Thomas Langlois Lefroy, futuro Capo della Corte Suprema irlandese, e Jane Austen, futura autrice di grandi capolavori della letteratura, entrambi ventenni, si conobbero e si piacquero. A questa innocente attrazione – ci dice la storia – nulla seguì. Jane non si sposò mai e Tom contrasse un’unione di convenienza, che gli garantì un suocero potente, una ricca dote e la protezione economica di uno zio già molto contrariato da matrimoni indesiderabili in famiglia. Gran parte delle lettere di Jane Austen, dopo la sua morte, fu data alle fiamme dalla sorella Cassandra, per motivi che non sono mai stati veramente chiariti. Qui finisce la verità storica.
E se, invece, Tom Lefroy, dopo quell’occasionale conoscenza, avesse scritto una lettera a Jane Austen? Se a quella lettera – imprudente e ingiustificabile dalle convenzioni sociali – fosse seguita una vera e propria corrispondenza?

RECENSIONE


Che romanzo particolare quello appena letto! Amalia Frontali immagina un’ipotetica corrispondenza fra Thomas Lefroy e Jane Austen. Con una prosa delicata e raffinata Thomas scrive a Jane, raccontandole volta per volta le sue giornate, i suoi incontri con varie graziose signorine, gli scontri con suo zio che auspica per suo nipote un matrimonio con una donna che Thomas non ama, ma che porterebbe ricchezza alla sua famiglia. Thomas chiama Jane “amica”, ma un lettore scaltro e malizioso riesce assolutamente a comprendere che non è l’amicizia ciò che alberga nel cuore di Thomas.

Pagina dopo pagina le parole di Thomas diventano sempre più profonde, come se non potesse nascondere più nemmeno a se stesso ciò che realmente prova. Interessante come le parole ed i sentimenti di Jane possano essere solo immaginati, anche tramite le parole di Thomas, il quale è l’unico del quale i lettori conoscono il vero stato d’animo. Ho alternato momenti di irritabilità quando Thomas parlava a Jane di altre donne, altri nei quali desideravo con tutto il cuore che fosse più esplicito nei suoi sentimenti, altri nei quali immaginavo cosa potesse rispondergli Jane. In fondo questa è la storia di tutti i tempi vero? Sei innamorato di una persona, le parli, magari passate ore o giorni a parlare e scrivervi ( ovviamente tramite Whatsapp ai giorni nostri), ma non sei sicuro dei sentimenti altrui e giri attorno alla questione. E pensi che magari suscitare la gelosia dell’altra persona possa produrre dei risultati.


 “Mi fissate, dritta negli occhi, quasi sfrontata, incurvando leggermente il capo mentre vi parlo, e poi abbassate lo sguardo e serrate le labbra in un mezzo sorriso se- vostro malgrado-vi sto divertendo”.


Da queste parole possiamo tracciare il ritratto di un uomo che ha saputo cogliere le minuzie, i piccoli particolari della donna con la quale intrattiene una relazione epistolare, e normalmente questi particolari riesce a coglierli solo una persona che si sta innamorando. Dai toni più allegri e scherzosi passiamo poi a momenti più cupi, momenti in cui Thomas realizza che il suo sentimento non si potrà mai concretizzare. 


 “ E ormai ogni cosa è compiuta Jane, secondo il tuo volere. Secondo il volere di mio padre, di mio zio, quello della donna a cui mi sono legato, eccetto il mio”. 


Eccetto il mio: chi è dunque Thomas? Un uomo innamorato, o uno infatuato che subisce il volere altrui in cambio di una vita senza batticuore ma molto più semplice? Facendo qualche ricerca ho scoperto che Jane, figlia del reverendo Austen, fu davvero giudicata inadeguata dalla famiglia di Thomas Lefroy, e restò nubile, al contrario di Lefroy che ebbe una figlia che chiamò Jane.

Un omaggio a Jane Austen o un semplice modo di omaggiare sua suocera che pure si chiamava Jane? ”Alla fine è arrivato il giorno in cui flirterò per l’ultima volta con Tom Lefroy, e quando riceverai questa lettera sarà passato – Mentre scrivo sgorgano le lacrime, a questa malinconica idea.” Questo è un estratto di una vera lettera scritta da Jane a sua sorella Cassandra. Possiamo quindi supporre che tra Jane e Thomas ci fu davvero un flirt, che non ebbe mai modo di concretizzarsi data la situazione economica dei due ( Jane non aveva nemmeno la dote). Il romanzo di Amalia Frontali è interessante anche per questo, per il tentativo di descrivere lo stato d’animo di Thomas Lefroy e per l’accurata ricostruzione di una corrispondenza epistolare che si fonde con elementi storici, personaggi realmente esistiti come Napoleone, ed episodi della vita privata dei protagonisti realmente accaduti.

È anche struggente immaginare un amore che sarebbe potuto sbocciare, e che invece è rimasto un piccolo seme mai cresciuto nella terra. Per la quasi totalità del romanzo non ci sono lettere di Jane, che tuttavia è sempre presente nelle parole e nel cuore di Thomas. Possiamo discutere quanto vogliamo del poco coraggio nel vivere appieno i propri sentimenti, ma dobbiamo tenere a mente che parliamo di un periodo storico dove solitamente avvenivano matrimoni di convenienza: chissà se Jane Austen visse questa situazione con dolore o se semplicemente era consapevole che solo nella scrittura avrebbe trovato la realizzazione, la sua dimensione perfetta. Concludo con queste ultime dolcissime parole presenti nel romanzo.


Letteralmente, posso dire di averti amato fino agli ultimi giorni della mia vita.


LA PICCOLA PARIGI di Massimiliano Alberti

LA PICCOLA PARIGI di Massimiliano Alberti

Titolo: La piccola Parigi
Autore: Massimiliano Alberti
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 19 novembre 2020
Editore: Infinito Edizioni

TRAMA


Un omaggio a una delle tante perle che, nel corso della storia, la regina della Senna ha “nascosto” nei sobborghi di molte metropoli europee. Vicoli stretti, costruzioni basse e rustiche. Proprio come a Montmartre, nel grembo della bella e unica Trieste tante piccole case sorgono accatastate una vicina all’altra, in un’area che ricorda lo spirito Bohémien ma senza le notti del Moulin Rouge o de Le Chat Noir. Niente Cancan. Storie di sola gente e di gente sola, in questo luogo. Talvolta di andate e di ritorni. Di calzini appesi accanto al fuoco e di corti umide. Storia d’amore e d’amicizia. Di Lorenzo e di Marie Jeanne. Del matto Willy Boy e dei suoi “pen pen” urlati al cielo. Di Tullio e di Christian. Di gatto Benny e gatta Maria. Della Dea Incantatrice e Assassina: la Brown Sugar. Storia di mamma Rosalia. Di una carta da gioco appiccicata su di un muro in una viuzza nascosta. E di un rione ormai dimenticato fra nuovi e sovrastanti palazzi. Benvenuti nella Piccola Parigi. “Non state sognando, esiste realmente…!”. (Brigitte Bardot) Parte dei diritti d’autore derivanti dalla vendita di questo libro sono devoluti in beneficienza a “Il Gattile” di Trieste.

RECENSIONE


Sono nato e cresciuto in quella città all’estremo nord- est dello Stivale, dove per più di cinque secoli sventolò la bandiera degli Asburgo e, per ben tre volte, il tricolore francese. E fu proprio nella terza e ultima occupazione della Grande Armée che vennero edificate delle piccole case accatastate spalla contro spalla. Una ristretta lingua di terra che da valle risale una collina.


Trieste, una città variegata e vivace, come tutte le città di mare, crocevia di culture che si mescolano da secoli (non sempre pacificamente) e che proprio in virtù di questa peculiarità nasconde al suo interno tesori insospettabili come “La piccola Parigi”.

Perché intitolare il libro proprio a questa particolare zona di Trieste lo racconta Massimiliano Alberti in questo suo secondo lavoro e lo fa con maestria.

Questo è il caso in cui l’ambientazione è molto di più che un semplice luogo, non è solo uno spazio fisico in cui far scorrere la storia, ma è la storia stessa.

Perché i luoghi a volte non sono solo posti, ma sono radici da cui dipende il futuro sviluppo della pianta da cui traggono nutrimento.

Così come dice l’autore non si possono scegliere le famiglie da cui nascere, gli amici dell’infanzia e in questa ottica nemmeno il luogo in cui venire al mondo.


E non basta sfuggire ai pregiudizi della propria città o dell’intera provincia o persino del Paese, ma è inevitabile confrontarsi anche– anzi, innanzitutto– con quelli del quartiere in cui si è nati, di cui in qualche modo si è figli.


Volenti o nolenti siamo figli della nostra realtà e questo romanzo lo racconta con una leggerezza capace però di andare in profondità, con un’ironia elegante e con una prosa originale, semplice ma non banale capace di rievocare il periodo legato alla giovinezza di chiunque sia stato bambino negli anni 80.


Così, giusto per assaporare l’odore di corti e viuzze umide, tolgo il velo da un quadro ben diverso dalla romantica definizione di vecchio borgo: gradini scoscesi, malte decadenti, un albero secolare graziato dal Comune e biancheria intima appesa su spaghi sfilacciati trainati da carrucole cinguettanti.


Sembra proprio di vederlo questo scorcio di una città ricca di storia come Trieste, di cui ammetto con un po’ di vergogna, non conoscevo l’esistenza pur abitando a pochi chilometri da essa.

Un quadro che non ha nulla di poetico ma che suscita comunque un’emozione dinanzi all’ immagine di un quartiere povero, come ce ne sono in ogni città, teatro di scorribande tra ragazzi prima e della salita intrapresa per diventare adulti dopo.

All’interno di questo dipinto si dipanano infatti vicende capaci di portare in superficie sensazioni che dimorano nei corridoi della memoria, quella che riporta all’infanzia e all’adolescenza, ricordi frammentati di una stagione che non c’è più ma che se proviamo ad unire come puntini, creano un’ immaginaria porta, quella che una volta varcata consacra il difficile ingresso nell’età adulta.

Sono Lorenzo, Tullio e Christian ad accompagnarci a conoscere la piccola Parigi, un quartiere della città sul mare costituito da casette colorate risalenti alla dominazione francese e che per questo riportano struttura e caratteristiche dell’architettura parigina, che sarà il teatro del consolidarsi delle prime amicizie importanti, dei primi tormenti amorosi, della nascita dei sogni e l’incontro con i fallimenti, la presa di consapevolezza di sé attraverso i propri successi, ma soprattutto attraverso gli insuccessi.

Un borgo antico in cui case ed esistenze stanno in piedi in modo precario, oppure la cui facciata curata e abbellita cela in realtà al proprio interno stanze povere di amore, arredate da sporcizia e solitudine.

Ma in cui dimorano anche affetti e sogni da realizzare, alleanze e progetti futuri.

Questo libro è un piccolo mondo da scoprire, dove l’esistenza umana con tutte le sue contraddizioni e complessità viene raccontata con toni poetici, dal sapore nostalgico, ma aderenti alla realtà, in cui un oggetto riparato, una carta da gioco, le mura di un vecchio manicomio e una coperta sporca raccontano delle esistenze dei protagonisti e nello stesso tempo anche di noi, anche più delle parole.

Credo che tutti possediamo degli oggetti che per noi hanno  un significato speciale , evocativi di un ricordo, di un affetto, di un periodo.

Così accade anche nel libro, dove così come per i protagonisti determinati oggetti assumono un significato molto più importante del loro mero utilizzo, così restano impressi nella memoria del lettore che riesce a sentire come questi siano testimoni di momenti importanti, simbolo di un passaggio, un cambiamento, un’ evoluzione o una presa di coscienza e l’autore riesce così a darvi un’anima.

Se gli oggetti costituiscono una sorta di traccia, un sassolino lasciato lungo il cammino della vita dei personaggi c’è però anche un altro elemento che si interseca con le vicende narrate, legate tra loro da un filo rosso : l’amore per i gatti.

Gli amici felini sono i coprotagonisti di questo libro, creature solitarie ma capaci di amare, indipendenti a volte approfittatrici, con grande capacità di adattamento e sovente un sano menefreghismo, il cui affetto va conquistato e meritato.

Un elemento che ad un attento osservatore si evince già dalla copertina, bellissima: mi ha colpito istantaneamente capace di instillare curiosità e un po’ del fascino della Parigi degli artisti.

Una nota di merito rivolto all’autore è quello di aver dato anche una piccola voce al tema delle malattie mentali, una realtà spesso trascurata di cui nel mio territorio si possono ancora toccare i resti, come quelli del vecchio manicomio citato nel libro e di cui Trieste simboleggia la rivoluzione.

È vero che non tutto si può aggiustare?

Lascio ai lettori la risposta che deciderà di darsi al termine della lettura, che per me è la migliore di questo inizio anno.

Un libro che racconta il faticoso e complicato processo che si chiama crescere:  Lorenzo è il ritratto perfetto di come ancor più delle vittorie siano in realtà le difficoltà che incontriamo e le cadute che facciamo a essere determinanti nella nostra formazione.

Un insegnamento che prima o poi la vita dà ad ognuno di noi.


Così, oltre ai convenzionali saluti, aggiunsi in fondo un sincero ti voglio bene. Dopotutto, pensai, era dalle sconfitte che avevo imparato a vivere.


ISSUE di Bianca Ferrari

ISSUE di Bianca Ferrari

Titolo: Issue
Autore: Bianca Ferrari
Serie: Red Oak Manor Collection
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternato (Israel e Virginie)
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 21 Febbraio 2022
Editore: Sel Publishing

TRAMA


Noi non è un’opzione.
Noi non esiste.
Noi siamo un problema.

Israel Silver ha lasciato Red Oak Manor appena finito il liceo ed è tornato a casa sempre più raramente, troppo impegnato a inseguire il sogno di condividere la sua musica con il mondo. La grande occasione per lui arriva nove anni dopo il suo trasferimento: un’etichetta discografica gli offre un contratto per il suo prossimo disco e lo riporta a pochi chilometri dal luogo in cui è cresciuto.
Virginie invece non è mai uscita da Red Oak Town. Ha una passione per il disegno, un solo amico, diciott’anni, molti dubbi e un’unica certezza: il suo cuore appartiene da sempre a Israel Silver. Glielo ha lasciato ancora prima di rendersene conto e non lo ha mai rivoluto indietro. Non lo rivuole nemmeno ora che lui è tornato.
Neppure adesso che Israel cerca di tenerla a distanza.
Perché per lui Virginie è proibita.
Perché porta il suo stesso cognome e non dovrebbe guardarla. Non dovrebbe desiderarla.
Ma Israel la guarda. La vede. E la desidera più di ogni altra cosa.
Eppure, il conto da pagare per quella attrazione è davvero troppo salato. E cosa puoi fare quando tutto ciò che vuoi è a un solo passo, ma quel passo è proprio sull’orlo di un precipizio?

RECENSIONE


Lei muove le sue dita, le intreccia alle mie e replica esattamente ciò che stiamo vedendo: una serie di segni sui fogli che, messi vicini, incastrati, sovrapposti, creano due mani che si sfiorano. Non sono avvinte l’una all’altra. Solo il mignolo e l’anulare si tengono, come se i due protagonisti fossero ancora troppo timidi per accettare i propri desideri.

L’immagine tratteggiata di un disegno capace di evocare l’essenza di questa storia: l’unione di due anime racchiusa in pochi centimetri di pelle, laddove si nasconde l’amore più profondo, tanto puro quanto proibito. Un sentimento difficile da definire fino a divenire controverso da spiegare, ma soprattutto impossibile accettare.

Perché non posso stare vicino a lei, se non sono in grado di farlo come un uomo normale. E un uomo normale non è più ciò che sento di essere.

Virginie e Israel sono gli intensi protagonisti di “Issue”, terzo romanzo della serie Red Oak Manor Collection a firma della talentuosa Bianca Ferrari, che non manca mai di catturare il lettore con storie particolarmente coinvolgenti ed emozionanti. In questo libro si è cimentata in una tematica molto intrigante, ovvero l’amore proibito tra due ragazzi con nove anni di differenza di età, legati da un presunto vincolo di parentela. Due argomenti da attraenti, soprattutto se combinati insieme.

Da una parte la differenza d’età tra un uomo più grande ed una donna più giovane attrae e cela le potenzialità di divenire un ponte che da attraversare in due per poter superare i pregiudizi sociali e le difficoltà che lo ostacolano. Dall’altra, il fascino di un sentimento per l’appunto anche proibito è un asso non da poco.

Lo è per una serie di ragioni, soprattutto il fatto che la proibizione attiva quasi sempre il desiderio, un qualcosa di insito nel nostro carattere. L’amore in particolare se è proibito diventa più ardente e passionale: ogni incontro clandestino diventa un’emozione fortissima alla quale è difficile rinunciare fino a che gli ostacoli si tramutano in sfide e i pericoli diventano i motori della relazione.

Fatte queste premesse, non è mai facile trovare storie in cui queste tematiche siano sviluppate con consapevolezza e credibilità. Bianca Ferrari ci è riuscita, offrendo ai suoi lettori un romanzo in cui la complessità di questi argomenti è stata trattata con accurata sensibilità:

Non bastava che non potessi averlo perché è mio zio? Non era sufficiente che stare con lui avrebbe fatto impazzire mio padre? O che Israel stesso non mi volesse? Non era abbastanza?

Virginie ha solo diciotto anni e la sua innocenza, inesperienza, immaturità scaturiscono in ogni pensiero, dialogo, azione, leggerezza. Non vi è passaggio che la riguarda che non sia perfettamente in linea con lo stato d’animo di una giovane della sua età; una piccola donna in procinto di sbocciare, che non ha nessuna esperienza al di là della vita che l’iperprotettivo padre ha ritagliato per lei, tra casa, scuola e l’unico amico Connor.

La prima parte del libro è un viaggio nelle emozioni dei due protagonisti, entrambi coinvolti in un legame impossibile da dimenticare proprio perchè ancestrale e così dominante da condensare sentimenti contrastanti: paura, desiderio, attesa, rabbia. Un mix esplosivo che prepara il lettore a quello che avverrà nei capitoli successivi, quando le vite di Virginie e Israel si ritroveranno unite dopo anni di distanza, quando entrambi saranno cambiati profondamente.

Virginie è tutta emozioni e io mi sento nel bel mezzo di un ciclone, ma amo ogni sfaccettatura del suo essere travolta da ciò che prova e mostrarlo senza filtri. Ora è timida, nervosa, frenata.

Israel è uno dei protagonisti maschili più intensi che abbia mai letto in questo genere di storie. Un musicista dall’animo angosciato in cui spicca una sensibilità rara. Una promessa della musica vocata a regalare emozioni attraverso i suoi testi, gli unici strumenti che possiede per trasmettere quello che sente. Lui così incapace di comunicare all’esterno a parole, se non quelle scritte, e così fragile. Ed è mediante le sue canzoni che parla da sempre del suo amore tormentato, fino a che le sue composizioni si tramutano in scrigni segreti dove nascondere il suo amore malato. E’ vivo tra le pagine il suo tormento, i suoi disperati tentativi di evitare l’inevitabile. Lui è l’adulto responsabile, che dovrebbe essere capace di porre un freno a qualcosa di così lesivo non solo per sé stesso e per lei, ma anche per un’intera famiglia. Perché Virginie è la figlia dell’amato fratello Levi, e non vi è sentimento più grande di quello di due fratelli rimasti orfani e sopravvissuti ad un ambiente senza riferimenti. Il rapporto che lega Israel a Levi è a tratti toccante proprio perché nasconde colpe, segreti, promesse.

«Lo volevo.» Tremo mentre lo ammetto. «Lo voglio. Ti voglio. Ma no, Vee. Noi non è un’opzione. Noi non esiste. Noi siamo un problema.»

“Issue” è un romanzo che racconta l’amore nelle sue molteplici forme e declinazioni: quello di coppia, quello per la famiglia e non ultimo quello che si costruisce per sé stessi. Una combinazione di sentimenti che divampano come il fuoco, dalle fiamme così devastanti da bruciare tutto ciò che vi è intorno a chi lo accende, sbriciolando la fiducia, il rispetto, la percezione di sé, la possibilità di un futuro. Nulla è scontato in questa storia così complessa, in cui il male serpeggia sottotraccia quasi ad oscurare il bene. Saranno proprio le sfumature a definire i contorni di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, linee nette e tratteggiate, le stesse che dipinge Virginie per comporre i suoi ritratti, così veritieri e magnetici.

Perché vedo la sua pelle chiara, ormai guarita. Perché i suoi abiti sempre bianchi parlano di tutti i colori che porta dentro, così tanto agitati da scomparire. Perché sento la sua presenza, come se mi fosse entrata sottopelle. 

I suoi disegni così intrisi di colore realizzati da lei, così candida ed eterea; opere da ammirare che ripercorrono la loro vita, accompagnate dalle rime di Israel, IZ – The Issue, narratore di una storia tenace e commuovente, quella di due ragazzi destinati a collidere insieme.

Lascio indietro la paura, ingoio il dolore che mi sta straziando le vene e chiedo che mi venga dato ciò che serve all’amore della mia vita: la possibilità di regalargli la mia assenza.

Alla prossima storia Bianca.

ODIAMI, BACIAMI, PERDIMI di Arianna Di Luna

ODIAMI, BACIAMI, PERDIMI di Arianna Di Luna

Titolo: Odiami, baciami, perdimi
Autore: Arianna Di Luna
Serie: trilogia
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternato (Andrea e Viola)
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Aprile 2022
Editore: Sel Publishing

TRAMA


Luglio 2010.
Viola, diciassette anni, non sa cosa sia peggio: il fatto che sua madre abbia deciso di trasferirsi a Parigi, costringendola a lasciare la scuola e tutti i suoi amici, o il fatto che invece di portarla con sé l’abbia spedita a vivere da suo padre, che per lei è praticamente uno sconosciuto.
Tuttavia, la nuova vita non sarebbe neanche così male: il papà è un tipo a posto e fare nuove amicizie non è affatto difficile. Andrebbe tutto alla grande se non ci fosse lui.
Andrea.
Il ragazzo giusto da cui stare alla larga.
Freddo, sarcastico, strafottente. Bello come il demonio, vestito sempre di nero, riservato e misterioso fino all’ossessione, prova per lei un’antipatia feroce e sembra inspiegabilmente determinato a rovinarle la vita. Peccato che dopo un’estate trascorsa a incontrarsi e scontrarsi, e a sperare di non rivedersi mai più, Viola debba affrontarlo ancora una volta. E sarà difficile evitarlo, visto che è il suo nuovo compagno di banco.
E sarà ancora più difficile fingere di non essere attratta dal mistero che lo circonda.
Perché Andrea sembra sapere benissimo chi sia Viola.
È Viola a non sapere nulla di lui.
Cedere all’attrazione o forzare la mano e scoprire cosa nasconde?
In entrambi i casi, lei ha tutto da perdere e lui non ha niente da guadagnare.
Tranne forse il fatto che a forza di odiarsi, hanno iniziato a volersi.

RECENSIONE


Tre parole ricche di emozioni contrastanti che ben descrivono la travagliata storia d’amore di due ragazzi, Andrea e Viola, che ho rincontrato a distanza di anni dalla prima uscita con grande piacere in nuova versione rieditata.
Tre libri appassionanti che costituiscono una bellissima trilogia in cui Arianna Di Luna ha ripercorso i suoi esordi di giovane e già talentuosa autrice, quando si presentò al grande pubblico del romance grazie ad una storia tormentata e davvero coinvolgente.


Avrei cambiato scuola, vita, casa, tutto. Avrei ricominciato da capo insieme a papà.


Un salto nel vuoto con poche certezze quello che si trova a dover fare Viola, giovanissima protagonista di questa storia. Diciassette anni non sono molti per affrontare così tanti e drastici cambiamenti in un colpo solo: trasferirsi in una nuova realtà, passando da una grande capitale ad una piccola cittadina sul mare; lasciare gli amici di una vita e la madre, unico riferimento affettivo conosciuto. Ma la sfida più difficile è quella di costruire da zero il rapporto con un padre praticamente estraneo, con cui riallacciare ricordi e una confidenza mai avuta.

Questa storia si apre così, con il racconto di un profondo cambiamento, la metamorfosi di una giovane vita in procinto di sbocciare quasi a preannunciare il travolgente percorso di trasformazione che la vedrà protagonista, ma non da sola.


L’avevo visto in faccia una volta sola, al buio, di sfuggita, ma lo riconobbi lo stesso. Era immobile accanto al bancone, da solo. E mi fissava. Il mio stomaco fece una capriola. Non avevo sbagliato, era di una bellezza sfacciata, quasi dolorosa, e non ero l’unica a notarlo.


Un’ombra, una presenza quasi inquietante che pedina, segue, controlla, quasi fosse un fantasma. Eppure Andrea è reale, come lo è il suo odio per questa giovane sconosciuta, ignara di avere delle colpe, all’oscuro di essere nel mirino di qualcuno che è sprofondato nel risentimento, suo malgrado.

Si dice che il rancore sia come l’ossido, si estende e finisce per debilitare tutta la struttura, tutta l’identità, tutta la persona. E’ così che accade ad Andrea, che nella semioscurità di una dimensione personale fatta di un’avversione bruciante, inizia a perdere i contorni di sentimenti che ben presto lo spingeranno fuori controllo, verso una direzione quasi inaccettabile, verso un’attrazione quasi impossibile da definire.


Era caldo, solido, rassicurante. Aveva appena detto che non mi voleva, eppure mi stringeva come se avesse paura di perdermi da un momento all’altro. Sentii le sue labbra indugiare sui miei capelli, sentii che respirava forte.


Un destino perverso unirà due giovani vite, destinate a volersi nonostante l’odio, a cercarsi nonostante la distanza.
E cosa succede se l’odio più radicato diventa altro? L’odio è l’istintiva difesa che il nostro IO oppone al mondo esterno, per proteggersi da fonti di dispiacere, di potenziale dolore, un sentimento che si focalizza sul pensiero più che sulla persona.
Ed è infatti nel momento in cui Andrea vede Viola per come è, con le sue paure, le sue fragilità, la sua innata semplicità che la rende bella come non mai, che inizia in lui la trasformazione.

Fino quasi alla metà del primo libro conosciamo solo i pensieri di Viola, lasciando nel mistero le emozioni di Andrea. Una scelta narrativa che supporta bene il pathos che travolge il lettore in modo crescente pagina dopo pagina, fino a quando divamperà la loro sofferta storia d’amore.


Fuoco. Il nostro primo bacio fu fuoco puro. Una fiammata violentissima, un incendio che incenerisce tutto ciò che tocca. Mi strinse così forte da sollevarmi, premette la bocca sulla mia con una foga che mi lasciò senza fiato.


In un susseguirsi di allontanamenti e riavvicinamenti, Andrea e Viola si troveranno coinvolti in un sentimento dalla portata inimmaginabile, in cui complicatissimi intrecci familiari troppo difficili da sciogliere, come fossero un’inestricabile matassa pronta a fagocitare tutto e tutti, sconvolgeranno le loro vite.

Una trilogia dal ritmo narrativo serrato, soprattutto nel secondo capitolo dove tra fughe e prove di coraggio immenso, i due giovani protagonisti vivranno un amore straordinario, quasi invincibile, dove metteranno in gioco tutto, fino a rischiare la vita.

Un amore disperato, assoluto, capace di commuovere anche il più forte dei cuori, ricordando quanto spesso l’amore possa confinare con la follia e l’incoscienza, con la convinzione di essere invincibili.


La preoccupazione e la paura lo stavano logorando. E all’improvviso la verità mi piombò addosso, mi sconfisse. Non eravamo forti, non eravamo invincibili. Avevamo percorso migliaia di chilometri, sopportato il freddo, la pioggia, la tensione di essere in viaggio e di cercare sempre di essere invisibili. Pensavamo di farcela, perché eravamo insieme e tutto il resto non contava nulla, ma non era vero. Stavamo perdendo. Io stavo perdendo. E avrei fatto perdere anche lui.


Andrea e Viola dovranno affrontare un percorso di crescita difficilissimo, in cui ogni caduta, salita, muro da oltrepassare varrà la pena di essere affrontato, anche se arrivare alla fine non sarà affatto immediato, perché il tempo può guarire ma anche creare distanze.

Sette lunghi anni sono il tempo necessario a ridefinire le priorità, a superare i timori mentre si diventa adulti, per vivere la bellezza di un amore così totalizzante da incutere paura, da accettare inclusi gli errori e il dolore. Un amore così forte aver dato la forza di scalare montagne, ricoperto chilometri, per riportare due ragazzi, divenuti un uomo e una donna, al punto di partenza, tra le dune di una spiaggia sferzata dall’inverno, teatro dove tutto ha avuto inizio.


Nell’acqua gelida sentii che appoggiava la testa sulla mia nuca. Le sue labbra mi sfiorarono la pelle. «No. Non me ne vado, non ti lascio.» Qualcosa mi si incrinò dentro. La sua voce tremava, sembrava essere sul punto di spezzarsi. Smisi di lottare, mi arresi. Il mio corpo si ammorbidì. Lui sentì la mia resa, mi strinse più forte.


Grazie Arianna di averci fatto rivivere le tue origini con Andrea e Viola, due protagonisti indimenticabili che chiedevano solo di essere ricordati.

QUANDO SI AMA NON SCENDE MAI LA NOTTE di Guillaume Musso

QUANDO SI AMA NON SCENDE MAI LA NOTTE di Guillaume Musso

Titolo: Quando si ama non scende mai la notte
Autore: Guillaume Musso
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 2009
Editore: RCS Libri

TRAMA


Mark e Nicole Hathaway sono giovani, affermati, felici. Lui è un brillante psicologo, lei una talentuosa violinista. Vivono in una splendida casa di Brooklyn e hanno una figlia adorabile, Layla. Non ci sono nubi sul loro orizzonte. Ma un orribile giorno, Layla scompare misteriosamente da un centro commerciale di Los Angeles, dove la madre è in tournée. In pochi minuti si consuma una tragedia assurda, incomprensibile, che lascia Mark e Nicole in preda alla disperazione più profonda. Una disperazione che logora e annichilisce, e spinge Mark, dopo mesi di angoscianti ricerche, ad abbandonare casa, lavoro e Nicole per perdersi a sua volta nei bassifondi della città, con la sola compagnia del suo inestinguibile dolore. Ma cinque anni dopo, Nicole riesce a rintracciarlo: deve dargli una notizia sconvolgente, Layla è stata ritrovata nello stesso luogo da cui era scomparsa senza lasciare tracce. Stordito dalla gioia, Mark si precipita a Los Angeles per riportare a casa la sua bambina. È la realizzazione di un sogno che pareva impossibile: la felicità è di nuovo a portata di mano. A bordo del volo per New York, le storie di Mark e Layla si incrociano con quelle di Evie e Alyson, che fanno i conti con un passato ineluttabile come una condanna: Evie è affranta da un lutto che le toglie il respiro; Alyson è divorata da una colpa inconfessabile, che la schiaccia e la corrode. Unite da un solo destino, le loro vite si affacciano a un bivio inaspettato.

RECENSIONE


Di solito la notte porta consiglio ed è il punto di partenza di ogni avvenimento importante della vita. Accade che tutto possa cambiare, trasformarsi da normalità, calma a tragedia in un attimo. Capita anche che la vita di persone sconosciute si intrecci in modi inaspettati e incomprensibili. Non ci si conosce, non si è mai scambiata neanche una parola, ma si ha comunque qualcosa in comune.


“Tutti e tre sono a un punto di svolta, hanno i nervi a fior di pelle, sono vicini al punto di saturazione. Tutti e tre si sentono a un tempo vittime e colpevoli. Ma saliranno sullo stesso aereo.

Tutti e tre hanno un passato doloroso.

Tutti e tre sono stati sconvolti da un lutto.

E la loro vita cambierà.”


E ci si ritrova a vivere le stesse emozioni, gli stessi dolori, le stesse vicende, a confidarsi segreti; magari perché il volto della persona con cui condividiamo il viaggio ci ispira fiducia o vediamo nei suoi occhi, il riflesso dei nostri. O forse è solo perché sentiamo il bisogno di parlare, di tirare fuori quello che non si riesce più a trattenere dentro. E quando ti rispecchi nel tuo stesso dolore, è facile aprirsi e condividere.

Come si può ricominciare a vivere dopo un lutto, dopo un dolore? Gli psicologi vogliono portarci a pensare che perdonando l’altro ma, soprattutto, perdonando se stessi, si possa rinascere. È un percorso giusto ma lungo, lento e straziante che passa prima affidandosi alla vendetta e al senso di colpa. Perdonare sembra impossibile, come se si volesse con il perdono cancellare il torto subito; e serpeggia in noi il bisogno di vendicarsi, di far sentire all’altro il nostro stesso male.  Non è questa la strada per stare bene, occorre prima prendere consapevolezza e accettare la rabbia e il male per poi passare oltre.

La scrittura è scorrevole e accattivante, ogni volta che si arriva alla fine del capitolo, l’autore termina con un accenno di rivelazione che incuriosisce e non si può fare a meno di continuare a leggere.

 Alla fine sembra tutto tornare, ogni dubbio viene sciolto; poi arriva l’inaspettato che scombina tutti gli avvenimenti e i pensieri e viene fuori una verità a cui non eri minimamente arrivato. Questo uno dei pregi del romanzo dove vengono raccontate le storie di tre persone diverse che, all’apparenza non hanno niente in comune, ma i destini giocheranno tra loro.

Ed ecco che capisci alla fine il significato del titolo del libro; la frase ti aveva portato a immaginare una storia d’amore e invece ti trovi diversi gialli da risolvere. E come si possono risolvere se non affidandosi a un sentimento come l’amore che vince sul dolore, sulla rabbia, sulla morte? È vero che “quando si ama non scende mai la notte.”

 Pensateci su, è così…


  

DILLO ALLA PIOGGIA di Bianca Marconero

DILLO ALLA PIOGGIA di Bianca Marconero

Titolo: Dillo alla pioggia
Autore: Bianca Marconero
Serie: Serristori
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternato (Niccolò, Cecilia)
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 3 Aprile 2022
Editore: Sel Publishing

TRAMA


«Non posso crederci. Sono stato fottuto, in ogni senso possibile, dalla futura moglie di mio fratello».

Una notte: è bastata una notte perché Niccolò Serristori perdesse la sua amata Cecilia. Lei ha scelto la danza e Londra. E ha scelto di partire con Jacopo, il fratello perfetto di Niccolò.

24 ore: sono sufficienti 24 ore perché Niccolò abbandoni la boxe e il sogno di diventare un professionista e perché suo padre, Brando, gli confessi qualcosa che Niccolò non avrebbe mai voluto sentire.

9 mesi: nove mesi non bastano per ritrovare la felicità e Niccolò si accontenta di vivere in un garage, esserci per i suoi fratelli e rimediare una birra e una ragazza. Una qualsiasi sarebbe la scelta migliore, ma è difficile resistere alla persona più sbagliata, se questa rappresenta la vendetta perfetta. Una vendetta che ha armi di seduzione imprevedibili.

Una festa in giardino: basta una festa di fidanzamento in giardino perché Niccolò sbatta contro l’evidenza che la vita è un gioco di specchi bugiardi e nessun riflesso racconterà mai la verità.

Ogni singolo istante: il tempo che Niccolò sacrificherà per ricomporre i cuori che ha spezzato in una notte di follia.

Sullo sfondo di una Roma che va dai sampietrini ai tetti dei palazzi patrizi, tra ring di periferia e i templi della danza, tra baci proibiti e cadute nel peccato, Niccolò dovrà battersi per salvare ciò che ama e trovare il coraggio di buttare il cuore al di là dell’ostacolo, con il rischio di perderlo per sempre.

Fino all’ultimo respiro. E oltre.

RECENSIONE


“La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia.”

Così diceva il grande filoso e politico indiano Mahatma Gandhi, che con questa immagine di grande poesia invita a riflettere sul nostro modo di affrontare le avversità, soprattutto in quei momenti in cui la vita ci mette a dura prova e la tempesta sembra non finire mai. E come non siamo in grado di governare una tempesta, allo stesso modo non possiamo controllare le difficoltà più grandi che a volte intercettano il nostro viaggio.

Un incoraggiamento a non lasciarsi sopraffare, a vivere intensamente ogni istante, nonostante la tempesta. E non solo. La tempesta può persino rivelarsi un’occasione per imparare a danzare e mai come in questo libro questa esortazione trova compimento, ampliando il suo significato grazie alla magistrale bravura di Bianca Marconero.

“Dillo alla pioggia” è un romanzo che si attendeva da tempo, e mai l’attesa è stata ripagata, superando ogni più alta aspettativa. Le ragioni sono molteplici e forse non sarà possibile racchiuderle tutte in poche righe, ma ci proverò iniziando a parlare del magnetico protagonista maschile di questa storia, Niccolò Serristori.

Ribelle, inquieto, tormentato, avvolto da un buio interiore che spesso rischia di inghiottirlo fino a confondere i suoi scuri lineamenti, totalmente opposti al chiarore quasi angelico dei membri della sua famiglia.
Una diversità somatica che lo distingue per definirlo in molti sensi, come fosse una banco di nuvole nere e minacciose cariche di pioggia che appaiono all’orizzonte, una densa macchia nera su una superficie bianchissima, così densa da compenetrare anche lo strato sottostante.


So che dovrei smetterla. So che dovrei fare un passo indietro. Invece corro incontro alla tempesta perché, quando il nero mi chiama, io devo entrarci. Sempre.


E’ il nero che ricorre e sembra definire Niccolò, non solo per il colore dei suoi capelli e degli occhi ma anche per l’inchiostro che ricopre la sua pelle, capace di parlare una lingua muta che non necessita di parole, preferendo esprimersi con disegni e simboli a ricordo di istanti, momenti, legami indissolubili, così importanti da tenere segreti.

Ed è forse la preziosità di certi sentimenti a spaventare chi ha troppo bisogno di amore, chi si sente inadeguato, insicuro, immeritevole di essere amato fino a far predominare il buio interiore, il nero che sovrasta rendendoci incapaci di comunicare, in un costante conflitto con noi stessi e il mondo.


Il pugilato è l’ultimo dei miei punti fermi. L’unico che sono riuscito a conservare.



E’ così che Niccolò vive il rapporto con sé stesso, come fosse eternamente sul ring a tirare pugni alla vita e soprattutto a sfidare chi ama di più, come suo padre Brando, che gli ha donato tutto di sé, le sue fragilità, la sua irruenza e soprattutto il suo cuore immenso.
La natura del rapporto tra Brando e suo figlio è di una autenticità incredibile, proprio perché tratteggiato con una profondità spiazzante, in ogni discussione, ogni parola sbagliata, ogni lacrima versata. Senza dubbio rappresenta una delle parti che ho amato e sentito di più di questo romanzo meraviglioso.

Un legame così genuino in cui è impossibile non specchiarsi fino a commuoversi, in un saliscendi di conflitti, incomprensioni, sfide, ricompense, distanze e riavvicinamenti che raccontano la complessità di certi legami che viviamo con le persone che più ci somigliano ma con cui spesso è più difficile relazionarci.

Bianca Marconero offre con questo libro una chiave di lettura sulle relazioni familiari, nel senso più ampio del termine. Una dimensione ordinaria costituita da sentimenti straordinari che sperimentiamo ogni giorno, in cui l’amore incondizionato che ci unisce alle persone che amiamo è spesso contrapposto alla difficoltà di interagire, all’incapacità di capirsi, rendendo questa lettura un viaggio indimenticabile.


Sono solo un vigliacco che non ha mai avuto un colpo di fortuna. Nessuno, a parte essere amato da lei. Mi basta la sua bocca per accendermi, mi bastano le sue mani per essere suo. Il mio corpo reagisce alla sua presenza come se fosse la destinazione di un viaggio della speranza. Una terra promessa da un mago bugiardo, in cui coltivare tutte le nostre illusioni.


Un romanzo di crescita e di cambiamento che divampa con la potenza di un uragano capace di spazzare via certezze, crepare le superfici più dure e incrinare le mura più alte. Una tempesta tanto devastante da rompere i legami apparentemente più solidi ma che in verità nascondono ancora fessure mai sanate, in cui riecheggia un passato troppo pesante da elaborare, come quello che ha segnato le vite di Brando e Agnese. Un cataclisma che però mai come adesso diventa necessario affrontare per continuare a camminare nello stesso orizzonte:


Non è vero che negli anni si cambia, puoi smettere di pensare alle ferite iniziali, quelle che ti hanno trasformato, nel bene e nel male, ma non le puoi guarire né dimenticare. Loro crescono con te, sono la zavorra della tua sicurezza, il contrappeso delle ambizioni e i nemici delle speranze.


Si dice che si matura con gli anni, altre volte, invece, sono le delusioni ed i fallimenti a farci maturare, anche attraverso il dolore, la perdita, la mancanza. Sono proprio i momenti di maggiore difficoltà e di grande sofferenza a farci crescere di più, mettendoci difronte allo specchio e vedere davvero i nostri limiti e le potenzialità. E non vi è un manuale che insegni ad evolvere, anche se si sta insieme da vent’anni oppure se li abbiamo appena superati anagraficamente, come per Niccolò e Cecilia, perché per ognuno vi sono tempi diversi e soprattutto esperienze diverse.


Considerando come è finita, tra me e la mia ex migliore amica, costruire una riserva di caccia che coinvolge tutte le ragazze legate a lei è stata un po’ la mia missione da quando mi ha girato le spalle ed è partita per Londra.


Sottile, dalle sembianze di una fata dei boschi, con una pelle dal candore abbagliante, i capelli come “fili di liquirizia” e gli occhi “del colore della neve”. Un insieme che le conferisce un aspetto etereo, e danzando l’effetto si espande trasformandosi in un’essenza immateriale. La danza richiede impegno e dedizione, divenendo una maestra di vita e che regala la possibilità di capire le proprie capacità creative, un’esperienza individuale unica, ricca di volontà ed amore.


Sono una ballerina, io sorrido con tutto il peso sulla punta di un piede, è per quello che riesco a sembrare implacabile.


Cecilia è una “combattente sulle punte”, capace di esprimersi solo grazie alla danza, in cui riversa i suoi conflitti interiori, generati da un’antica paura di essere abbandonata, dalla solitudine, da una profonda insicurezza interiore e da una diffidenza innata. Eppure è con Niccolò, il suo “Cocò”, che da sempre è in connessione esclusiva, un legame basata su una condivisione delle stesse paure, del senso profondo di insicurezza. Così apparentemente diversi da essere identici nell’anima, nel cuore.
Lo stesso che li unisce e che batte all’unisono, fin dal loro primo incontro, narrato nella bellissima novella “Un’estate al mare”:


E’ piccolina, ma proprio tanto, con i capelli neri tutti spettinati. Ha un vestito bianco come la sua voce e ha gli occhi, come sarebbe il cielo se lo guardassi attraverso un ghiacciolo al limone. «Ehi!!» Lei tace. «Eìtu», dice lei.


Bianca Marconero regala con questo romanzo una prova magistrale della sua sensibilità come persona e della sua bravura come autrice, impeccabile sotto ogni punto di vista, catturando il lettore fino alla fine grazie ad uno stile evocativo magnifico, dialoghi acuti e potenti, un ritmo d’azione serrato e una perfetta coerenza narrativa che ha unito con sapienza e dovizia ogni dettaglio che accade nelle novelle precedenti, fino a raggiungere l’apice tra queste righe.


«Vorrei farti vedere il mio cuore, un secondo soltanto, e lo troveresti pieno di te», mi prende la mano e se la preme sul petto. «Io ho bisogno che tu sia te stessa, per essere me stesso. Ho bisogno della passione che metti nelle cose, per sentirmi realizzato», afferra il mio viso.


L’amore è un percorso fatto di cadute e risalite, in cui è facile perdersi e a volte impossibile ritrovarsi, perchè l’incapacità di capirsi e di comunicare pone trappole, imbrogli, sensi di colpa creando il feroce inganno del fraintendimento.

È nelle azioni e nelle intenzioni che si vede quanto siamo in gradi di capire l’altro, le parole spesso non bastano, non sono risolutive, soprattutto se non sono attuate da gesti allineati con il pensiero, quello del cuore.

Le parole possono non essere abbastanza è vero, quindi? Allora guardiamo il cielo sopra di noi, anche quando piove, anche quando la tempesta ci travolge e impariamo a ballare aspettando che passi, prendendo confidenza con l’acqua come fosse la vita che ci scorre addosso, lasciandoci senza fiato ma felici, col cuore a mille dalla fatica. Facciamolo, come Cecilia e Niccolò, sublimi danzatori di questo capolavoro.   


Ed è così che dovrebbe finire il racconto di una storia d’amore, con i sogni proiettati nel futuro, due corpi legati per sempre e un bacio senza inizio né conclusione, senza partenza né arrivo. E potrei dire che questo bacio ne vale dieci, ma mentirei. Perché in verità è come Niccolò. Questo bacio è semplicemente infinito.


L’unica consolazione alla fine di una magia e aspettare che presto ne arrivi un’altra:


Ti è mai capitato di immaginare tanto una cosa, di disegnarla nella tua mente e poi renderti conto che quello che hai realizzato non è come quello che avevi progettato?». Ci penso, la domanda merita attenzione. Poi annuisco. «Certo, credo capiti a tutti. C’è sempre un divario tra realtà e fantasia». «Be’, a me non è mai successo. Quello che vedo nella mia testa coincide con ciò che creo. Non ci sono scarti tra un progetto e un’opera». «Okay, e quindi?» «Non sono abituato a questa sensazione», dichiara. «Mentre ora ce l’ho».


Resto in attesa che Jacopo e Clara ci prendano per mano e ci conducano all’epilogo di questa serie indimenticabile, con la consapevolezza che quando i fuochi saranno terminati, essi ci restituiranno un cielo più vasto e silenzioso, e per questo non finiremo mai di guardarlo, né di leggere le storie di Bianca Marconero.

THE FUCKING FOREVER SERIES di Bianca Marconero

THE FUCKING FOREVER SERIES di Bianca Marconero

Titolo: The Fucking Forever Series
Autore: Bianca Marconero
Serie:The Fucking Forever
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternati (Brando e Agnese)
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 2016 2019
Editore: Self Publishing

TRAMA


Agnese ha diciannove anni, è la figlia di un senatore piuttosto influente e ha ricevuto un’educazione rigida. Le piace disegnare ma ha messo i sogni nel cassetto e si è iscritta a Giurisprudenza. Dopo la morte della madre, ha imparato a nascondere a tutti i suoi veri sentimenti ed è diventata la classica ragazza ricca, perfetta, composta e fredda, ma in realtà piena di insicurezze. Quando la sua incapacità di lasciarsi andare allontana il ragazzo di cui è innamorata da anni, Agnese capisce di avere bisogno di aiuto. Vorrebbe qualcuno che le insegni a essere meno impacciata e Brando, il suo fratellastro appena acquisito, sembra proprio la persona giusta. Lui lavora di notte, suona in una band e cambia ragazza ogni sera. Peccato che il bacio che i due si scambiano per “prova” sia lontano anni luce da un esercizio senza conseguenze. Così le loro lezioni di seduzione ben presto diventano qualcosa di più…

Cosa sei disposto a fare per la persona che ami? Cosa sei disposto a fare per ritornare a casa?
Brando e Agnese si sono lasciati. Sono passati tre anni dalla loro separazione. I ricordi sono i loro compagni silenziosi ma cercano di andare avanti e ricostruire le loro vite. Brando, dopo le vicende accadute a Montréal, desidera una felicità di base, fatta di amicizia, lavoro e affetti. Vuole consolidare il successo della sua band, gli Urban Knights, e soprattutto desidera innamorarsi di nuovo. Quando incontra Penny, una giovane fotografa, si convince di aver trovato la persona che può aggiustare il suo cuore spezzato. Agnese vive a Milano e ha un unico obiettivo: proteggere la persona più importante della sua vita. Affronta le difficoltà a testa alta, in fuga dal padre, il senatore Goffredo Altavilla e in lotta continua con Lucio, divenuto ora l’avvocato del senatore. Dopo una serie di appuntamenti mancati con il destino, Brando ritrova Agnese e scopre l’esistenza di Jacopo. L’incontro fornirà l’occasione per ripartire un’altra volta o sarà l’ennesima caduta verso un finale sbagliato? In che direzione va il “per sempre”, quando i segreti del passato diventano troppo ingombranti, quando l’amore deve essere gridato, quando la fiamma brucia ancora, pronta a divampare, per l’ultima volta?

RECENSIONE


Era il 2019 quando lessi per la prima volta questa dilogia. Una folgorazione, la netta sensazione di un legame immediato con una nuova dimensione che avrebbe avuto molti significati per me. Raccontarvi la storia di Brando e Agnese è doveroso e lo faccio a poche settimane dall’uscita del romanzo del loro secondo figlio Niccolò di cui vi parlerò prestissimo e in prospettiva di avere tra le mani il libro del loro primo genito, Jacopo, che chiuderà la serie di questa famiglia amatissima.

Così in attesa di arrivare alla conclusione, ho voluto riprendere in mano tutti i fili di questo articolato mosaico, per unire i dettagli, vedere sfumature che mi erano sfuggite e immergermi nuovamente con anima e cuore in un viaggio che mi ha fatto tornare a casa.
E non vi è emozione più grande che il senso di familiarità di una storia che ti appartiene nel profondo, che in un certo senso è stata l’inizio di un’avventura meravigliosa, tuttora in corso. Fu proprio per conoscere Bianca Marconero che 3 anni fa visitai da sola la prima edizione del FRI. Non avevo idea di cosa mi aspettasse ma sapevo che lo zaino in spalla mi sarebbe servito, non solo per riempirlo di libri ma anche di sogni.
Fu una giornata in cui capì che qualcosa era nato dentro di me, una giornata perfetta.


La perfezione esiste ed è in una giornata come questa”.


Sono queste le parole che aprono “Un maledetto addio” la novella che introduce “The Fucking Forever Series”, grazie alla quale l’autrice Bianca Marconero permette al lettore di sbirciare nei precedenti due anni dall’inizio della tormentata storia di Brando e Agnese, due ragazzi giovanissimi e profondamente diversi che si troveranno indissolubilmente destinati a vivere un amore assoluto e disperato, non solo per la loro giovane età ma anche per le intricate e dolorose vicende familiari che li travolgeranno.


La casa mi accoglie come un abbraccio nero. Sembra un luogo dove non abita più nessuno. Prima qui c’erano un senso e un significato. C’era mio padre, che scriveva la sua musica e amava mia madre e c’ero io che giocavo con i Lego sul tappeto. Che costruivo i sogni, un desiderio alla volta. Ora mi sdraio su quello stesso tappetto, lo cerco sotto le dita. Vorrei trovare uno dei miei vecchi mattoncini, uno solo in mezzo alla lana. Solo uno per ricordarmi come si fa a costruire un sogno. Ma c’è solo il nero. Il vuoto mi circonda e mi ammazza il cuore.


Il nero, il senso di solitudine, i sogni infranti, la paura del cambiamento. E’ così che conosciamo Brando, e non vi è pagina in cui non si respiri la sua inclinazione a proteggere chi ama, la sua ingenuità, la purezza del suo animo, che lo rende così simile all’amatissima madre Isabella, capace di incarnare in modo profondamente complesso e per questo autentico l’amore materno per antonomasia, il senso di sacrificio.

La natura del rapporto tra Brando e la madre, basato su un fortissimo senso di protezione ed accudimento, è una delle parti più profonde che ci offre questa novella, che stende le basi per quelli che saranno i conflitti, le disfunzioni, le ombre, gli equilibri, le attitudini come anche gli errori e le incomprensioni che segneranno la vita di tutti i protagonisti della serie, fino alla seconda generazione, inclusi alcuni personaggi collaterali come Alice, protagonista della serie “Tabloid”, che ritroveremo più volte.

Schietta, diretta, bellissima e con una spiccata personalità, Alice è una delle poche persone che vedrà Brando nella sua essenza, instaurando con lui una relazione libera ma anche profonda, con un affetto incondizionato fino a fare breccia nelle sue più nascoste paure e insicurezze. Il loro rapporto è di un’autenticità impressionante, ricordandoci in poche parole una grande verità, che molti di noi hanno sperimentato nella vita:


Potevano essere magnifici , ma siamo semplicemente accaduti nel momento sbagliato.


Perchè la vita a volte ci toglie qualcuno, privandoci della possibilità realistica di essere completi e felici, mettendoci difronte la persona più diversa da noi, come due universi paralleli inconciliabili, senza orizzonti comuni, senza lo stesso sole che rischiara il giorno, senza la stessa luna che illumina la notte. Ed è così che accade per Brando e Agnese:


E succede che a forza di guardami nello specchio vedo accanto alla mia immagine il riflesso di un’altra persona, lontana. Una ballerina da carillon che alza il braccio e mi rivela il suo profilo.
Assume a comando pose plastiche di una grazia quasi poetica. Una sarta misura, l’altra segna. Mi viene in mente un ritmo, e intuisco una melodia. Qualcosa da appoggiare sopra a questi gesti.


“Una ballerina da carillon” talmente bella come un’apparizione, una visione mistica, da ammirare estasiati. Una descrizione che sembra il perfetto segno premonitore di quanto l’apparenza possa essere ingannevole e fuorviante, preannunciando uno dei fili conduttori che caratterizza questa storia.


Guardo la sua schiena sottile e il movimento gentile dei fianchi finché non sparisce. E per qualche ragione che non riesco ad afferrare continuo a vederlo anche dopo che ho chiuso gli occhi. Mi resta attaccato addosso. E lo porto con me, dentro ai miei sogni.


Si dice che innamorarsi di una persona totalmente opposta a noi nasconda l’istintiva necessità di ritrovare lo stimolo di sviluppare delle qualità che non abbiamo e che sono fondamentali per migliorarsi, per fare un passo in più nella costruzione della propria personalità.

Brando e Agnese ampliano il significato di questo bisogno in modo sublime e veritiero, in un turbine di conflitti, ingenuità, immaturità e fraintendimenti dovuti non solo alla loro giovinezza ed inesperienza ma anche per i condizionamenti di chi è intorno a loro, di chi li ha feriti e amati allo stesso tempo.

Entrambi di una forza ed una fragilità disarmanti. Così veri da sembrare reali, vivi:


Tuttavia il marchio della sconfitta io ce l’ho addosso. Lo sento ogni volta che apro gli occhi in questa casa, ogni volta che guardando me vedo mio padre. Siamo qui, io e mia madre, perché io ho promesso l’impossibile. Perché non sapevo neppure come cominciare a prendermi cura di lei e alla fine mamma ha sposato il senatore. L’ha sposato perché io non so mantenere le promesse.


Brando è un’anima tormentata, in perenne lotta con sé stesso e la vita, vinto da un senso di colpa dilaniante che lo fa sentire perennemente in bilico e inadeguato, con un’insicurezza interiore capace di renderlo cieco all’evidenza.


La mia matrigna è una donna bellissima ma senza cervello, che tollero per quieto vivere. Suo figlio, un debosciato che mi limito a ignorare. Quindi ho dei familiari, ma non una famiglia che mi possa aiutare.


Agnese figlia ideale, ubbidiente, inquadrata, in costante dimostrazione di essere adeguata alla società a cui appartiene, rispettosa e meritevole di un affetto paterno agognato ma inesistente, così priva di affetti reali, e sinceri da intenerire, come quello di una famiglia.

Quanto il destino possa essere generoso e al contempo traditore perfino crudele si scopre durante il racconto degli eventi che travolgeranno questi due giovani ragazzi, che grazie ad una convivenza forzata si coinvolgono in una relazione di natura educativo-formativa, suggellata da uno scambio apparentemente innocuo che in realtà innescherà un gioco pericoloso, quasi letale, per entrambi:


La facilità con cui l’ho convinta mi esalta. Sono così teso che sto male. Se non la bacio, muoio. E qualcosa mi dice che il bacio che sto per darle sarà una botta al cuore.


Una storia capace di conficcarsi nel cuore, in cui nessuno è vittima e nessuno è carnefice. Ed è questa la sensazione che marchia la pelle del lettore, che lo pone difronte a delle domande a cui è impossibile rispondere in modo univoco. Bianca Marconero si addentra con magistrale bravura nel dedalo delle dinamiche delle relazioni e delle emozioni, offrendo non un semplice romanzo bensì una chiave interpretativa preziosa che promette di rispondere a questioni che sono alla base della nostra vita sentimentale, familiare: quanto è difficile risolvere i conflitti, affrontare i cambiamenti, comprendere ed accogliere le emozioni di chi ci è vicino?

Spesso è più facile fermarsi in superficie, limitarci a vedere quel che gli altri ci mostrano di sè, perché scendere al di sotto di ciò che appare richiede coraggio, significa rinunciare all’ossigeno e imparare a respirare con il cuore, ascoltando i silenzi, guardare al di là delle ombre, mettendo in pausa in cervello.


La perfezione esiste. È in questo momento, tra le mie braccia. Si chiama Agnese. È una perfezione imperfetta, penso, mentre è nuda, in questo letto, girata di schiena e io la abbraccio.


Una piccola mansarda, un amore così assoluto da pretendere l’eternità, non descrivibile in parole ma misurabile in gesti, sguardi, battiti così forti e potenti da crepare le mura erette a difesa di due cuori progettati per palpitare all’unisono, segnando la resa finale di una lotta persa in partenza.



«Non voglio niente tra di noi». «Agnese, no», protesta in un soffio che muore sulle mie labbra. «Già devo stare attento. Non voglio farti stare male, voglio che sia bello, voglio…». «È già bello», rispondo. «È stato bello da subito, e lo è stato sempre. Non puoi farmi male, Brando. C’è troppo amore».


Troppo amore, un sentimento così devastante da rasare al suolo tutte le certezze, da spazzare via dubbi, da capovolgere il tempo e lo spazio, così cieco da illudersi di sopravvivere alle bugie, di dimenticare le promesse fatte fino a sgretolare la speranza di un sognato “per sempre”.
Il primo romanzo si chiude con un epilogo di un’intensità straziante, a tal punto da sospendere il giudizio su chi è innocente e su chi è il colpevole perché quello che l’autrice mostra è la traccia definitiva che delinea il confine del prima e del dopo di due vite, che non saranno mai più come prima, togliendo significato ai “se”.
Il fragore incessante della pioggia fa da teatro ad uno dei momenti più incisivi di questo libro magnifico, in cui l’acqua del cielo sembra fondersi con le lacrime di un amore finito. La pioggia che lava via tutto, che cancella le tracce di ciò che è stato e che si collocherà al centro di un’altra scena struggente, di cui vi parlerò dopo domani.


«Non è questa la domanda che devi farti, Agnese. Non chiederti se ti perdonerò. Cerca piuttosto di capire se potrai mai perdonare te stessa». E piange anche lui mentre lo dice. Piange. Mi gira le spalle e se ne va. Oggi siamo morti tutti.


Un viaggio lungo tre anni in cui niente sarà più come prima, nessuno è stato risparmiato dal tempo e dalle vicissitudini che hanno trasformato vite, stravolto i destini, sovvertito le priorità.

Stravolgimenti che grazie alla novella “Montreal” conosciamo nei dettagli, in cui l’autrice porta il lettore negli abissi di Brando, sprofondato in un buio senza fondo, e nella feroce solitudine di Agnese, abbandonata da chi diceva di amarla, in un percorso parallelo di resa e di rinascita, di dolore e scelta di sopravvivenza.


Il dolore ci ha messo in prigione. Io qui, e lui dall’altra parte del mondo.


Montreal e la Sicilia saranno i due emisferi in cui i due protagonisti combatteranno le loro battaglie con strumenti completamente diversi: lui armato di rabbia e dolore, lei fortificata da una nuova identità. Due percorsi che segnano inesorabilmente la loro trasformazione in adulti, amplificando le loro diversità, mettendo maggiore distanza tra loro.

Nel secondo romanzo “Un maledetto per sempre” ritroviamo due ragazzi completamente diversi, a cui la vita ha tolto moltissimo dimostrando però una reazione alle difficoltà e uno spirito di adattamento al cambiamento per le ferite subite diametralmente opposti.


Il cambiamento in sé non è buono o cattivo. È, potenzialmente, entrambe le cose.


Se da un lato Brando si è perso e dato per vinto fino all’oblio in un saliscendi di successi e fallimenti, Agnese è cambiata, totalmente, scendendo a patti con una nuova realtà, quella di una vita dura ma dignitosa, rivestendo i panni di una combattente pragmatica capace di oltrepassare anche sé stessa per un amore ancora più grande, totalizzante, salvifico, l’unico legame che le consente di amare indirettamente l’amore della sua vita:


Lui si gira di tre quarti, lanciandomi un’occhiata furtiva. E finalmente lo vedo. Ha due enormi occhi verdi come foglie. È più arrabbiato che spaventato, ma a parte questo sembra un miracolo. Ha il tipo di bellezza che richiede un contributo a chi la guarda, ti devi posizionare lì, sull’orlo delle lacrime. Sembra un quadro tratteggiato a occhi chiusi da qualcuno che lo desiderava esattamente così. È una dichiarazione d’amore in carne e ossa.


E rivedersi dopo che ogni particella è stata ammaccata, dopo che ricomporre i pezzi sembra impossibile, ha il sapore dolce amaro della resa, come se il tempo non fosse passato e lo spazio non avesse allontanato, ricalandosi in una bolla di felicità effimera, un’illusione che non lascia scampo a due cuori induriti ma ancora troppo bisognosi l’uno dell’altra da restare indifferenti.


A volte penso che riassumere Agnese richiederebbe una vita supplementare. Un anno per ogni secondo passato con lei. Quanto fosse ingombrante l’ho capito quando l’ho persa. Mi sono misurato con il vuoto, senza trovare i contorni di quello che non avevo più.


Un lungo e turbolento percorso di espiazione, una catarsi in cui i ricordi riaffioreranno, il dolore riemergerà implacabile per riaprire cicatrici mai sanate.

Tra cadute e risalite, sensi di colpa mai elaborati, passi falsi inesorabili, verità da svelare e segreti inconfessabili, ammissioni che prendono il posto delle bugie, paure irrisolte e fragilità nascoste, Brando e Agnese si graffieranno accarezzandosi, proveranno a capirsi fraintendendosi, comunicheranno un linguaggio a due velocità con la speranza sempre viva che le loro frequenze si allineino per battere allo stesso ritmo, e ricomporre l’unisono di due cuori che vorrebbero solo ritrovare la strada per tornare a casa, in una piccola mansarda dove ricongiungersi ai sogni e alle promesse che avevano lasciato sospese, in Vicolo del Leopardo.

Grazie Bianca per averci raccontato questa storia, per aver creato una dimensione dove rifugiarsi e perdersi tra le pagine di un capolavoro, ricordando che vi sono persone nate per donare emozioni, come te.
La storia di Brando e Agnese estende il significato della parola “amore”, quello così autentico da ferire e lenire allo stesso tempo. Quello che molti di noi hanno sperimentato nella vita.


«Lui è la prova che non ho un sasso al posto del cuore, che c’è stata almeno una persona al mondo che cambiava il colore delle mie giornate. E, comunque andrà la mia vita, so che non morirò senza aver provato un amore assoluto, per qualcuno che non fosse mio figlio. Il mio amore sta in piedi da solo. Anche senza di lui. E non voglio smettere».


Come dici tu “c’è un destino dietro a ogni porta”, ed io ci credo perché quella che mi hai aperto tu è stato un regalo dal valore inestimabile, come quello dei sogni ancora da realizzare e di tutte le porte ancora da aprire.

E dopo Niccolò, che mi ha strappato il cuore in due, aspetto la storia di Jacopo per ridare a lui quella metà che gli appartiene già.

JOEL & SUE di Laura Nottari

JOEL & SUE di Laura Nottari

Titolo: JOEL & SUE
Autore: Laura Nottari
Serie: autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV singolo (Sue)
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 6 Aprile 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


Terreno di caccia: Manhattan, Greenwich Village.
Cacciatrice: Mary Sue Clarke, pasticciera ventisettenne, mamma di due gatti.
Preda: maschio etero di bell’aspetto, da sposare prima dei trent’anni.

Trovare l’amore a New York è più facile a dirsi che a farsi. Durante una festa, però, Mary Sue conosce Jason, giovane, sexy e simpatico, che ricambia le sue attenzioni. Il principe azzurro ha un solo, grosso difetto: il suo migliore amico Joel, un buco nero umano, caustico e scontroso. Complici un imbarazzante malinteso, un patto e il suddetto principe azzurro partito per chissà dove, Mary Sue e Joel saranno costretti a frequentarsi, tra alti e bassi tutt’altro che amichevoli. Tra loro è odio a pelle, mal sopportazione a prescindere, guerra all’ultima parola.

A lei, Joel non piace per niente… le ha anche dimezzato il nome e si ostina a chiamarla Sue!
A lui dà sui nervi quella sguaiata che si struscia addosso al suo amico.
Al destino, invece, “Joel & Sue” sembra davvero andare a genio.

RECENSIONE


Era da tempo che volevo leggere una storia di Laura Nottari e mai occasione più ghiotta è stata quella di questo libro non solo dalla copertina spassosa e coloratissima, ma anche dall’ambientazione affascinante.
A fare da scenario a questo romanzo è New York, città che conosco e che amo moltissimo per le sue strade intasate dal traffico, i suoi grattacieli luccicanti che si confondono con quelli più datati, il caos frenetico dei semafori, i suoi parchi suggestivi, alcuni dei quali capaci di apparire all’improvviso come piccole oasi verdi in una distesa di modernità.

Una piccola ma bellissima fuga dalla realtà che grazie alla lettura di “Joel & Sue” ho potuto intraprendere immergendomi nell’atmosfera cosmopolita ma anche accogliente di questa città bellissima e mai uguale, con i suoi angoli privati conosciuti solo da chi ci abita, o chi ha deciso di venirci a vivere, come i due protagonisti di questa storia, Joel e Sue.
Joel e Sue, per il momento perché prima di poter usare il logogramma “&” ed unire i due nomi ci vorrà un po’ di tempo.

Quanto? Difficile rispondere senza leggere questo libro, ma fidatevi ogni pagina merita di essere assaporata come i fantasiosi dolci che prepara Mary Sue (usiamo il nome completo per il momento, sai mai si offendesse), pasticcera per passione e dalla personalità spumeggiante (evitiamo “frizzante” altrimenti qualcuno potrebbe irritarsi), alla ricerca della sua anima gemella alla soglia dei trent’anni:


Brividi serpeggiano lungo la mia schiena, trascinati dalla visione di una fila di bottoni chiari, e poi su, su, fino a un colletto dritto come un’autostrada, con due asole aperte. Dopo, ahimè, è il turno della creatura. Mento rasato dal più rasoio dei rasoi, mandibola serrata, bocca dritta e seria. Zigomi alti, viso squadrato, occhi cupi e severi che danno il benvenuto ai miei senza mostrare il minimo accenno di vita, di gioia, di nulla. Capelli scuri, cortissimi ai lati e…


Descrivere Joel non è facile, ma sicuramente in questo passaggio è evidente quanto il suo aspetto impeccabile e perfetto si conformi al suo carattere, rigido, cinico e dissacrante. Ammetto che non vi è stata pagina in cui non abbia ammirato questo personaggio tanto odioso quanto fantastico, e quindi assolutamente autentico. Pieno di manie, ossessionato dall’igiene, intollerante al lattosio quanto ad ogni forma di socializzazione, Joel, detto Naziel per i suoi approcci al limite del sadico, è davvero un “buco nero” come spesso lo parafrasa nella sua mente Sue, perché impenetrabile e oscuro, incapace perfino di sorridere.


«Ecco, Joel è il mio cagacazzo con reso» dico, tirando su con il naso. Ho lacrime ovunque, dentro e fuori. «È stronzo, supponente, problematico e asettico. Ha messo il suono della papera ai miei messaggi! Io voglio un uomo tenero e comprensivo, non uno che sterilizzerebbe l’aria che respira.»


Fino all’epilogo ho voluto riservarmi il beneficio del dubbio nel giudicare frettolosamente Joel e le sue crudeli quanto dichiarate mancanze emotive, non solo perché convinta che mi avrebbe in qualche modo sorpreso e fatto assistere ad un’evoluzione ma soprattutto perché è la versione di Sue che conosciamo. La storia infatti è raccontata solo dal punto di vista di lei, una scelta narrativa che se da un lato coadiuva la forte chiave ironica del racconto dall’altro amplifica l’aurea di mistero che avvolge il protagonista maschile, rendendolo perfetto proprio per essere imperfetto.


«Perché mi hai dato la tua email? Sii sincero, avanti.» «Curiosità, suppongo, che poi è mutata in qualcos’altro, diciamo una missione.

«Con il giusto impegno» spiega, «riuscirò a tirare fuori la Sue meno cretina che è in te. So che c’è, ma dal vivo, non so per quale assurdo motivo, tende a ritirarsi come una lumaca nel guscio.»


Bionda, sexy, incostante, insicura, dolcissima, sognatrice, amante dei gatti e cuoca provetta. E’ così che Mary appare ai suoi amici.
Sbadata, sguaiata, superficiale, volgare, inconcludente, appariscente, chiassosa. Questa è invece Sue, per Joel.

Sarà davvero così frivola e leggera come appare agli occhi di Joel lei, Sue, ragazza di provincia venuta nella grande metropoli per inseguire chimere fuori dalla sua portata? Joel sarà davvero così l’intoccabile e algido, affermato professionista, incapace di scomporsi e sorridere?

Una missione per scoprire quale parte predomina sull’altra sarà l’inizio di un complesso rapporto tra due personalità così antitetiche da trasformare la loro conflittuale conoscenza in un’esilarante competizione tra chi resisterà più a lungo con la propria armatura addosso, una spessa corazza fatta di convinzioni, certezze, paure, limiti.
Chi scompiglierà per prima la perfetta acconciatura dell’altro e chi rimuoverà ogni residuo di make up (incluso il mascara waterproof) dell’altra?

Un romanzo che intrattiene con acume, divertendo moltissimo ma anche offrendo spunti di riflessione per nulla banali:


«Ma un rapporto tra due persone è inutile, se queste non traggono miglioramento l’uno dall’altra. E il non voler cambiare è un’illusione. Cambiamo ogni giorno che passa, purtroppo.»


Capire chi uscirà per primo dalla propria comfort zone sarà una delle sfide che i due protagonisti di questa storia bellissima e originale dovranno capire di dover affrontare.
Una lettura in cui primeggiano non solo personaggi (umani e felini) finemente caratterizzati, così sfaccettati e ricchi di sfumature da essere totalmente credibili, ma anche dove predomina lo stile di un’autrice dal talento profondo, capace di alternare spassose battute a momenti di grande emozione:


Sognavo un dolce principe in armatura, ma sono stata rapita da un cavaliere nero polemico, irrispettoso e cinico. Uno che non ama la vita di corte, non invita la principessa a ballare, disapprova i suoi vestiti e i modi frivoli, salvo poi rapirla e mostrarle il mondo come fosse qualcosa di nuovo. E il mondo, visto dagli occhi di un antieroe e vissuto attraverso la sua pelle, è tutta un’altra storia. L’antieroe è la vita, è l’autocritica, i piedi per terra che mancavano alla principessa scema. Il valore aggiunto reale, in una realtà inventata da lei stessa.


Laura Nottari con abilità e intelligenza consegna una storia che parla di cambiamento personale, di trasformazione, evoluzione in parte conscia e in parte non, che avvolge le vite di due ragazzi così diversi da essere simili. Una storia che si innesca sulla miccia dell’odio e che evolve in modo progressivo fino a trasformarsi in un legame tanto complesso quanto irrinunciabile.

Joel e Sue sperimenteranno un processo catartico che li aiuterà a rivelarsi nella loro essenza e accettare i loro difetti, imperfezioni, come anche i propri desideri. Si sveleranno lentamente, ed è questo che rende questa storia davvero bella e profonda, come fossero entrambi intenti a spogliarsi l’uno difronte all’altra con metodo e accurata lentezza , senza rinunciare all’impeto di lanciare i vestiti arruffati sul letto, e rimanere nudi davanti allo specchio per volersi reciprocamente con tutto il pacchetto completo (gatti inclusi).

Uno spettacolo intrigante a cui è stato bellissimo assistere e che raccomando di scoprire a chiunque voglia sorridere con gusto, scoprendo le infinite gioie che possono riservare le pareti di una doccia.


Ci chiedevamo: voi due siete amici e basta, o c’è dell’altro? Del tenero intendo. Se non volete rispondere, capiremo benissimo, ma dato che siamo tra di noi e che vi vediamo così affiatati, insomma, saremmo curiosi di sapere se c’è un Joel & Sue, o siete solo Joel e Sue.»


Credetemi, arrivare a mettere quella “&” sarà un viaggio indimenticabile.

Chapeau Laura.

OVUNQUE PER SEMPRE di Vera Demes

OVUNQUE PER SEMPRE di Vera Demes

Titolo: Ovunque per sempre
Autore: Vera Demes
Serie: autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 13 Aprile 2022
Editore: Sel Publishing

TRAMA


Vanessa Floris è in piedi sull’orlo di un abisso.

Studentessa dei Parioli, una quotidianità spesa tra amici che non sono amici, vacuità, apparenza, sballo facile e un perenne senso di inadeguatezza, ha deciso di farla finita. Non c’è niente che la tenga agganciata alla vita, nessun sogno, nessun desiderio e tantomeno il rispetto per sé stessa. E così, una notte, decide di farlo.

Lanciarsi nel Tevere e annullare per sempre la paura.

Un gesto semplice.

Se non fosse per quel ragazzo. Capelli nerissimi, aria decisa e uno sguardo acceso che sembra capirla. Una luce tersa nel pozzo oscuro in cui sta precipitando.

Leon Alberti vive in periferia, lavora duramente e immagina di fuggire lontano, in bilico tra i sogni e la realtà. Lotta da sempre per ciò in cui crede e lo fa attraverso le immagini oniriche che scaturiscono dalle sue dita. Colori, forme, un grido di speranza che a poco a poco contagia anche Vanessa.

Lui è ribelle, solitario, carismatico e l’attrae come un magnete.

Condividere pensieri diventa facile e d’un tratto c’è qualcosa in cui credere e per cui lottare.

Una fuga tenace tra le strade d’Europa fino a Parigi, verso una libertà che sa costruire ideali.

Leon e Vanessa sono forza e istinto, un amore che divampa, che li nutre e li trasforma.

Ma poi qualcosa di terribile irrompe nel loro universo.

E, quando tutto sembra perduto, nel buio risuona una promessa, quella che Leon ha fatto a Vanessa il giorno del suo ventiduesimo compleanno. Ovunque tu sarai io ci sarò.

L’unica certezza. Il ricordo di un sentimento perfetto.

Perché un sogno condiviso può cambiare il mondo.

Ovunque e per sempre.

RECENSIONE


Due volti che si sfiorano con le labbra avvolti da farfalle che incorniciano quello che sembra l’istante di una connessione perfetta, come fosse un momento rubato di rara intimità da ricordare per sempre. Una visione che rappresenta la suggestiva copertina di “Ovunque per sempre”, ultimo romanzo di Vera Demes, autrice capace di entrare nelle profondità dei cuori dei suoi lettori, avvolgendoli per farli vibrare come le ali di una farfalla in volo.

Animale meraviglioso, simbolo di leggiadria e libertà in realtà la farfalla ha un valore molto profondo e significativo grazie alla metamorfosi che racchiude in se la transitorietà della forma che lo conduce dalla condizione di bruco a quella di larva e infine di farfalla. Un processo che noi esseri umani ammiriamo da sempre per il significato intrinseco di trasformazione interiore, che mostra come si possa scavare dentro di noi per avviare un processo di ricostruzione, evoluzione. Un percorso di cambiamento che è indiscutibilmente connesso alla morte e alla rinascita, citando Herman Hesse:

 “ La farfalla non vive per cibarsi e invecchiare, vive solamente per amare e concepire. E’ un simbolo dell’anima. “ 

Un caleidoscopio di significati che portano all’essenza di questa storia.


Si fissò senza riconoscersi. Detestava ciò che stava vedendo. Gli occhi troppo grandi, il naso troppo lungo, la bocca troppo larga. E poi quel corpo imperfetto, la pancia, le cosce, i fianchi.

Era in trappola ma non poteva muoversi.


Fragile, insicura, intrappolata in una vita castrante, compressa da una famiglia inadeguata, così conosciamo la protagonista femminile di questo romanzo, Vanessa, racchiusa in se stessa come un bozzolo di farfalla, da cui prende lo stesso nome e la medesima indiscutibile bellezza. Una meraviglia della natura dalle ali screziate di marrone, arancione e bianco impreziosite da macchie color indaco che può ingannare da fuori per la sua perfezione  , come lei dalla vita privilegiata e invidiabile che in verità nasconde vuoti incolmabili e sostenibili per una giovane ragazza di vent’anni.


Si faceva schifo. E lo specchio raccontava questo. Lo specchio era verità. Lo specchio non poteva mentire.


Quanto si può resistere alla sofferenza prima di deporre le armi? Quando arriva il momento di dire basta al dolore? Può finire tutto in un attimo se si decide di non avere più motivi per vivere, come accade a Vanessa in una fredda sera di capodanno. E nel momento in cui Vanessa sta per spiccare il volo per lanciarsi nel buio della notte una voce, un richiamo sopraggiunge improvvisa , e il destino si fa vivo spalancando una porta che si pensava serrata a chiave per sempre.


Leon si avvicinò di un altro passo e poté osservarla da vicino. Una ragazzina magra e tremante, i capelli neri e lisci sul volto ovale, le gambe lunghe come quelle di un trampoliere, un profumo di fiori mescolato a quello di sigaretta e alcol.


Un lupo solitario, un animale notturno abituato a muoversi nell’oscurità per fuggire ad una vita difficile, fatta di sogni infranti, abbandoni troppo dolorosi e troppo precoci da elaborare, un miscuglio di paure e delusioni acuite da una voglia di riscatto irraggiungibile.

Un ragazzo in fuga perenne da se stesso, immobilizzato da paure interiori che svaniscono al calare del giorno, quando la notte diventa la dimensione perfetta per trasformarsi in qualcun altro. È di notte che Leon va alla ricerca di se stesso, connettendosi con la sua parte più intima e divenendo “Sword”, un combattente dalla spada affilata e tagliente, un writer dalle doti creative potentissime Capace di ferire ma anche di incidere la pietra, un resiliente.


Era per questo che continuava a dipingere sui muri. C’era il bisogno di uscire allo scoperto rivelando emozioni ma anche di gridare un dissenso profondo, la ribellione senza confini, la lotta per ciò che era giusto, per la serenità, la pace di un universo accogliente in cui vivere senza minacce.


I graffiti consentono a chi li crea di esprimere delle emozioni e dei pensieri, rendendoli accessibili a tutti ma conservando , se si vuole, il totale anonimato come fa Leon, di notte rischiando di sconfinare il limite del lecito. Un gioco pericoloso ma che per lui è linfa vitale per sentirsi bene, connettersi con se stesso e il mondo, scaricando le sue frustrazioni, comunicando sogni e bisogni.

Vanessa e Leon sono due anime impantanate che seppur provenienti da realtà opposte si riconoscono percependo lo stesso senso di inadeguatezza, sentendosi fragili allo stesso modo, sopraffatti dal terrore di inseguire e meritate di realizzare i propri sogni.

A questo riguardo, particolarmente toccante il legame di Leon col padre, una figura tanto malata nel corpo quanto luminosa nell’anima che pur nella sua visibile precarietà fisica spicca con coraggio  offrendo messaggi di commuovente speranza al figlio:


«Ciò che ti rende uomo è la capacità di sognare. Non devi e non puoi rinunciarci». Ermes lo soppesò con tenerezza. «E cerca di aprirti al futuro, di sorridere di più, di crederci… che la tua vita possa cambiare».


Due ragazzi distanti in tutto ma che si troveranno connessi irrimediabilmente e uniti da un legame che li metterà in viaggio alla ricerca della libertà, quella di ricominciare a vivere. Una rinascita che richiederà una trasformazione progressiva, una metamorfosi catartica.

Vera Demes consegna ai suoi lettori un romanzo di crescita intenso, che alterna momenti di immobile buio con una crescente evoluzione personale dei due protagonisti.

“Ovunque per sempre” è la promessa che Vanessa e Leon si fanno durante uno dei momenti più belli della storia e che richiama quanto nello spazio e nel tempo si possa trovare la forza di uscire dal buio, quanto un amore possa essere salvifico.

Un’opera che non si può non leggere con la speranza che in ognuno di noi si possa scavare per cercare anche nei momenti più difficili il momento e l’opportunità giuste per rinascere trasformandoci.


C’era quella sintonia, la similitudine dei loro universi opposti, la speranza che li conteneva in un bozzolo caldo, il mondo lontano, la voglia di parlarsi con gli occhi.


In questi anni difficili che sembrano non finire mai abbiamo sempre più bisogno di trovare dentro di noi la bellezza di rinascere e liberare le nostre ali verso tutti i sogni che dobbiamo ancora raggiungere.

Grazie Vera di questa storia. Ne avevamo bisogno.

BANG, BANG di Miss Black

BANG, BANG di Miss Black

Titolo: Bang, Bang
Autore: Miss Black
Serie: autoconclusivo
Genere: Erotic
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 23 Marzo 2022
Editore: Sel Publishing

TRAMA


Quando un action hero incontra una ragazza dalla lingua tagliente, non c’è tecnica di combattimento che possa salvarlo.

Il sergente del SAS Ryan Hill è in malattia, dopo essere stato ferito a una gamba. A salvarlo da una noiosa convalescenza ci pensa il suo capo, affidandogli un incarico speciale: proteggere una stand-up comedian finita nel mirino del terrorismo islamico. Darcy Yates non immaginava che fare una battuta sulle barbe dei combattenti dell’ISIS l’avrebbe messa in pericolo, ma è successo e ora deve uscirne in qualche modo. Darcy è pungente, è labourista e odia i militari. Non a caso, dato che è la figlia di un generale, lo stesso generale che le ha appena inflitto una scorta di quattro Rambo dei corpi speciali. Darcy non ha alcuna simpatia per quelli che considera sociopatici dal grilletto facile drogati di adrenalina, ma bisogna ammettere che Ryan, il capo pattuglia, è divertente. E sexy. E molto, molto in forma. Nemmeno la consapevolezza che quel tizio è addestrato a uccidere con qualsiasi oggetto, da una matita a un peluche, riesce a smontare l’attrazione che prova per lui, ma c’è un elemento che rema contro sgraditi coinvolgimenti emotivi: il bel Ryan, lì, rischia la vita su base giornaliera in pericolose missioni nei teatri di guerra di tutto il mondo e Darcy sa fin troppo bene com’è aspettare a casa uno che potrebbe non tornare…

RECENSIONE


Una lady elegantissima dalle forme sinuose avvolte da un tailleur in stile vintage anni quaranta; dita affusolate e smaltate che fumano come se avessero appena sparato; un mezzo corazzato sullo sfondo, che promette aria di guerra.
Ad aggiungere fascino (come se ce ne fosse bisogno) e quel pizzico di giusto mistero (marchio di fabbrica di Miss Black) il titolo del libro, lo stesso di una famosa canzone che evoca atmosfere non da genere romance basti solo pensare al mitico Tarantino che utilizzò il brano per la serie Kill Bill.

Miss Black si diverte a regalare qualche dettaglio già dalla scelta grafica della cover (stupenda, diciamolo) e dal nome del libro, forse per preparare il terreno al lettore ed avvisarlo sulla pericolosità di questa signora dall’irresistibile fascino da dark lady. Una copertina che assume le sembianze della locandina di uno spettacolo di altri tempi a cui assistere senza alcuna ombra di dubbio.

E sul palco ci si sale per davvero, insieme alla sua graffiante protagonista, Darcy Yates, tipa tosta, dall’animo indipendente e determinato, di professione stand-up comedian. Un’artista di innato talento capace di intrattenere il suo pubblico con monologhi intrisi di esilarante sarcasmo, fino a sconfinare nel black humour. Ed è proprio una delle battute del suo ultimo repertorio a metterla nei guai quando una sera viene aggredita, entrando così nel mirino dell’ISIS.


In realtà neppure le battute di questa Yates gli sembravano così offensive, ma sapeva per esperienza personale che i fondamentalisti religiosi non avevano senso dell’umorismo e che essere presi in giro da una donna, che per di più li aveva paragonati a un’altra donna, doveva averli irritati a non finire.


La sua incolumità assume un peso specifico maggiore agli occhi del governo dal momento che Darcy è figlia di un generale dell’esercito. Per seguire le indagini vengono coinvolti nientemeno che i SAS, elitario corpo speciale dell’esercito inglese specializzato nelle missioni di anti-terrorismo, salvataggio ostaggi, oltre a operazioni militari speciali e di ricognizione. A dirigere il piano di sicurezza, il sergente Ryan Hill, tipo silenzioso, quasi schivo, una figura descritta come molto lontana dal classico stereotipo da maschio alpha.


«E sai che non amo i militari, per usare un eufemismo, ma mi ha colpita in senso positivo. Non corrisponde allo stereotipo. Non si è messo in mostra, non ha fatto l’alfa. Se tu non l’avessi tanato al volo, non avrei nemmeno fatto caso a lui».


Due protagonisti originali e caratterizzati in modo divino, che escono per molti aspetti dai binari dei clichè del romance, acquisendo variegate sfumature di fragilità e durezza, paura e determinazione, che li rendono sfaccettati e credibili.


Era vero, Darcy veniva da una famiglia di militari e il risultato era che detestava i militari. Ad ascoltare i suoi parenti, qualcosa era andato storto in lei. Ad ascoltare lei, qualcosa non tornava in loro.

Anche a quello le serviva la stand-up: metabolizzare le scorie, riflettere sui propri automatismi.


Darcy è una donna che vuole sentirsi libera di esprimersi in ogni senso, dalla passione per il suo lavoro a come vivere lontana dalla sua famiglia fino all’approccio disincantato al sesso; Ryan seppur addestrato a sopravvivere alle prove più dure, dimostra una sensibilità rara, che rende il suo personaggio antitetico all’immagine del macho. L’incontro tra Ryan e Darcy si basa sulla necessità di rispondere ad un pericolo, l’uomo che deve proteggere la donna, ma cosa succede se nella circostanza nessuno è come sembra? Miss Black a tratti si è divertita a capovolgere i ruoli, sovvertendo la debolezza della donna e la sicurezza dell’uomo e lo fa complicando tutto con un potente risveglio dei sentimenti, in chi sembrava immune dalle emozioni.

Chi è davvero il debole, chi quello forte? Non solo, in questo romanzo la signora scava a fondo in terreni impervi, come quello del controverso ruolo della donna, del facile pregiudizio, fino al dramma della guerra, ai suoi tragici effetti collaterali sulla psiche delle persone. Una perlustrazione all’interno di cosa ci fa scappare e cosa ci fa restare, quanto occorra a volte scegliere la propria strada anche per difendere gli altri e lasciarli liberi.

Un romanzo che fonda le sue dinamiche sulla distanza, sia emotiva che spazio-temporale, in cui i due protagonisti si perdono e ritrovano diversi, cambiati, molto cambiati, come se avessero percorso migliaia di km dopo prove durissime. E la sfida è quella di capire se alla fine il viaggio che si è intrapreso abbia davvero valso la pena.


Ryan la abbracciò da dietro, in silenzio. Continuava a sentirsi quasi tramortito dal dispiacere, confuso riguardo al futuro, disilluso, ferito, pesto e stanco. Dentro di lui si mescolava tutto.


Un romanzo che consiglio a dimostrazione di quanto questa autrice si superi ogni volta, soprattutto nei suoi ultimi libri mediante cui sta dando prove di magistrale bravura nell’offrire con dignitosa eleganza storie originali che includono argomenti complessi, ben documentati, con passaggi commuoventi, struggenti e mai banali.

Un mix che amplifica la sensazione di essere stati intrattenuti con intelligenza, senza rinunciare alla giusta tonalità erotica sempre calibrata secondo la modalità adatta per la situazione. In “Bang, bang” il sesso è più che mai liberatorio, capace di connettere e conoscersi al di là delle maschere indossate, spogliati dalle paure e svincolati dai condizionamenti.


Si accorse che lo stava guardando e le sparò con una pistola fatta con indice e pollice. Bang bang. Darcy si impedì di sorridere come una scema.


E infine la sublime ironia, sparsa ovunque come lo zucchero a velo su una torta lievitata ad arte, e decorata con dieci succose ciliegie condensate alla fine del libro, quando in uno spassoso pezzo di performance Darcy (alias Miss Black) da il meglio di sé:


«Comunque, lei ci viene descritta fin da pagina uno come una sorca incredibile, però incapace di valorizzarsi. Per fortuna, ecco che arriva il nostro Principe Azzurro e le fa un completo makeover, senza nemmeno bisogno di essere gay».


Da leggere, quindi? Sissignori!