VOLEVO SOLO SFIORARE IL CIELO di Silvia Ciompi

VOLEVO SOLO SFIORARE IL CIELO di Silvia Ciompi

Titolo: Volevo solo sfiorare il cielo
Autore: Silvia Ciompi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Concluso
Data di pubblicazione: 9 Marzo 2021
Editore: Sperling & Kupfer

TRAMA


Dopo la morte della madre Emma, Clelia ha smesso di vivere. Nasconde le cicatrici sotto il trucco pesante e le magliette scure troppo lunghe, con il silenzio unico compagno delle sue giornate, da cui la musica, tanto amata da Emma, è bandita. Il giorno del suo compleanno, quando la nonna le consegna la chiave di uno scantinato che le aveva comprato la madre per allestire una web radio, Clelia all’inizio non ne vuole sapere, poi la curiosità di scoprire il suo ultimo piano ha la meglio.

Ed è proprio fuori dallo scantinato, sotto il sole cocente di giugno, che conosce Lorenzo, appena arrivato all’Isola d’Elba da Roma, con i suoi ricci ribelli, la faccia da schiaffi e un sorriso arrogante.

Tra i due prima è guerra aperta, poi tregua armata, infine pace che assomiglia tanto all’amore.

E all’improvviso, mentre l’estate infuria e l’afa diventa sempre più opprimente, Clelia non si nasconde più e la musica torna a fare da colonna sonora ai suoi giorni.

Ma la ragazza non sa che Lorenzo è in fuga da tutto, soprattutto da se stesso, e si porta dentro un terribile dolore. Una volta che i segreti di entrambi verranno svelati, la loro storia sopravvivrà ai contraccolpi della vita?

Dopo il successo di Tutto il buio dei miei giorni Tutto il mare è nei tuoi occhi, romanzi amatissimi dalle lettrici, Silvia Ciompi ci consegna una nuova storia d’amore spaccacuore e una nuova coppia di protagonisti di cui innamorarci.

RECENSIONE


Aspettavo da tanto questo romanzo. Un’attesa lunga, come la scia di un traghetto seguito nel mare per arrivare alla destinazione promessa. Approdare è stato emozionante e al mio arrivo i due protagonisti, Clelia e Lorenzo, mi hanno presa subito per mano e trascinata via per le strade di Portoferraio. Li ho seguiti correndo con loro a perdifiato nei vicoli del paese fino a via delle Galeazze 18, dove mi hanno mostrato impazienti un posto speciale, perfetto per raccontarmi la loro intensa storia, fatta di amore, dolore, sopravvivenza , ricordi, senso della vita, tanta nostalgia e profonda malinconia.

Mi hanno invitato a sedermi su un divano in stile retrò, acceso un vecchio grammofono, scelto con cura un vinile tra gli scaffali colmi di dischi e quando Lucio Dalla ha iniziato a intonare le prime strofe di “Anna e Marco” hanno cominciato il loro racconto. Ho ascoltato rapita ogni parola, guardandoli battibeccare tra l’accento toscano e quello romano, per seguire affascinata il testo della canzone dipinto su una delle pareti del loro scantinato, così ricco di vita e ricordi.

“Volevo solo sfiorare il cielo” è una storia struggente che non lascia indifferenti, come il luogo dove è ambientata, l’Isola d’Elba, terra ricca di miti e leggende che si intrecciano col mare che la circonda e la macchia mediterranea che ne preserva ancora il lato selvaggio, fatto di pietre, metallo e sentieri.
Un libro come una di quelle storie sussurrate dal vento, quando soffia forte e gonfia il mare impetuoso, acuminando gli scogli più impervi, che diventano taglienti fino a ferire la pelle, proprio come fa la vita quando decide di togliere, per stravolgere i destini in modo irreparabile.

Clelia e Lorenzo sono due giovani sopravvissuti, a cui la vita ha chiesto molto, cresciuti troppo in fretta per la loro età, senza appiglio. Entrambi hanno dei dolori che li hanno segnati per sempre, che non possono estirpare o elaborare.

Clelia è diffidente, caparbia, si nasconde dal mondo per vivere in solitudine la perdita della madre, di cui si sente colpevole. Ha un buio interiore che l’ha spenta per sempre e che mostra attraverso una maschera fatta di oscurità, privazioni, per negare a sé stessa ogni cosa bella, che la può rendere felice. Ha l’inverno dentro e nessuno la può salvare:


Come si fa a spegnere l’interruttore e non sentire più niente? Perché Clelia azzererebbe tutto, si dimenticherebbe ogni cosa, pur di non sentire così tanto male dentro. Perché i ricordi sono il fango di un lago melmoso, basta toccare l’acqua con le dita di un piede per affogare. I ricordi sono una rovina.


Lorenzo è un ragazzo in fuga che, con piglio spavaldo e supponente, si nasconde dietro una folta chioma di ricci scuri, una matassa intricata come è diventata la sua vita, incasinata, senza controllo. L’unica cosa che lo appassiona è la matematica, perché i calcoli si basano su schemi, sistemi che inquadrano i problemi offrendo soluzioni logiche che rassicurano, laddove sicurezze non ce ne sono più.


Perché è vero, ha diciott’anni compiuti il dieci di maggio, Lorenzo Gelsi, chiamato quasi sempre soltanto Lore’, e più rabbia in corpo di quanta ne abbia mai avuta tutta insieme. Devasterebbe il vagone a calci e pugni, invece resta immobile, inerte come una lucertola su un cornicione arroventato.


Due creature in fuga, un’isola che fa da contorno ad un incontro deciso da uno strano destino, che li mette alla prova l’uno difronte all’altra per denudarli dalle paure, fatte di demoni divoratrici di speranza. Con i loro caratteri coriacei, fatti di ferro e spigoli, con le loro stranezze e incapaci di comunicare se non con battibecchi e provocazioni, Clelia e Lorenzo si scruteranno per annusarsi come animali selvatici in fuga perenne. Un’estate, la loro, che li segnerà a tal punto da cambiarli per sempre.


Proprio quel sorriso lì. E quel sorriso è una dichiarazione bellica per Clelia. E quelle due rughe sottili che si formano quando Lorenzo sorride sono trincee nella guerra silenziosa tra i loro sguardi da cani selvatici che si annusano, si studiano da lontano, attendono il primo morso l’uno dell’altra.


Una ricca colonna sonora segue il filo di questa tormentata storia, che spezza il cuore, lo frantuma, niente è facile se non si è disposti a credere di nuovo nella vita, qualsiasi essa sia.
La musica detta il ritmo del cuore, delle emozioni, del dolore, della perdita, di quando si smette di credere ai sogni e alla speranza di qualcosa di bello.
Una lunga lista di brani, perlopiù pescati dal passato, fa da nostalgica cornice a questo romanzo, in cui le pagine sono i solchi di un vinile letti ad arte dalla puntina del grammofono, che girando armonico produce il suono graffiante di sentimenti che nascono trasformando vite, quasi come una catarsi perfetta. Le note e le parole delle canzoni segnano il percorso di rinascita di due vite che non vogliono arrendersi, che vogliono smettere di fuggire e imparare a restare.


E forse ha ragione mia madre quando dice che devo far sì che ne sia valsa la pena, che tutto questo dolore alla fine, forse, ha avuto davvero un senso.

So che grazie a te, nel periodo più buio della mia vita, io ho visto di nuovo il cielo; con te l’ho sfiorato e mi è sembrato di riuscire ad afferrarlo, per un attimo, e di avercela in pugno questa vita.


Ad enfatizzare la coinvolgente narrazione, flashback che aprono spaccati su ricordi di luoghi amati, odori di fiori, di pelle di chi non c’è più, di momenti di dolore e di felicità perduta. A questo saliscendi di frammenti del passato, si alternano bozze di lettere mai mandate, come appunti di un viaggio interiore che Lorenzo compie per elaborare il dolore, cercando di mettere a fuoco sentimenti sconosciuti, che divampano feroci, improvvisi, dando ad un cuore che sembrava inanimato la scossa di un defibrillatore ad alta tensione.

Lo stile di Silvia Ciompi, autrice che seguo e ammiro da tempo, si conferma evocativo, poetico, ricco di suggestioni profonde che celebrano i sensi, in cui le manifestazioni della natura fanno da amplificatore alle emozioni: l’afa che toglie il fiato, perfino il sonno, bruciando la pelle e penetrando nel cuore; il freddo che spezza le ossa, paralizzando gli arti e gelando l’anima.


Vanno verso la spiaggia di Procchio. Lontano dal paese, la notte frinisce di cicale e le stelle macchiano il cielo come lentiggini. Spaventano. Lore’ a Roma, le stelle, non le ha quasi mai viste per davvero, manco d’estate. Sull’isola, invece, ti piovono addosso. L’aria sa di resina. È un odore umido, ferroso, di fieno bagnato e aghi di pino. Ma finalmente si respira.


Grazie Silvia di questa storia, un inno alla vita e a sperare, nonostante tutto, come diceva l’indimenticabile Rino Gaetano:

E a mano a mano vedrai con il tempo
Lì sopra il suo viso lo stesso sorriso
Che il vento crudele ti aveva rubato
Che torna fedele, l’amore è tornato

Alla prossima storia!

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SEGNALAZIONE – VOLEVO SOLO SFIORARE IL CIELO di Silvia Ciompi

SEGNALAZIONE – VOLEVO SOLO SFIORARE IL CIELO di Silvia Ciompi

Titolo: Volevo solo sfiorare il cielo
Autore: Silvia Ciompi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Concluso
Data di pubblicazione: 9 Marzo 2021
Editore: Sperling & Kupfer

TRAMA


Dopo la morte della madre Emma, Clelia ha smesso di vivere. Nasconde le cicatrici sotto il trucco pesante e le magliette scure troppo lunghe, con il silenzio unico compagno delle sue giornate, da cui la musica, tanto amata da Emma, è bandita. Il giorno del suo compleanno, quando la nonna le consegna la chiave di uno scantinato che le aveva comprato la madre per allestire una web radio, Clelia all’inizio non ne vuole sapere, poi la curiosità di scoprire il suo ultimo piano ha la meglio.

Ed è proprio fuori dallo scantinato, sotto il sole cocente di giugno, che conosce Lorenzo, appena arrivato all’Isola d’Elba da Roma, con i suoi ricci ribelli, la faccia da schiaffi e un sorriso arrogante.

Tra i due prima è guerra aperta, poi tregua armata, infine pace che assomiglia tanto all’amore.

E all’improvviso, mentre l’estate infuria e l’afa diventa sempre più opprimente, Clelia non si nasconde più e la musica torna a fare da colonna sonora ai suoi giorni.

Ma la ragazza non sa che Lorenzo è in fuga da tutto, soprattutto da se stesso, e si porta dentro un terribile dolore. Una volta che i segreti di entrambi verranno svelati, la loro storia sopravvivrà ai contraccolpi della vita?

Dopo il successo di Tutto il buio dei miei giorni Tutto il mare è nei tuoi occhi, romanzi amatissimi dalle lettrici, Silvia Ciompi ci consegna una nuova storia d’amore spaccacuore e una nuova coppia di protagonisti di cui innamorarci.

TEASER


Quando si guardano come adesso, quando si concedono di starsi vicino senza azzannarsi, si riconoscono.

Due dolori, due solitudini che si attraggono, come per osmosi. E vorrebbero soltanto abbracciarsi stretti per un po’, e sentirsi meno soli.

QUELLO CHE SI SALVA di Silvia Celani

Quello che si salva

QUELLO CHE SI SALVA di Silvia Celani

Titolo: Quello che si salva
Autore: Silvia Celani
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: POV singolo (Giulia)
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 17 Settembre 2020
Editore: Garzanti

TRAMA


Solo un passo divide Giulia dalla vetrina. Un passo che, però, le sembra il più lungo che abbia mai fatto in vita sua. Dietro il vetro, c’è un oggetto che non vede da tanto tempo, ma la cui immagine è impressa a fuoco dentro di lei. Per tutti è una semplice trottola, ma per Giulia rappresenta l’attimo in cui il mondo si è fermato, lasciandola in bilico sull’abisso. Ora è di nuovo davanti ai suoi occhi. All’improvviso rivede sé stessa giovane. La ragazza che nel 1943, nei mesi dell’occupazione tedesca di Roma, ha trovato il coraggio di combattere per la libertà, di impugnare una pistola per reagire all’orrore nazista, di premere il grilletto con le mani che fino al giorno prima sfioravano con delicatezza i tasti di un pianoforte. Come se fosse l’unica scelta possibile, come se un’altra strada non fosse percorribile. Accanto a lei, Leo e il loro amore, nato nei rifugi in cui sono stati costretti a nascondersi e tra gli abbracci per superare la paura. Leo che una notte le ha detto che, qualunque cosa fosse accaduta, avrebbe dovuto custodire la trottola che le aveva mostrato. Un oggetto che, per lui, significava moltissimo. Così nulla sarebbe mai cambiato tra di loro. Quando, dopo una retata, Giulia ha perso le sue tracce, non è più riuscita a ritrovare la trottola. Quel giorno tutto ha smesso di girare. E adesso eccola di fronte a lei, dietro quella vetrina. Giulia deve scoprire come sia finita lì. C’è un’unica persona a cui è pronta a raccontare la propria storia: Flavia, che ha cresciuto come fosse una nipote. Perché sappia che non è vero che i vuoti lasciati dalle persone che abbiamo amato non si riempiono più. In realtà sono sempre colmi della loro presenza: bisogna solo non aver paura di ascoltare.


RECENSIONE

Salve gente, ringrazio prima di tutto queste fantastiche blogger per avermi ospitata in una veste inedita su Reading Marvels. Premetto che non ho mai scritto una recensione per un blog, ma ho deciso di parlarvi di un libro che ho amato particolarmente: Quello che si salva, di Silvia Celani, edito da Garzanti a settembre 2020.

Perché ho scelto proprio lui?

Perchè Quello che si salva è un romanzo che tratta in modo non banale un tema necessario e lo fa con una penna poetica, magica, evocativa e potente.

Ma partiamo dal principio.

Il romanzo, composto da 288 pagine, racconta una doppia storia che si intreccia su due piani temporali, giocando anche con il punto di vista. Nel passato Silvia Celani ci mostra gli eventi tramite gli occhi della protagonista, in prima persona, nel presente, invece, lo fa con una terza persona e un narratore esterno.

La storia inizia, come anche nel suo romanzo d’esordio Ogni piccola cosa interrotta, da un oggetto che riaffiora dal passato e dal magma della storia per rompere l’equilibrio apparente che avvolge le due protagoniste.

Flavia, giovane e smarrita in una vita priva di certezze e rapporti solidi e Giulia -nonna Luli- un’anziana signora che ha cresciuto la ragazza come una nipote, nonostante non ci siano tra le due legami di sangue.

Flavia e Giulia ci introducono a passi sospesi nella Storia, durante una passeggiata tra le Vie di Roma che ogni 9 settembre intraprendono insieme, come una ricorrenza da rispettare e di cui Flavia non conosce il vero significato.

In una capitale di vicoli pittoreschi, le due si trovano di fronte alla vetrina di una casa d’aste.

Dietro il vetro, c’è un oggetto che Nonna Luli non vede da tanto tempo, ma la cui immagine è impressa a fuoco dentro di lei. Per tutti è una semplice trottola, ma per Giulia rappresenta l’attimo in cui il mondo si è fermato, lasciandola in bilico sull’abisso. Ora è di nuovo davanti ai suoi occhi. All’improvviso rivede sé stessa giovane. La ragazza che nel 1943, nei mesi dell’occupazione tedesca di Roma, ha trovato il coraggio di combattere per la libertà, di impugnare una pistola per reagire all’orrore nazista, di premere il grilletto con le mani che fino al giorno prima sfioravano con delicatezza i tasti di un pianoforte.

Perché, anche se Flavia non lo sa, Nonna Luli ha fatto parte della resistenza e ha combattuto. Come se fosse l’unica scelta possibile, come se un’altra strada non fosse percorribile.

La trottola, la riporta nel passato e riporta anche noi tra le vie della Roma bombardata e occupata, pattugliata dai tedeschi, in un vortice di paura, orrore e tenebra.

E in questo scenario accanto a Giulia conosciamo Leo e il loro amore, nato nei rifugi in cui sono stati costretti a nascondersi e tra gli abbracci per superare la paura. Leo che una notte le ha detto che, qualunque cosa fosse accaduta, avrebbe dovuto custodire la trottola che le aveva mostrato. Un oggetto che, per lui, significava moltissimo. Così nulla sarebbe mai cambiato tra di loro.

Quando, dopo una retata, Giulia ha perso le sue tracce, non è più riuscita a ritrovare la trottola.

Quel giorno tutto ha smesso di girare. E adesso eccola di fronte a lei, dietro quella vetrina, riportandola a quel dolore e quella separazione.

Ma il passato si intreccia col presente, dando ancora più forza alla narrazione che procede a ritmo veloce e crescente. Perché Flavia, di fronte alla chiusura e ai segreti di Nonna Luli, non accetta di perdere anche lei, non si dà per vinta e inizia a indagare sul passato dell’anziana e sul significato della trottola, ritrovando così non solo il senso di ciò che è stato, ma anche della sua vita sgangherata.

Tra passato e presente, Flavia conosce infatti l’amore, e riesce ad accettare gli abbandoni che l’hanno segnata fin da bambina.

Quello che si salva è proprio questo: una matassa di fili e di vite che si intrecciano in modo perfetto, senza sbavature o parti superflue.

Una panna poetica che riesce a raccontare La resistenza senza orpelli, ma per quello che è stata davvero: la lotta di ragazzi appena ventenni che non si sono rassegnati alla devastazione della guerra e che non hanno avuto scelta.

La scelta che invece abbiamo noi, oggi, di ricordare, di non dimenticare.

Di leggere, scrivere, parlare di ciò che è stato per impedire che si ripeta.

Per questo, il romanzo di Silvia Celani, è una lettura che vi consiglio con tutto il cuore e che per me resterà speciale.

Recensione a cura di Silvia Ciompi, in esclusiva per Reading Marvels.


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TUTTO L’AMORE CHE RESTA DI NOI di Silvia Ciompi

Tutto l'amore che resta di noi

TUTTO L’AMORE CHE RESTA DI NOI di Silvia Ciompi

Titolo: Tutto l’amore che resta di noi
Autore: Silvia Ciompi
Serie: Spin Off di Tutto il buio dei miei giorni
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 9 Febbraio 2021
Editore: Sperling & Kupfer

TRAMA


È un giorno di sole in città e tra poco si giocherà la partita. Teschio e Bolo sono in macchina, diretti verso lo stadio, la loro grande passione comune. A un primo sguardo, nulla sembra cambiato: sono ancora loro, i due amici di sempre, eterni ragazzi pronti a fare casino. In realtà, basta guardarli meglio per rendersi conto che sono cresciuti, che la vita, con le sue responsabilità, li ha trasformati in uomini. Camille, dal sedile del passeggero, osserva un po’ loro, un po’ Gaia, la bambina sua e di Luca, un piccolo tornado che ha ereditato il meglio di entrambi. E intanto pensa a Gheghe, grande assente in quell’auto, ma non nel cuore di Bolo, che ne sente la mancanza ogni giorno ed è deciso a riconquistarla dopo che se n’è andata da casa senza dargli una spiegazione. O forse una spiegazione c’è, ed è tanto semplice quanto terribile: ovvero che il primo amore, se non muta e matura, è destinato a finire. Ma anche se così fosse, si può smettere di lottare per chi si ama?

RECENSIONE


Leggere questa novella è stato il compimento perfetto di due storie indimenticabili.
Camille, Teschio, Gheghe e Bolo hanno trovato il loro posto per raccontarci un epilogo per niente scontato. Una novella con la potenza di un romanzo vero e proprio, che regala attimi commuoventi di pura poesia, a dimostrazione che l’intensità di un emozione si misura in frammenti di istanti perfetti.

Quattro ragazzi feriti, spezzati dalla vita in modo profondo e capaci di resistere al vento che spezza le ossa, al sole che brucia la pelle e al mare che travolge, facendo perdere di vista l’orizzonte.

Sono passati anni da quando li abbiamo lasciati e li ritroviamo adesso di fronte a nuovi crocevia da superare e bilanci da fare, provando a lasciarsi il dolore dietro le spalle.

Imparare ad andare avanti, nonostante tutto, anche nonostante l’amore, che a volte non basta:


E imparare ad amarsi da capo, a guardarsi allo specchio, a fare pace con le cose che non ha più, che non riesce più a fare.


Perchè a predominare spesso sono proprio le paure e le fragilità più invalidanti, che assordano come voci dei cori intonati allo stadio e offuscano la vista come fumogeni lanciati dagli spalti. E nella confusione l’unica via sembra la fuga.

Lo stadio ritorna, anche qui, come rifugio per ritrovarsi e ripartire, insieme all’amore incondizionato di chi ci è restato accanto nonostante le cadute e gli errori. L’amore è in uno sguardo, in un istante che parla senza parole.


E adesso, tutto l’amore che resta di loro, è lì, tra cori e applausi. Tutto l’amore che resta di loro, agli albori d’estate, brucia feroce e perfetto.


Questa novella cesella ad arte due storie dure, difficili che straziano il cuore con ferite così dolorose che spezzano il fiato e tolgono ossigeno. E quando tutto sembra perso, il battito prende il tempo e il cuore riparte lento aggrappandosi alla vita, per ripartire gradualmente e diventare più forte.
Ed è da questo miracolo che nasce la speranza, una forza innata che proprio quando ci si sente persi nella tempesta più buia arriva sicura per trascinarci e spingerci come un’onda impetuosa, riportandoci a riva.


Perché io e te siamo così, io scappo quando ho paura e te combatti più forte, per tutti e due, e ci tieni insieme e mi sorreggi quando le mie gambe crollano.


Il ritmo narrativo è incalzante, coinvolgendo immediatamente il lettore con immagini vive e familiari, capaci di richiamare la sensazione di un ritorno a casa, già dalle prime righe.
Silvia Ciompi ha il dono straordinario di rapire il lettore per calarlo dentro la storia in modo irrecuperabile e l’uso dei flashback intensifica il racconto, riportando alla memoria accadimenti passati che aiutano a capire meglio il presente. In questa corsa a perdifiato fatta di ricordi e sviluppi in corso, non ci sono esitazioni o dubbi e anche con il fiato corto si va avanti.

A dare enfasi a questa magnifica novella il modo di raccontare i sentimenti, vissuti dai protagonisti attraverso i luoghi e la natura che li circondano, come il vento che sferza la pelle, il sole che brucia le cicatrici, il mare che luccica di ricordi.
L’ambiente amplifica le emozioni, rendendoli feroci e irresistibili.


Poi fissa il mare, quel posto così doloroso e pieno di ricordi bellissimi. C’è il sole, il vento di maggio è caldo, preludio d’estate. E contro l’orizzonte incandescente, quasi gli sembra di rivederli tutti lì.


Come colonna sonora ritroviamo Vasco Rossi con “Anima fragile” e Domenico Modugno con “Dio come ti amo”, due brani struggenti che abbracciano gli anni della nostra gioventù e quella dei nostri genitori, quasi a sigillare il significato eterno dell’amore, quello che va oltre tutto, anche di sé stessi.

Vasco canta “Perché col tempo cambia tutto lo sai, cambiamo anche noi”, ma la bellezza di queste storie resterà indelebile, come inchiostro sulla pelle, un tatuaggio in cui il mare, il vento e il sole racchiudono il significato imperfetto dell’amore, quello più autentico.


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SEGNALAZIONE – TUTTO L’AMORE CHE RESTA DI NOI di Silvia Ciompi

SEGNALAZIONE – TUTTO L’AMORE CHE RESTA DI NOI di Silvia Ciompi

TitoloTutto l’amore che resta di noi
Autore Silvia Ciompi
Serie Spin off di Tutto il buio dei miei giorni
Genere Contemporary Romance
Narrazione Prima persona
Tipo di finale Concluso
Data di pubblicazione 9 febbraio 2021
Editore Sperling & Kupfer

TRAMA


Il grande ritorno di due coppie amatissime: Camille&Teschio e Gheghe&Bolo.

È un giorno di sole in città e tra poco si giocherà la partita. Teschio e Bolo sono in macchina, diretti verso lo stadio, la loro grande passione comune. A un primo sguardo, nulla sembra cambiato: sono ancora loro, i due amici di sempre, eterni ragazzi pronti a fare casino. In realtà, basta guardarli meglio per rendersi conto che sono cresciuti, che la vita, con le sue responsabilità, li ha trasformati in uomini. Camille, dal sedile del passeggero, osserva un po’ loro, un po’ Gaia, la bambina sua e di Luca, un piccolo tornado che ha ereditato il meglio di entrambi. E intanto pensa a Gheghe, grande assente in quell’auto, ma non nel cuore di Bolo, che ne sente la mancanza ogni giorno ed è deciso a riconquistarla dopo che se n’è andata da casa senza dargli una spiegazione. O forse una spiegazione c’è, ed è tanto semplice quanto terribile: ovvero che il primo amore, se non muta e matura, è destinato a finire. Ma anche se così fosse, si può smettere di lottare per chi si ama?

In attesa di Volevo solo sfiorare il cielo, il suo nuovo romanzo, Silvia Ciompi torna a raccontarci dei protagonisti di Tutto il buio dei miei giorni e Tutto il mare è nei tuoi occhi, offrendoci l’occasione di scoprire cosa ne è stato del loro amore.

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TUTTO IL BUIO DEI MIEI GIORNI di Silvia Ciompi

Tutto il buio dei miei giorni

TUTTO IL BUIO DEI MIEI GIORNI di Silvia Ciompi

Titolo: Tutto il buio dei miei giorni
Autore: Silvia Ciompi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternato (Teschio e Camille)
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 20 Maggio 2018
Editore: Sperling & Kupfer

TRAMA


«Noi siamo cicatrici, siamo incendi, siamo bruciature e cenere.»

Camille ha vent’anni, ama lo stadio nelle domeniche di primavera, con le maniche corte e le bandiere mosse dal vento, e ama la sua curva, in ogni stagione. Lì salta sugli spalti, tiene il tempo con le mani: è la cosa che ama di più al mondo. È l’unico posto dove si sente davvero viva.

Ma un giorno, proprio fuori dallo stadio, la sua vita si spezza. Un’auto con a bordo un gruppo di ultras la investe.Tra di loro c’è anche lui: in curva tutti lo chiamano Teschio. Sembra il cliché del cattivo ragazzo, ricoperto di tatuaggi e risposte date solo a metà. Eppure Teschio e Camille sono come due libri uguali rilegati con copertine differenti. Due anime che non hanno fatto in tempo a parlarsi prima, a guardarsi meglio. Si sono passati accanto migliaia di volte, ma non sono mai stati davvero nello stesso posto. Lo sono ora.

Ora che il dolore si è mangiato tutto ciò che Camille era.

Tutto il buio dei miei giorni è lo straordinario esordio di Silvia Ciompi, una giovane autrice italiana, già apprezzata su Wattpad da oltre tre milioni di lettrici, e tuttora in vetta alle classifiche. Una potente e struggente storia d’amore che ci ricorda che, quando tutto sembra perduto, l’amore è l’unica luce dentro al buio.


RECENSIONE


Quando tutto sembra perduto, l’amore è l’unica luce.


E’ da questa frase che traggo ispirazione per iniziare a parlare di una storia scoperta quasi per caso due anni fa, quando la lettura iniziava a prendere sempre più spazio nella mia vita fino a divenire una necessità, una dimensione personale irrinunciabile. Un libro che col tempo ho consigliato e non ho mai dimenticato, per poi decidermi finalmente a rileggerlo.

Se dovessi trovare una parola che possa riassumere questo libro direi “luce”. Un termine dai mille significati che potrebbe fuorviare rispetto al titolo del libro. Silvia Ciompi ha effettivamente raccontato una storia difficile, dolorosa, in cui la sofferenza non risparmia nessuno, nemmeno il lettore e forse neppure lei al momento di scriverla.

Camille è un ragazza di vent’anni come tante, con due genitori che la amano, una vita appena iniziata all’università e amiche fidate con cui condivide tempo e sogni. La sua più grande passione è andare allo stadio per seguire la squadra di calcio della sua città, cantando a squarcia gola i cori della curva intonati ad ogni partita.


Non solo mi divertivo, ma non mi sentivo più fuori posto, mi sentivo incastrata perfettamente con quel luogo.


Con gli anni l’amore trasmessole dal padre si è insinuato sotto pelle, facendo diventare lo stadio con i suoi colori e i suoi rumori il luogo dove si sente più viva e al centro di sé stessa.


La curva divenne il mio posto. Più crescevo, più imparavo ad amarla e a capirla.

Con gli anni smisi di credere alle favole, ma dentro di me rimase comunque quella sensazione di essere chiusa in un mondo a parte, piccolo ed enorme allo stesso tempo, con le sue regole, i suoi odori, i suoi soprannomi. L’ho imparato crescendoci dentro.


Teschio, alias Luca, ha ventotto anni ed è conosciuto da tutti per i suoi modi bruschi e, a volte, anche violenti che nel corso degli anni gli hanno provocato problemi con la giustizia. Un ragazzo al quale la vita ha concesso troppo poco, ma molto per cui diffidare.


Zitto e schivo, con quel carattere imbruttito dalla vita, storto e spigoloso.


Teschio è un ultras che vive per lo stadio insieme al gruppo di amici con cui è cresciuto in periferia, con cui condivide valori e ritualità come in una famiglia, quella alla quale sente di appartenere davvero, l’unica rimasta. Una fede profonda fatta di gesti, parole, urla e silenzi che lo identificano nel profondo.


Io non mi sono mai sentito davvero solo. Con un padre in carcere e una madre morta di cancro, rientro a pieno titolo tra le persone che sulla carta non hanno nessuno, eppure non mi sono mai sentito solo. I miei amici non sono mai stati amici ma fratelli, quel genere di legame che va oltre alle botte date e prese, agli insulti, alle ferite fisiche che ci siamo inferti l’un l’altro. Lo stadio non è mai stato uno stadio, ma casa mia.


Teschio e Camille si sono incontrati mille volte allo stadio, ma non si sono mai conosciuti. Si sono visti solo una volta, scambiandosi uno sguardo tra le fila della curva in un giorno di pioggia, con la faccia bagnata tra i cori dello stadio. Si sono guardati negli occhi solo un’istante, fulminati da una connessione fugace che segnerà l’inizio del legame che li unirà inesorabilmente per poi spezzarli, ognuno a proprio modo.


Erano rimasti incastrati l’uno nell’altra. Lei era arrossita ma non si era voltata. E avevano continuato a guardarsi, a scavarsi buchi dentro, zitti e fermi, inzuppati di pioggia. Poi Camille aveva abbassato gli occhi, Teschio si era acceso una sigaretta e non si erano guardati più.


Quante volte e in quanti modi ci si può spezzare? Quante ferite si è in grado di sopportare per non impazzire?

Impossibile rispondere senza leggere questa storia, in cui dolore, sofferenza e amore si mischiano magistralmente come nuvole e sole prima del temporale, come i più intensi colori al tramonto, in cui il cielo si stria di rosso, arancio e viola.

Tutto il buio dei miei giorni fa male al cuore, lo fa sanguinare in un susseguirsi di emozioni fortissime, un elettroshock che blocca i muscoli cardiaci. Quando tutto sembra perduto il battito riparte fino a che l’adrenalina si rilascia per non far sentire più dolore. Forza, vigore e un amore totalizzante irrompono come un’esplosione, capace di far bruciare i muscoli, urlare d’odio, corrodere col rimorso e far sentire spezzati dai rimpianti, fino a togliere il sonno per la fiducia ricevuta.


E mi baci, torni a farmi respirare. Sei il mio ossigeno e io ti odio. Odio la tua pelle sulla mia. Perché sono un codardo: non ce l’ho la forza di mollarti qui a sopravvivere. E te sei peggio di me, spezzata, te mi fai restare, mi vuoi tanto che fa male da morire.


Ho amato Camille per la sua forza, la sua voglia di vita, perchè lotta e cede, e non vuole reagire, perchè ha paura e chiede ossigeno per respirare. Nonostante lei abbia perso la speranza continua a vedere la luce, quella della vita, anche quando non lo sa, anche quando non crede più. Ne sente il calore Camille, aldilà del buio, della disperazione, aldilà di sé stessa.


Qualche volta me lo sono chiesta se morire faccia male, più male di vivere, più male di questo. Perché anche per morire ci vuole fegato, ci vuole rabbia, ci vuole vita. Non può morire qualcosa che è già morto. E io non sento niente, non ce l’ho più la vita dentro.


Ho amato Teschio per la sua fragile cattiveria, per le sue vigliacche paure, per il suo odio verso sé stesso, per l’amore che accende in Camille, il modo in cui la fa bruciare di rabbia per non farla spegnere, per la sua anima danneggiata.


«Mi sono perso in un’altra persona e non riesco a respirare se non c’è lei. E non so come dirglielo, mi servi te, mi serve che mi prendi a calci. Perché io la amo, e prima di rovinarla mi ammazzo da solo. Ma’… stavolta non ne esco, stavolta ci rimango.»


Due anime fragili, spezzate ma tanto forti da comunicare con l’odio, l’unico sentimento in grado di accenderli e incidersi, reciprocamente, ferite profonde che gli consentono di sentirsi vivi.

Teschio e Camille sono state due cicatrici che con questa rilettura si sono trasformate in tatuaggi indelebili di inchiostro nero, marchi a fuoco sulla pelle.

Tutto il buio dei miei giorni è una storia che abbaglia di luce, come quella che acceca Camille sul tetto dell’ospedale, quella che impedisce a Teschio di vedere fuori dalla chiesa e quella innocente degli occhi verdi di lei. La luce bianca di un fulmine, come il titolo di “The Lightning Strike” degli Snow Patrol, canzone che rappresenta per me la colonna sonora di questo libro. Un brano dal ritmo crescente e caratterizzato da sonorità sporcate da voci lontane, in cui si parla del potere distruttivo delle tempeste e di quello salvifico del tempo, in grado di trasformare e lenire. Come per quel modo doloroso che Teschio e Camille impareranno per riuscire ad per amarsi, bruciando in un’unica fiamma, per sentirsi ancora vivi.


TI amo. Mi manchi. Ti odio. Ti vorrei vedere morto. Ti odio. Torna. Me lo sogno ogni notte che alla fine la porta si apre e tu sei lì, mi guardi e non dici niente. Mi guardi e basta. E io ti odio con tutta me stessa, te lo grido in faccia che ti odio. Ti mordo, ti strappo via la carne, mi riprendo tutto. Tutto quello che mi hai tolto, tutto quello che mi hai dato e io non lo volevo. Io non lo volevo uno come te, un amore così, un buio che non riesci a vederne la fine. Io non lo volevo.


Le lettere che Camille scrive a sé stessa sono intense poesie, belle a tal punto da avermi commossa per la loro autentica semplicità, parlando di dolore ma anche di speranza. Passaggi che rendono, a mio avviso, questa autrice una poetessa moderna.


Cara me, ho pensato che mi piacerebbe averti qui, qui vicino per sentirti dire che non importa quanto io stia male adesso, io vivrò, il cielo sarà ancora lì e sarà azzurro per lasciarsi guardare come quando ero bambina. Mi piacerebbe che un po’ della forza che dovrò avere per superare tutto questo me la spedissi qui nel tuo passato, nel mio presente, e che mi venissi ad abbracciare a lungo, per tutto il tempo che serve a farmi sentire ancora una persona vera.

Spero che tu stia bene, spero che tu abbia imparato a sorridere di nuovo, lo spero con tutto il cuore. Perché una vita senza più sorridere è peggio di tutto quello che ho perso per strada fino adesso.


E’ stato meraviglioso ritornare a vedere il mare che Silvia Ciompi ama tanto, immaginare l’inverno sulla costa con la sabbia e il vento che sporcano i vestiti, la voglia di urlare allo stadio, lo squallore dei calcinacci di un bagno in disuso, l’oscurità delle zone portuali e le storie di persone vere, autentiche dai sogni infranti che con la vita fanno a cazzotti tutti i giorni. Teschio e Camille non sono i soli a illuminare questo libro; insieme a loro gli amici di una vita come Bolo, Vale, Fabio, Serena, Eleonora e quelli appena trovati come Margherita e il gruppo del Santa Cecilia. Personaggi unici, veri che esprimono le molteplici forme dell’amicizia, quella spontanea che resta, non chiede e che capisce i silenzi.

E’ da storie così che ho imparato a connettermi in modo più profondo con me stessa e con la mia vita, per apprezzarne ogni sfaccettatura, anche quella apparentemente più insignificante ma che invece di valore ne ha tanto. Sono racconti così che mi ricordano il potere e la bellezza dei libri.

Un capolavoro da leggere.

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Recensione precedentemente pubblicata da Alessia sul blog All Colours of Romance