SCUOLA DI FELICITA’ PER ETERNI RIPETENTI di Enrico Galiano

SCUOLA DI FELICITA’ PER ETERNI RIPETENTI di Enrico Galiano

Titolo: Scuola di felicità per eterni ripetenti
Autore: Enrico Galiano
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 30 agosto 2022
Editore: Garazanti

TRAMA


Arriva un momento in cui si è convinti che non ci sia più bisogno di imparare. Ma basta un attimo per capire che le nostre sicurezze, spesso, sono solo un modo per far tacere la paura. Perché vivere intensamente è questo che fa: paura. E sono proprio i giovani a metterci davanti agli occhi una simile verità. Sono loro a rendere chiaro e lampante ciò che nella vita si è sempre saputo, ma non si sapeva di sapere. O ci si rifiutava di sapere. Capitolo dopo capitolo, Enrico Galiano ci porta a scuola di felicità. Una scuola in cui le lezioni sono piccole e grandi allo stesso tempo – sull’amore, il coraggio, la libertà – e impartite non da chi siede dietro la cattedra, ma dai ragazzi stessi. Scopriremo così che hanno ragione loro, quando ridono fino alle lacrime mentre gli adulti li osservano seri. Hanno ragione, quando amano fino a stare male mentre gli adulti li guardano con un sorriso accondiscendente. Hanno ragione, quando cadono, quando non capiscono, quando tartassano di domande finché ottengono una risposta chiara. Quando si arrabbiano perché non si sentono ascoltati. Grazie ai ragazzi, ci si rende conto che, per quanta strada si sia fatta, per quanta esperienza si sia accumulata, si è sempre eterni ripetenti. Eterni ripetenti alla scuola della felicità. Dopo “L’arte di sbagliare alla grande”, Enrico Galiano torna con un saggio che è come una giornata di sole dopo mesi di pioggia. Ci fa entrare nella sua classe ad ascoltare le voci e le storie di ragazze e ragazzi, e ci trasmette un’inaspettata leggerezza: leggendo queste pagine, nasce, spontanea, una voglia improvvisa di cominciare a vivere davvero.

RECENSIONE


La parola, uno strumento straordinario. 

Quante cose si possono fare con le parole: usarle per amare o per far del male, per costruire o per distruggere, per sognare, per capire, per conoscere. 

Ce lo racconta in modo molto affascinante e divertente un uomo che ha fatto di questo strumento pane quotidiano, mezzo per trasmettere, ma soprattutto per condividere, per tirare fuori conoscenze e attitudini, capacità e paure, passioni, idee e riflessioni. 

Il professore Enrico Galiano, (con una L come giustamente egli stesso spesso specifica) fa della parola seme che possa germogliare nei ragazzi a cui insegna e perché no anche nei cuori dei lettori a cui si rivolge con le pagine dei suoi libri. 

Insegnante e scrittore, dalle grandi capacità comunicative utilizzate anche in modo ironico ma “sempre sul pezzo” anche sui social. 

Ed è proprio perché utilizza mezzi disparati per comunicare pensieri e riflessioni sul nostro presente, sul nostro modo di vivere, sull’educazione, che è il suo mestiere, lo farei rientrare a pieno titolo nella categoria dei divulgatori: ecco secondo me, Enrico Galiano tra le tante cose è anche un divulgatore di felicità. 

Questa parola, felicità, è infatti presente in alcuni dei suoi titoli, l’ultimo dei quali SCUOLA DI FELICITÀ PER ETERNI RIPETENTI è la raccolta di una serie di lezioni vertenti su temi e argomenti disparati che, sebbene inizialmente non sembrerebbe, hanno invece molto a che vedere con la felicità. 

L’autore analizza insieme al lettore una serie di parole partendo dalla loro etimologia per arrivare attraverso le esperienze vissute nelle sue classi e le riflessioni dei suoi alunni, i loro punti di vista e la loro percezione del mondo che si trovano a vivere, a delle riflessioni non solo su tematiche di una certa importanza ma anche sul modo differente in cui gli adulti sembrano approcciarvisi rispetto a loro. 

È così da piccole lezioni sul coraggio, sul voler bene, sul destino, sulle macchie, sulla lentezza e tante altre, Enrico Galiano riapre quelle porte inevitabilmente chiuse con l’ingresso nella vita adulta, e ci fa vedere attraverso di esse da un altro punto di vista, quello che inaspettatamente e con meraviglia sono gli stessi ragazzi delle medie incontrati nel suo cammino di insegnante a mostrarci.  


Sapete quante cose potremmo imparare da loro? La follia, per esempio. Noi che non impazziamo mai, e proprio per questo rischiamo sempre di impazzire. 


E se le parti fossero invertite e davvero fossero in realtà i ragazzi ad avere molto da insegnare a noi adulti e non viceversa? 

Credo che l’educazione e la formazione in realtà siano sempre e in ogni caso uno scambio reciproco, come solo può essere un’attività che implica una relazione umana base imprescindibile di ogni apprendimento, ed è per questo che nell’atto educativo molto si dà ma anche molto si riceve dai propri alunni. 

In queste pagine l’autore lo racconta in modo a volte scanzonato ma sempre centrato, senza mai perdere di intensità, con una narrazione che scorre via come il corso di un fiume in cui il lettore si fa trasportare dalla corrente dei pensieri che mano a mano salgono in superficie. 

Non è un fiume placido anche se all’apparenza potrebbe sembrarlo. 

I suoi contenuti partono da spunti interessanti come poesie o citazioni varie così come da episodi di vita quotidiana assunti nella cosiddetta normalità. 

Eppure da essi si giunge sempre a una serie di  domande e risposte dal peso specifico non indifferente, affrontando questioni anche spinose, di quelle che spesso si preferisce chiudere a chiave in un cassetto. 

Ed è soprattutto questo che personalmente ricerco in una lettura, uno scuotimento che risveglia la coscienza troppo spesso assopita dal tram tram quotidiano che finisce per fagocitare quella parte più intima di noi, fatta di aspirazioni, sogni, desideri e progetti. 

Non è una lettura che lascia indifferenti, un po’ come fanno con lui i suoi alunni ponendogli domande spiazzanti su temi esistenziali, Enrico Galiano gira queste stesse domande anche a noi lettori, spiazzando anche noi, presentando sotto i nostri occhi questioni importanti, scomode, dimenticate. 

La felicità che abita il titolo di questo libro ce l’abbiamo? 

La inseguiamo? 

La sappiamo riconoscere? 


È per questo che la felicità è per i coraggiosi. È per questo che oltre una certa soglia può diventare insopportabile, portare alla follia. Ed è per questo che, più di tutto, quello che ti fa sentire è: fragile. Vulnerabile. In pericolo, perfino. 


Oltre alle citazioni letterarie e filosofiche, analisi di poesie, versi di canzoni, l’autore utilizza anche aneddoti personali che sono il plus della lettura perché Enrico Galiano riesce ad amalgamare tutto con naturalezza. 

Partendo dalle epigrafi contenenti tali citazioni ci porta a riflessioni e considerazioni anche intime passando attraverso piccole realtà del quotidiano suo e dei suoi alunni, in cui possiamo immergerci con curiosità e a volte riconoscere noi stessi. 

Scuola di felicità per eterni ripetenti è un libro denso, da maneggiare con cura perché scuote lo spirito, come un abito tirato fuori dall’armadio che scrolliamo per fargli riprendere forma, fa riflettere sul nostro presente e per questo trasmette la bellezza delle cose non semplici. 


La bellezza è semplice, ma non è facile. 


Noi adulti siamo dimentichi di come era sentire, vedere, sognare e vivere da ragazzi. 

Una lezione che è sempre bene ripassare, non per tornare giovani, ma per riuscire a guardare ancora con gli occhi che avevamo da giovani la realtà del nostro presente, tornare ad utilizzare sfumature là dove finora ci eravamo accontentati di usare solo gli stessi pochi colori. 

Per non uscire dai confini del conosciuto, del dovere, della sicurezza, per restare asciutti, volendo utilizzare questo bel passaggio dell’autore. 


E cioè che la vita è una pioggia, che anche se sotto l’ombrello si sta asciutti e protetti, i momenti migliori saranno sempre quelli in cui te ne freghi, chiudi l’ombrello e ti metti a correre. I momenti in cui ti lasci bagnare. I momenti in cui ti lasci vivere. 


Siamo tutti eterni ripetenti, e quando la materia è la felicità, tornare a scuola è d’obbligo. 

DORMI STANOTTE SUL MIO CUORE di Enrico Galiano

DORMI STANOTTE SUL MIO CUORE di Enrico Galiano

Titolo: Dormi stanotte sul mio cuore
Autore: Enrico Galiano
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima e terza persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Aprile 2020
Editore: Garzanti

TRAMA


Mia sa che può sempre contare su Margherita, la sua maestra delle elementari che, negli anni, è diventata anche la sua migliore amica. Nello strambo quaderno che custodisce in un cassetto di casa ci sono scritte tante piccole meraviglie, che sono anche tante grandi risposte. È lei a spiegarle che il cuore di una tartaruga batte sei volte al minuto, quello di un colibrì seicento. E che ogni cuore, quindi, segue il suo tempo. Ma c’è una domanda a cui Margherita non sa rispondere: “perché Fede è andato via?”. Fede è il ragazzo che la famiglia di Mia ha preso in affido. Fede non voleva parlare con nessuno, ma ha scelto lei come unica confidente. Fede, con i testi delle canzoni, le ha insegnato cose che lei non ha mai saputo. Fede l’ha stretta nel primo abbraccio in cui si è sentita al sicuro e davvero felice. Fede l’ha ascoltata e capita come nessuno mai. Da quando non ha più sue notizie, Mia non riesce ad avvicinarsi alle persone, non riesce nemmeno a sfiorarle. Mentre il mondo e la storia si inseguono e si intrecciano, lei si è chiusa in un guscio più duro dell’acciaio. E non vuole più uscire. Ma se non si affronta il nemico, il rischio è che diventi sempre più forte, persino invincibile. Se non si va oltre l’apparenza non si conosce la realtà. Anche se provare a farlo è un’enorme fatica; anche se ci vuole molto tempo. Perché, come dice Margherita, ogni cuore ha la sua velocità: non importa chi arriva primo, basta godersi la strada verso il traguardo.

RECENSIONE

Mia ha 30 anni e conosce bene l’istinto e la scia di gioie e dolori che il cuore lascia dentro e dietro di sé. È sempre stata matura, anche da bambina, quando osservava il mondo con gli occhi della meraviglia, come se fosse un grande contenitore di desideri da rincorrere.


Il mondo era un pacco da scartare, una pagina bianca, l’istante subito dopo la stella cadente.”


Continua a farlo, anche da adulta, quando ormai conosce il bello e il brutto del mondo. E da ragazzina si è ritrovata, da un giorno all’altro, senza vita. Più che giorno parlerei di notte, perché è proprio una Notte, in particolare, che toglierà luce alla sua vita.


Amo il suono del fiume che scorre, gli occhi miei chiusi ad abbracciarlo, nessuno lo sa ma amo così tanto vivere che ho un velo di lacrime sempre sugli occhi solo perché odio, terribilmente odio che vivere significhi, un giorno, morire. E non muori una volta sola…No, non muori solo il giorno che muori: puoi morire tante volte mentre sei ancora vivo.”


Partendo da un album di fotografie Mia racconta in prima persona, come una sorta di diario, l’incontro con Fede, la sua fobia, il suo sentirsi diversa, emarginata dai compagni, nel periodo critico dell’adolescenza in cui si fatica a conoscersi e a farti conoscere dagli altri. Il linguaggio, le espressioni e le paure di Mia, nella prima parte, rispecchiano la sua giovane età e i ricordi sono così nitidi che si rivivono leggendo. Nella seconda parte, quando inizia il viaggio verso la sua rinascita, Mia utilizza invece parole mature e consapevoli.

Cosa sarai mai accaduto a Mia? Quale tragico evento ha potuto trasformare la sua curiosità e vitalità in fobia e terrore? Mia si rende conto di soffrire di afefobia, una patologia che le provoca dolore, una sorta di bruciore quando tocca o viene toccata da una persona. Questa la porta a isolarsi e a fare lo slalom tra la gente per evitare qualsiasi contatto fisico. Tutto nasce da quella maledetta Notte in cui suo fratello adottivo Fede viene portato via dalla sua casa e se ne perdono le tracce. Fede un ragazzino che la famiglia di Mia ha preso in affido e che ha visto la guerra con gli occhi e ne ha vissuto l’orrore sulla pelle.


Sembrava davvero un cane abbandonato per strada, il pelo sporco e bagnato, tanta paura negli occhi e tanto freddo dentro. Un cane abbandonato e muto. Come se qualcuno gli avesse rubato la voce.”


Fede non parla ma osserva e capisce tutto e si lega a Mia, con un affetto e un amore totale; un sentimento che può essere come quello che c’è tra fratello e sorella oppure qualcosa di molto più intenso. Quando viene portato via, a Mia vengono nascoste le informazioni su di lui dai genitori per salvaguardarla e proteggerla. Non si rendono conto che i bambini possono accettare tutte le verità, anche le più dolorose, ma le bugie no. E che il negare l’evidenza e la realtà scavano buchi profondi e fanno perdere la voce del verbo toccare. I motivi di tutti questi segreti verranno svelati man mano. Ma è solo alla fine del libro che la matassa dei pettegolezzi e dei pregiudizi nati su Fede si srotola e viene sbrogliata. Prima di allora si susseguono voci alte o frasi sussurrate, che lo screditato, che lo accusano. Mia è sicura di quello che sente, è certa dei messaggi che le invia il cuore e dei brividi sulla pelle. Eppure comincia a credere a quelle voci e ad avere paura di Fede; una persona che le è stata così vicino, che le ha chiesto e dato affetto e amore con una semplice frase “Dormi stanotte sul mio cuore”. Poche parole che hanno un significato immediato ma che, per l’autore, si riferiscono alla poesia Rimani di Gabriele D’Annunzio.

Mia sente di avere la neve sul petto che le impedisce di respirare, che le fa tenere tutto a distanza


Cosa significa avere la neve sul petto? Significa stare davanti a un tramonto tutto rosso e non fermarsi un minuto a guardarlo. Passare vicino a un mucchio di foglie in autunno senza la voglia di saltarci sopra a farle scalpicciare.”


È proprio vero che non si ha bisogno di una persona che veda il mondo come lo vediamo noi, ma di qualcuno che il mondo ce lo lasci guardare ma con i nostri occhi. Posso solo dirvi che Mia l’ha trovata una persona così sensibile e attenta. Quello che non posso rivelare è il viaggio che l’ha portata a ritrovare, prima se stessa, poi questa persona. Perché dovrete scoprirlo leggendo questa meraviglia.

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UN TE’ A CHAVERTON HOUSE di Alessia Gazzola

UN TE’ A CHAVERTON HOUSE di Alessia Gazzola

Titolo: Un tè a Chaverton House
Autore: Alessia Gazzola
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Aperto
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 15 Marzo 2021
Editore: Garzanti

TRAMA


“Mi chiamo Angelica e questa è la lista delle cose che avevo immaginato per me: un fidanzato fedele, un bel terrazzino, genitori senza grandi aspettative. Peccato che nessuna si sia avverata. Ecco invece la lista delle cose che sono accadute: lasciare tutto, partire per l’Inghilterra e ritrovarmi con un lavoro inaspettato. Così sono arrivata a Chaverton House, un’antica dimora del Dorset. Questo viaggio doveva essere solo una visita veloce per indagare su una vecchia storia di famiglia, e invece si è rivelato molto di più. Ora zittire la vocina che lega la scelta di restare ad Alessandro, lo sfuggente manager della tenuta, non è facile. Ma devo provarci. Lui ha altro per la testa e anche io. Per esempio prepararmi per fare da guida ai turisti. Anche se ho scoperto che i libri non bastano, ma mi tocca imparare a memoria i particolari di una serie tv ambientata a Chaverton. La gente vuole solo riconoscere ogni angolo di ogni scena cult. Io invece preferisco servizi da tè, pareti dai motivi floreali e soprattutto la biblioteca, che custodisce le prime edizioni di Jane Austen e Emily Brontë. È come immergermi nei romanzi che amo. E questo non ha prezzo. O forse uno lo ha e neanche troppo basso: incontrare Alessandro è ormai la norma. E io subisco sempre di più il fascino della sua aria da nobiltà offesa. Forse la decisione di restare non è così giusta, perché io so bene che quello che non si dovrebbe fare è quello che si desidera di più. Quello che non so è se seguire la testa o il cuore. Ma forse non vanno in direzioni opposte, anzi sono le uniche due rette parallele che possono incontrarsi”. Alessia Gazzola, dopo “L’allieva”, torna con un nuovo libro che fa sognare tra dolci fatti in casa, la magia di un’ambientazione che riporta al fascino del passato e un piccolo mistero di famiglia da risolvere.

RECENSIONE

Siete amanti delle storie dal tocco british?

Allora questo è il libro che fa per voi, accendete il bollitore, preparatevi un buon tè, rigorosamente con una goccia di latte e sarete pronti a vivere una storia davvero magica.

Angelica vive a Milano, ed è purtroppo costretta a tenere a bada i suoi sogni per colpa di una vita routinaria e per lei poco soddisfacente.

Vorrebbe essere un’insegnante ma lavora come pasticcera, sogna l’amore ma è tristemente single, il tutto condito dalla presenza di una madre apprensiva che le chiede troppo, soprattutto di essere la persona che non è.


Non mi chiedo cosa ne sarà di me, non mi importa costruirmi mattone su mattone una stanza tutta per me che alla fine si rivelerà una cella. Io sono mina vagante, rifiuto l’ordine come stile di vita o le imprimo una direzione seguendo la scia di un dolce profumo.


Gli unici momenti piacevoli a cui non riesce a rinunciare sono le chiacchiere con la zia Edvige, che le riserva racconti utili a scoprire notizie interessanti sul passato dei suoi nonni e bisnonni.

Sono proprio questi aneddoti che stuzzicano la sua curiosità e con la voglia di vivere esperienze nuove la spingono a partire per Londra.

Arriva a Chaverton house senza sapere bene cose cercare, ma subito inebriata dalle atmosfere dei grandi classici inglesi che ha sempre solo letto nei libri, capisce che quello che doveva essere un breve soggiorno potrebbe diventare l’inizio di una vita nuova.


Chiudiamo gli occhi e quando li riapriamo il tempo è trascorso e la vita ci aspetta. Non sapere se sarà benigna o pronta a rifilarci una mazzata è il bello della scommessa che ogni giorno facciamo con lei. Cosa avrà in serbo per me, domani?


Alessia Gazzola per me è ormai un punto fermo, ci ha regalato ancora una volta, grazie alla sua scrittura frizzante e appassionante una storia allegra e godibilissima.

L’autrice stessa ha dichiarato che questo libro ha visto la luce durante il primo lockdown, uno strano periodo di stasi dove ognuno di noi aveva bisogno di distrazione e leggerezza, e dopo averlo letto devo dire che ha pienamente raggiunto i suoi intenti.

Continuando a sorseggiare il vostro tè, perché no accompagnato da un ottimo “scone”, chiuderete gli occhi e vi troverete in una perfetta atmosfera inglese, le sale di Chaverton house si apriranno per voi accogliendovi in un’avventura unica, che non vorrete finire troppo in fretta.


In questa pace avverto una sorta di dolce pigrizia che mi inebria. E anche se la vera ragione per cui in teoria sarei qui non svela ancora i suoi segreti, penso che rimanere valga sempre più la pena.


Vedrete una ragazza ficcanaso e sognatrice, cercare con passione piccoli dettagli del suo passato con la speranza di saperne di più sulla sua famiglia alimentando i suoi desideri più forti, e provando a realizzarli.

La storia di Angelica è apparentemente semplice, ma vi accorgerete di quanto in realtà sia profonda.

Questa simpatica protagonista ci fa capire l’importanza di non rinnegare le proprie origini e di apprezzare in ogni momento l’esperienza di chi ha vissuto più di noi, solo così potremo dar voce ai nostri sogni guardando con entusiasmo al futuro.

L’entusiasmo di Angelica diventerà il vostro, ne sono sicura e credo che questa storia non sia finita qui e che al più presto apprezzeremo ancora le vicende della nostra simpatica beniamina.

Consiglio questo libro ha chi ha voglia di una lettura fresca e piacevole, per staccare dalla vita quotidiana e sognare un po’.

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IL TATUATORE DI AUSCHWITZ di Heather Morris

IL TATUATORE DI AUSCHWITZ di Heather Morris

Titolo: Il tatuatore di Auschwitz
Autore: Heather Morris
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Concluso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 18 Gennaio 2018
Editore: Garzanti

TRAMA


Non esiste un luogo in cui l’amore non possa vincere.

Il cielo di un grigio sconosciuto incombe sulla fila di donne. Da quel momento non saranno più donne, saranno solo una sequenza inanimata di numeri tatuati sul braccio. Ad Auschwitz, è Lale a essere incaricato di quell’orrendo compito: proprio lui, un ebreo come loro. Giorno dopo giorno Lale lavora a testa bassa per non vedere un dolore così simile al suo finché una volta alza lo sguardo, per un solo istante: è allora che incrocia due occhi che in quel mondo senza colori nascondono un intero arcobaleno. Il suo nome è Gita. Un nome che Lale non potrà più dimenticare.
Perché Gita diventa la sua luce in quel buio infinito: racconta poco di lei, come se non essendoci un futuro non avesse senso nemmeno un passato, ma sono le emozioni a parlare per loro. Sono i piccoli momenti rubati a quella assurda quotidianità ad avvicinarli. Dove sono rinchiusi non c’è posto per l’amore. Dove si combatte per un pezzo di pane e per salvare la propria vita, l’amore è un sogno ormai dimenticato. Ma non per Lale e Gita, che sono pronti a tutto per nascondere e proteggere quello che hanno. E quando il destino tenta di separarli, le parole che hanno solo potuto sussurrare restano strozzate in gola. Parole che sognano un domani insieme che a loro sembra precluso. Dovranno lottare per poterle pronunciare di nuovo. Dovranno conservare la speranza per urlarle finalmente in un abbraccio. Senza più morte e dolore intorno. Solo due giovani e la loro voglia di stare insieme. Solo due giovani più forti della malvagità del mondo.

Il tatuatore di Auschwitz è il libro del 2018, da un anno domina le classifiche inglesi e americane. Nessun editore ha potuto lasciarsi scappare una storia così intensa da far vibrare le corde più profonde dell’animo. Una storia che presto diventerà un film. Il dolore che Lale e Gita hanno conosciuto e l’amore grazie al quale lo hanno sconfitto sono un insegnamento profondo: perché restano ancora molte verità da scoprire sull’Olocausto e non bisogna mai smettere di ricordare. Un romanzo sul potere della sofferenza e sulle luci della speranza. Su una promessa di futuro quando intorno tutto è buio.

RECENSIONE


Lale, un giovane ebreo originario della Slovenia, viene catturato dai soldati nazisti e deportato lontano dalla sua famiglia nel campo di concentramento di Auschwitz.

Dopo il disorientamento iniziale, il ragazzo comprende che per sopravvivere in quel posto deve imparare a lavorare restando il più possibile nell’ombra.

Il suo comportamento esemplare gli fa guadagnare fiducia e, dopo alcuni brevi insegnamenti, diventa il “TATOWIERER”, spettava infatti a lui incidere in modo indelebile sul corpo dei prigionieri ebrei quei numeri che contraddistinguevano le loro identità nel campo e segnavano il loro destino per sempre.

Si smetteva infatti di essere chiamati col proprio nome e si passava ad essere solo una sequenza di cifre, segno della profonda indifferenza che i tedeschi avevano nei confronti dei loro prigionieri.

Inizialmente questo compito lo inorridisce, ma poi Lale si rende conto che lo aiuta a confortare le donne e i bambini terrorizzati dalla nuova situazione, e soprattutto gli assicura una protezione personale dalla spietata cattiveria dei nazisti.

Un giorno come gli altri una ragazza gli porge il braccio per essere tatuata, Lale così conosce Gita, e la sua vita cambia per sempre.

Da quel momento in poi usa ogni occasione per provare ad incontrarla, e anche se si sono scambiati solo poche parole sente che rischierebbe la sua vita per proteggere quella fragile e indifesa della sua amata.

Ma tutto ciò potrà bastare?

Riusciranno insieme a difendersi dalla crudeltà di quel  periodo e dalla cattiveria umana?

Una storia semplice raccontata in terza persona sottoforma di diario ; è al tempo stesso una lettura molto impegnativa in quanto descrive nel dettaglio le crudeltà a cui il popolo ebreo veniva sottoposto, durante un periodo vergognoso per l’umanità.

E’ molto emozionante però vedere la speranza accendersi, Lale riesce a trasformare il suo “ingrato compito” in un modo per aiutare gli altri, sfrutta il suo essere immune agli occhi dei tedeschi per recuperare cibo e medicine per i prigionieri più in difficoltà. Il ragazzo diventa così un eroe per tutti, un esempio che aiuta a non arrendersi anche di fronte a tanta cattiveria.

Quasi non  conosce Gita ma la ragazza diventa il centro dei suoi pensieri, il bagliore di una debole speranza, il sorriso che la vita può ancora donargli.

Il racconto è molto dettagliato e realistico, soprattutto perché si tratta di una storia vera; l’idea del libro nasce infatti da un’intervista dell’autrice giornalista a Lale Sokolov, il vero e storico tatuatore di Auschwitz.

Consiglio questo libro a tutti, differisce dalle solite storie d’amore ma comunque ha una grossa similitudine: per amare ed essere ricambiati non bisogna MAI perdere la speranza, anche quando sembra tutto perduto, solo allora sarà per tutta la vita.

Recensione precedentemente pubblicata sul blog Il mio mondo di libri.

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QUELLO CHE SI SALVA di Silvia Celani

Quello che si salva

QUELLO CHE SI SALVA di Silvia Celani

Titolo: Quello che si salva
Autore: Silvia Celani
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: POV singolo (Giulia)
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 17 Settembre 2020
Editore: Garzanti

TRAMA


Solo un passo divide Giulia dalla vetrina. Un passo che, però, le sembra il più lungo che abbia mai fatto in vita sua. Dietro il vetro, c’è un oggetto che non vede da tanto tempo, ma la cui immagine è impressa a fuoco dentro di lei. Per tutti è una semplice trottola, ma per Giulia rappresenta l’attimo in cui il mondo si è fermato, lasciandola in bilico sull’abisso. Ora è di nuovo davanti ai suoi occhi. All’improvviso rivede sé stessa giovane. La ragazza che nel 1943, nei mesi dell’occupazione tedesca di Roma, ha trovato il coraggio di combattere per la libertà, di impugnare una pistola per reagire all’orrore nazista, di premere il grilletto con le mani che fino al giorno prima sfioravano con delicatezza i tasti di un pianoforte. Come se fosse l’unica scelta possibile, come se un’altra strada non fosse percorribile. Accanto a lei, Leo e il loro amore, nato nei rifugi in cui sono stati costretti a nascondersi e tra gli abbracci per superare la paura. Leo che una notte le ha detto che, qualunque cosa fosse accaduta, avrebbe dovuto custodire la trottola che le aveva mostrato. Un oggetto che, per lui, significava moltissimo. Così nulla sarebbe mai cambiato tra di loro. Quando, dopo una retata, Giulia ha perso le sue tracce, non è più riuscita a ritrovare la trottola. Quel giorno tutto ha smesso di girare. E adesso eccola di fronte a lei, dietro quella vetrina. Giulia deve scoprire come sia finita lì. C’è un’unica persona a cui è pronta a raccontare la propria storia: Flavia, che ha cresciuto come fosse una nipote. Perché sappia che non è vero che i vuoti lasciati dalle persone che abbiamo amato non si riempiono più. In realtà sono sempre colmi della loro presenza: bisogna solo non aver paura di ascoltare.


RECENSIONE

Salve gente, ringrazio prima di tutto queste fantastiche blogger per avermi ospitata in una veste inedita su Reading Marvels. Premetto che non ho mai scritto una recensione per un blog, ma ho deciso di parlarvi di un libro che ho amato particolarmente: Quello che si salva, di Silvia Celani, edito da Garzanti a settembre 2020.

Perché ho scelto proprio lui?

Perchè Quello che si salva è un romanzo che tratta in modo non banale un tema necessario e lo fa con una penna poetica, magica, evocativa e potente.

Ma partiamo dal principio.

Il romanzo, composto da 288 pagine, racconta una doppia storia che si intreccia su due piani temporali, giocando anche con il punto di vista. Nel passato Silvia Celani ci mostra gli eventi tramite gli occhi della protagonista, in prima persona, nel presente, invece, lo fa con una terza persona e un narratore esterno.

La storia inizia, come anche nel suo romanzo d’esordio Ogni piccola cosa interrotta, da un oggetto che riaffiora dal passato e dal magma della storia per rompere l’equilibrio apparente che avvolge le due protagoniste.

Flavia, giovane e smarrita in una vita priva di certezze e rapporti solidi e Giulia -nonna Luli- un’anziana signora che ha cresciuto la ragazza come una nipote, nonostante non ci siano tra le due legami di sangue.

Flavia e Giulia ci introducono a passi sospesi nella Storia, durante una passeggiata tra le Vie di Roma che ogni 9 settembre intraprendono insieme, come una ricorrenza da rispettare e di cui Flavia non conosce il vero significato.

In una capitale di vicoli pittoreschi, le due si trovano di fronte alla vetrina di una casa d’aste.

Dietro il vetro, c’è un oggetto che Nonna Luli non vede da tanto tempo, ma la cui immagine è impressa a fuoco dentro di lei. Per tutti è una semplice trottola, ma per Giulia rappresenta l’attimo in cui il mondo si è fermato, lasciandola in bilico sull’abisso. Ora è di nuovo davanti ai suoi occhi. All’improvviso rivede sé stessa giovane. La ragazza che nel 1943, nei mesi dell’occupazione tedesca di Roma, ha trovato il coraggio di combattere per la libertà, di impugnare una pistola per reagire all’orrore nazista, di premere il grilletto con le mani che fino al giorno prima sfioravano con delicatezza i tasti di un pianoforte.

Perché, anche se Flavia non lo sa, Nonna Luli ha fatto parte della resistenza e ha combattuto. Come se fosse l’unica scelta possibile, come se un’altra strada non fosse percorribile.

La trottola, la riporta nel passato e riporta anche noi tra le vie della Roma bombardata e occupata, pattugliata dai tedeschi, in un vortice di paura, orrore e tenebra.

E in questo scenario accanto a Giulia conosciamo Leo e il loro amore, nato nei rifugi in cui sono stati costretti a nascondersi e tra gli abbracci per superare la paura. Leo che una notte le ha detto che, qualunque cosa fosse accaduta, avrebbe dovuto custodire la trottola che le aveva mostrato. Un oggetto che, per lui, significava moltissimo. Così nulla sarebbe mai cambiato tra di loro.

Quando, dopo una retata, Giulia ha perso le sue tracce, non è più riuscita a ritrovare la trottola.

Quel giorno tutto ha smesso di girare. E adesso eccola di fronte a lei, dietro quella vetrina, riportandola a quel dolore e quella separazione.

Ma il passato si intreccia col presente, dando ancora più forza alla narrazione che procede a ritmo veloce e crescente. Perché Flavia, di fronte alla chiusura e ai segreti di Nonna Luli, non accetta di perdere anche lei, non si dà per vinta e inizia a indagare sul passato dell’anziana e sul significato della trottola, ritrovando così non solo il senso di ciò che è stato, ma anche della sua vita sgangherata.

Tra passato e presente, Flavia conosce infatti l’amore, e riesce ad accettare gli abbandoni che l’hanno segnata fin da bambina.

Quello che si salva è proprio questo: una matassa di fili e di vite che si intrecciano in modo perfetto, senza sbavature o parti superflue.

Una panna poetica che riesce a raccontare La resistenza senza orpelli, ma per quello che è stata davvero: la lotta di ragazzi appena ventenni che non si sono rassegnati alla devastazione della guerra e che non hanno avuto scelta.

La scelta che invece abbiamo noi, oggi, di ricordare, di non dimenticare.

Di leggere, scrivere, parlare di ciò che è stato per impedire che si ripeta.

Per questo, il romanzo di Silvia Celani, è una lettura che vi consiglio con tutto il cuore e che per me resterà speciale.

Recensione a cura di Silvia Ciompi, in esclusiva per Reading Marvels.


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