HOUSE OF PAIN di Naike Ror

HOUSE OF PAIN di Naike Ror

Titolo: House of pain
Autore: Naike Ror
Serie: American’s Creed in love vol. 2
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternato (Emery e Hannah)
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 26 Gennaio 2021
Editore: Self-Publishing

TRAMA


Mi chiamo Emery Scott e sono il Presidente degli American’s Creed, la più antica confraternita studentesca di Yale. Frequento il dottorato in legge, amo le feste selvagge, il football e i dolci al cioccolato.
Ho due amici che considero fratelli: Cruz Sanders, che tutti credono sia un cinico manipolatore, e Tyson Rogers, reputato il professore più stravagante dell’università.
Anche su di me la gente ha un’opinione precisa: crede che io sia il tipico ragazzo ricco, viziato, che ama le avventure di una notte.
Nessuno, però, ha idea di quanto in realtà io mi senta solo.
Terribilmente solo.
Se solo Hanna Foster, la ragazza che mi piace, potesse capirmi… anche lei appare per quello che non è, ne sono sicuro.
Peccato solo che lei mi consideri un maniaco, e ogni volta che tento un approccio, fugge via come se avesse incontrato il diavolo in persona. Non ho proprio una possibilità con Hanna, me ne rendo conto, ma come posso spiegare al mio cuore che deve smetterla di palpitare ogni volta che incrocio i suoi occhi?

RECENSIONE


Era da molto che volevo leggere questo libro. La curiosità mi era rimasta dalla fine del primo capitolo di “House of love”, della serie “America’s Creed in love”, in cui di due protagonisti di questa storia si erano affacciati timidamente, lasciandomi in loro attesa.

Avevo capito che il tono del libro sarebbe stato differente dal primo già dal titolo ,“House of pain”, ma non mi sarei mai immaginata di trovarmi difronte ad una storia così intensa, sofferta ma anche dolcissima. Un miscuglio di tonalità che mi ha fatto amare questa storia fin dalle prime pagine.

I suoi protagonisti, Emery e Hannah, sono molto diversi rispetto a quelli conosciuti nel primo capitolo, perché più ambiziosi, competitivi e pronti ad accettare ogni sfida pur di primeggiare tra loro.

In questa storia non ci sono sfide o primati da superare perché il tema su cui si centra la trama è antitetico, ovvero vivere semplicemente la normalità ed essere sé stessi, oltre le convenzioni e le aspettative altrui. Anche se potrebbe sembrare un’obiettivo raggiungibile, tutto si complica se si è vissuto un passato molto poco ordinario e se l’attuale contesto di vita è studiare a Harvard e Yale, in cui sopravvivere significa eccellere, essere performanti per passare davanti agli altri concorrenti.

Dinamiche di ricerca dell’eccellenza che possono assumere molteplici significati come essere sempre dei vincenti nello studio, nella vita pervandendo così la personalità fino a condizionare ogni scelta. Meccanismi che possono diventare perversi per chi ha conosciuto il dolore e la solitudine, come Emery e Hannah.

Emery proviene da un’elitaria famiglia di avvocati, è Presidente della confraternita più potente della sua università e membro onorario di un ristretto gruppo di amici. Ma c’è qualcosa che lo distingue dagli altri e lo rende più autentico e sensibile, un ragazzo di rara purezza d’animo.


Quelli del primo anno erano ritenuti degli inferiori, Cruz e Tyson avevano spesso usato i più giovani come zerbini e a proprio piacimento, mentre il sottoscritto non riusciva proprio a farsi andare bene quella consuetudine.


Hannah è una ragazza pacata e riservata, con un doloroso passato alle spalle. Vive per studiare e trovare un’indipendenza economica, per superare il ricordo di un’infanzia da dimenticare. Orgogliosa e tenace, vive tranquilla, nonostante fragilità e paure che le hanno marchiato il cuore in modo indelebile.


Nascondermi sotto le fronde di un salice, mimetizzarmi tra gli altri studenti durante una lezione, mi faceva sentire al sicuro da un mondo in cui la competizione regnava sovrana. Gareggiare e primeggiare richiedevano un’ambizione vorace che non avevo mai posseduto.


Così raccontata, sembrerebbe la trama di un libro già letto, invece mai sensazione potrebbe essere più sbagliata.

“House of pain” è una storia particolare che posa sul cuore la delicatezza e il candore di una piuma fatta per lenire paure e superare il buio. Una lettura che scalda e si scopre più bella se assaporata con la giusta lentezza, seguendo un ritmo di narrazione scandito ad arte che permette di elaborare scelte e carpire gli aspetti più in ombra dei due protagonisti, così semplici perché autentici ma anche complessi per ciò che nascondono dietro le loro maschere.

Emery e Hannah sono intrisi di quelle sfumature che danno intensità a personaggi che si farà fatica a dimenticare, perché è nel contrasto che spesso si trova la bellezza di un forte realismo descrittivo.


Lei voleva essere normale, io volevo che fosse normale vivere ogni momento come se fosse il più speciale di tutti. Poteva esserci una coppia più perfetta?


Uno stile di narrazione fluido e diretto pervade tutto il libro, confermando Naike Ror come un’autrice in grado di colpire in profondità con personaggi imperfetti e non convenzionali, che offrono emozioni vive e credibili, regalando dialoghi pungenti e ricchi di ironia, in grado di lasciare quel lieve senso di amarezza che riserva spesso la vita.

Leggere “House of pain” è stato un viaggio intenso, a tratti toccante, in grado di scavare l’animo umano e scoprire il senso profondo dell’amore capace di aspettare e rispettare, e dell’amicizia, quella più autentica, che riesce a vedere oltre la superficie di mura invalicabili fortificate per proteggersi e difendere chi più si ha a cuore.


Eravamo noi nonostante i dubbi, le differenze, le rotture. Nonostante il mio passato e il suo futuro, malgrado quello che pensavano gli altri. Nonostante le difficoltà e la sofferenza.


Una storia come un inno alla normalità, alla speranza di una rivincita, alla capacità di trasformazione, per superare l’ingiustizia sociale e i segni della ferocia umana. Un libro che ho atteso di leggere e che probabilmente dovevo conoscere al momento giusto, per amarlo di più. Lo ricorderò come le cose belle e indimenticabili, che a volte sono le più semplici.

Chapeu Naike.

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QUELLO CHE NON TI ASPETTI di Giovanna Roma

QUELLO CHE NON TI ASPETTI di Giovanna Roma

Titolo: Quello che non ti aspetti
Autore: Giovanna Roma
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternato (Hope e Trevor)
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 6 Dicembre 2020
Editore: Self Publishing

TRAMA


Sono noto per i miei scatti di rabbia. Ho il numero maggiore di penalità nella squadra di hockey e la faccia sulle riviste scandalistiche. Metto nei guai chi se lo merita e Hope Harley lo merita più di tutti.
Questo finché scopro che qualcosa di più grande di lei manovra la sua vita. All’improvviso i miei soldi sono carta straccia, i muscoli inutili. La mia sregolatezza diventa un’esistenza vuota.
Hope è cieca ai rischi. Sfida Golia, si lancia nel dirupo, non rimanda e ricomincia da zero ogni giorno.
La lezione più dura che mi abbia impartito? Lei è la verità, mentre io sono una bugia.

RECENSIONE


“Quello che non ti aspetti” offre già dal titolo il tema ricorrente del libro, ovvero le aspettative, su di sé e sugli altri. Un concetto che a mio avviso l’autrice ha raccontato in molteplici aspetti.

Una storia dura, in cui dolore, speranza, morte e vita si mischiano continuamente creando un circolo di sensazioni contrastanti che mi ha lasciato con il fiato sospeso fino alla fine.

Hope è una ragazza di vent’anni, metà dei quali passati in ospedale per sconfiggere una malattia terribile che ha cambiato per sempre la sua vita, appendendola ad un filo che rischia di spezzarsi ogni giorno.

All’uscita dell’ospedale dopo uno dei suoi tanti controlli incontra Roy, capitano dei “Falchi”, celebre squadra di hockey su ghiaccio che lei ovviamente non conosce. Tra loro nasce una bella amicizia, fatta di messaggi e racconti di vita, che danno a Hope un po’ di ossigeno per vivere, dopo tantissimo tempo, come una ragazza normale.


Quando scrive… io mi sento coinvolta nella sua vita… meno sola, ecco. Non ho mai giustificato quello che si crea tra noi, neanche nella mia testa.

Non mi è mai interessato l’hockey, ma oggi lo vedo come l’occasione per agire di testa mia e divertirmi come mai. Voglio uscire, stare tra coetanei, farmi trasportare dalla vita.


Roy è quanto di meglio ci si possa aspettare da un ragazzo: premuroso, gentile, paziente, protettivo e capace di immensa comprensione per una ragazza particolare come Hope.

Sembrerebbe che tutto fili liscio e che l’amicizia che sembra legarli sempre di più si possa trasformare in qualcos’altro. A scombinare le carte però si insinua l’imprevisto, ovvero Trevor, migliore amico di Roy nonché attaccante della sua stessa squadra di hockey.

Trevor è irruento, irriverente, allergico ad ogni tipo di sentimentalismo e quanto di più lontano dallo stereotipo di bravo ragazzo. Il suo unico obiettivo nella vita è vincere il campionato.


Ho la stoffa del campione cucita addosso. Governare il disco e schivare chi si intromette nella mia traiettoria dà un senso di onnipotenza.


Le ragazze per lui sono solo oggetti di divertimento da usare a piacimento. Non si fida dell’amore, anzi lo rinnega totalmente, credendo che le donne lo cerchino solo per visibilità e successo sociale. Un animo arido di cui, ammetto, avrei voluto conoscere maggiormente il passato, per capire le ragioni di atteggiamenti tanto spietati.


«Eccoti un prezioso insegnamento: l’amore è una buffonata. Se l’hai inserito nella lista, risparmiati di perdere tempo e cancellalo.»


Il loro incontro li vedrà scontrarsi in tutti i sensi, tra il tragico e il comico. Il preludio di una storia che investirà entrambi in modo appassionato e turbolento.


«Hope Harley» allungo la mano. «Trevor Reeves.» La scuote e assottiglio lo sguardo. L’ho già sentito. I occhi scorrono sul mio corpo e lenti tornano sul viso, puntandomi in modo diretto.


Un doppio filo in cui Roy e Trevor incarneranno due poli opposti di vivere, in cui a farla da padrone saranno proprio l’approccio alla vita e le reazioni agli ostacoli che si presentano.

Da una parte l’amicizia forte e pura verso Roy, protettivo e innamorato, e dall’altra la passione irruenta verso Trevor, cinico, incapace di amare e dai modi quasi disumani.

Una sfida difficile, tortuosa, due strade opposte che Hope percorrerà in parallelo, portando con sé una persistente voglia di vita, che me l’ha fatta amare profondamente.

Mi è piaciuta perché incarnazione di un’eroina piccola ma forte, con le sue paure, le sue insicurezze e la sua tenacia. Giovanna Roma ha accuratamente raccontato la sua quotidianità, fatta di passioni come quella per il blog di cucina. Un mondo che Hope si è costruita per evadere ma anche per condividere con chi soffre come lei, ricette per l’alimentazione particolare che deve seguire, offrendo inconsapevolmente speranza a più livelli. In questo libro c’è il suo dolore, quello di una ragazzina giovane e forte, che convive con la sua malattia con dignità e coraggio. Ma c’è anche altro, ovvero la lotta per vivere ogni minuto come se fosse l’ultimo, lasciando spazio ai sogni e la lista delle cose da fare come obiettivo di vita.

Ed è stato bello come Trevor, sbagliato  e imperfetto,  sia l’unico che le crederà, spingendola ad alimentare quella voglia di vivere che i suoi familiari le negano. Un legame che li farà crescere entrambi, nonostante tutto.

Questo è il messaggio più bello: il cuore e la mente spingono a volte verso direzioni inaspettate, verso chi concede più tempo, più vita, un istinto alla sopravvivenza, a vivere fino all’ultimo respiro con fame ed emozione.

Niente sarà facile in questa storia, lunga e turbolenta, ma Hope e Trevor, insieme anche a Roy, mi hanno offerto una visione completa su un concetto importante, ovvero quello delle aspettative a 360°.

Avere aspettative troppo alte nei confronti di chi ci circonda può diventare un atteggiamento egoista e può farli sentire in obbligo di soddisfare tutti i nostri desideri. In questo modo però limitiamo la loro libertà, quando, in realtà, l’unica persona da cui dovremmo aspettarci tutto ciò siamo noi stessi.


«Costruisci le tue giornate su delle liste. Ogni settimana, ogni mese sai cosa fare, ma che mi dici dei momenti?»

«Sono quelli che sfuggono agli schemi, quelli che non vedi arrivare.»


Passiamo la maggior parte della nostra vita “aspettandoci qualcosa”: aspettando che accada ciò che desideriamo, aspettando che le persone si comportino in modo coerente con la nostra opinione su di loro. “Aspettarsi” è a volte sinonimo di “desiderare”, il che implica una piccola manipolazione da parte nostra.
In questa storia desideri, aspettative si sveleranno fino infondo, offrendo una bella riflessione sull’approccio alla vita.

Un libro da leggere.

Recensione precedentemente pubblicata da Alessia sul blog All Colours of Romance

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MILLION KISSES BABY di Laura Pellegrini

MILLION KISSES BABY di Laura Pellegrini

Titolo: Million kisses baby
Autore: Laura Pellegrini
Serie: American Navy Raiders Series
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternato (Scott e Nada)
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 2 Aprile 2021
Editore: Self Publishing

TRAMA


Cosa potrebbe accadere se la donna più refrattaria all’amore si innamorasse a prima vista di un Seal abituato ad attendere con pazienza il momento perfetto per centrare il suo obiettivo?Nada è un’agente immobiliare, che ha fatto della sua vita perfetta uno scudo per proteggersi da qualsiasi emozione, soprattutto dai sentimenti. Scott, invece, dalla sera in cui l’ha conosciuta a Hollywood, è determinato a rubarle il cuore. Tra le praterie innevate del Colorado, tormente di neve e passeggiate a cavallo, riuscirà il nostro capitano a far capitolare la bella Nada tra le sue braccia una volta per tutte e tornare incolume dall’ultima missione?

«Million kisses baby, da oggi ti chiamerò così.»

«E perché mai?»

«Perché un tuo bacio vale milioni.»

RECENSIONE


Aspettavo questa storia con grande curiosità, da quando Scott e Nada, i due protagonisti del libro, hanno fatto una fugace apparizione alla fine del primo capitolo di questa serie. Potrei dire fugace ma anche indimenticabile, tanto da farmi attendere questo secondo capitolo con molta trepidazione.


Dio, può un uomo abbattere in poche ore tutti i muri che con dovizia ho innalzato per l’intera vita? Può un uomo essere così… perfetto?


Un libro intenso, coinvolgente che parla di un colpo di fulmine, un’attrazione inspiegabile e potente al pari di un corto circuito, causata dallo scontro di due correnti opposte, una fredda e una calda. Uno sbalzo di tensione seguito da un blackout, che genera un danno così irreparabile, un sentimento così invalidante da cui non tornare più indietro, nonostante il tempo e la distanza.

Perché innamorarsi al primo sguardo può aprire ferite e diventare una condanna per chi l’amore non se lo può permettere, fino ad escluderlo dalla propria vita, come Nada.

Caparbia, determinata e abituata a concedere nulla di sé agli altri. L’unica eccezione alla sua perenne lotta alle emozioni sono le amiche più intime, che ne conoscono i lati più fragili e abilmente nascosti sotto un’impenetrabile maschera di rigore.

Cosa succede se ad una personalità così apparentemente impassibile divampa improvvisa la fiamma di un trasporto emozionale fuori scala, capace di colpire al cuore?

Per ovviare ad un problema di così “alta tensione” potrebbe essere sufficiente non oltrepassare gli “standard di tolleranza” e fare in modo che non si verifichino più sbalzi di tensione. Ma se il limite è già stato superato tornare indietro è impossibile, il danno è fatto.


È diverso. Lui è diverso. Lui non è come tutti gli altri. Lui non scivola via come acqua. Lui si infiltra, lui sconfina. Lui mi spezza.


Amico fidato, soldato encomiabile, fratello presente, Scott è tutto questo e anche di più. Chi lo conosce e gli è vicino lo cerca per avere conforto e sostegno. Un uomo solido che ama le sue radici, immerse nelle montagne del Colorado dove la natura avvolge e protegge, un luogo speciale in cui rifugiarsi insieme ai suoi cavalli e l’adorata famiglia. Uno spirito puro, incapace di fingere con sé stesso e con gli altri.


Nada è un turbine di emozioni sopite, di necessità infrante contro i muri del raziocinio. Lei è la quinta essenza della privazione, della negazione. La ragione che supera ogni cosa.


Due protagonisti che si fanno sentire profondamente, nelle loro paure e insicurezze, e che trasportano il lettore in una dimensione in cui la comunicazione si basa su di un linguaggio speciale, intimo, che tocca l’anima in profondità e si manifesta attraverso un semplice sguardo, una vibrazione appena percepita, un battito accennato:


«Cosa?» Mi giro verso di lui che mi sta così vicino da togliermi la razionalità. La sua mano lascia definitivamente la mia, la spazzola cade tra la segatura a terra. «Quello che si prova.» «A fare cosa?» Sfiora il collo di Misae con una mano, sorride senza guardarmi. «A lasciarsi andare» specifica cristallino. «Pensi che…?» «Io non penso, Nada, io ti vedo.»


Lo stile di narrazione è intenso ed evocativo, la descrizione delle scene è sapiente e accurata, attraversata da immagini e suoni vivi che amplificano le percezioni durante la lettura rendendo coinvolgenti i dialoghi.
Il candore della neve, il rumore della pioggia insieme al sole che rifrange sui vetri costruiscono ad arte la fotografia di questa storia, in cui le ambientazioni sono parte fondamentale della narrazione.


La pioggia ancora cade, le auto passano, le sirene urlano tra i palazzi alti, ma nonostante tutto la sento. La sento come una musica bellissima, come la delicatezza di questa pioggia. Come la meraviglia che è.


Una storia profonda scritta in modo trascinante e avvincente, al cui centro non c’è solo l’amore ma anche l’amicizia, quella salvifica, che definirei il filo conduttore di questa appassionante trilogia, a conferma che spesso a fare la differenza sono gli amici veri.

E con le parole della canzone Candy di Paolo Nutini, al centro di una delle più belle scene del libro, chiudo questo mio pensiero, sperando di conoscere a breve la storia di Predator e Emily, che temo mi faranno impazzire, letteralmente.

Darling, I’ll bathe your skin
I’ll even wash your clothes
Just give me some candy before I go
Oh darling, I’ll kiss your eyes
And lay you down on your rug
Just give me some candy after my hug

Grazie Laura di questa ennesima storia da ricordare.

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KISS ME HERE di Valentina Ferraro

KISS ME HERE di Valentina Ferraro

Titolo: Kiss me here
Autore: Valentina Ferraro
Serie: Autoconculsivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: POV alternato (Cybil e Lucas)
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 20.07.2020
Editore: Self-publishing

TRAMA


Non sono andata a quella festa per incontrare lui. Lui, è capitato.

Uno sguardo di troppo, un mezzo sorriso da canaglia, un rum e cola al quale dare la colpa dopo e, come per incanto, mi sono ritrovata in uno sgabuzzino delle scope, avvinghiata al corpo nudo e bellissimo di questo sconosciuto.

E Sconosciuto ci sa fare.

Sconosciuto mette in discussione la mia indole diffidente, mi fa provare emozioni contrastanti, mina le mie certezze.

Ma per fortuna non lo rivedrò mai più… o almeno era quello che pensavo.

Lui è il diavolo in persona.

Quando mi guarda, mi spoglia.

Quando mi parla, mi ferisce.

E io devo mettere una distanza infinita fra di noi, prima di lasciarci il cuore.

Non pensavo mi avrebbe assecondato. Nemmeno per un attimo ho creduto che sarebbe bastato un cenno del mento per convincerla a seguirmi.

Dieci secondi ed è riuscita a mettermi K.O.

C’è solo un problema: adesso che ho scoperto chi è, capisco che non la posso avere. Tutte, ma non lei. Cybil MacBride è pericolosa, imprevedibile, intoccabile. 

Eppure, ogni volta che chiudo gli occhi, le uniche cose che vedo davanti a me sono una cascata di capelli biondi e un tattoo minuscolo all’altezza dell’inguine, che rimane, ad oggi, la cosa più eccitante sulla quale abbia mai messo le mani. Peccato che quei capelli e quel tatuaggio appartengano entrambi a una grandissima manipolatrice. 

E si sbaglia: il diavolo in persona non sono io. È lei!

RECENSIONE


Voglio davvero fare sesso, dentro un ripostiglio, con un ragazzo appena incontrato?


Cybil e Lucas non si conoscono, non sanno l’uno dell’altra fino a che ad una festa si ritrovano a vivere la migliore esperienza della loro vita, un incontro ricco di passione che li segnerà per sempre.
Da quel focoso momento passano due anni e mezzo, fino a che il destino si divertirà a rimettere le loro vite sulla stessa strada, anzi nel solito palazzo.

Leggere questa storia è stato come salire sulle montagne russe, correndo su un binario precario in un continuo saliscendi di emozioni contrastanti, al cui centro una storia di amore e odio come non ne leggevo da tempo.

Due ragazzi che sovvertono tutte le regole, conoscendosi da amanti e ritrovandosi nemici giurati.

Ma si sa che spesso dietro l’odio più profondo si nasconde altro, magari una guerra combattuta contro sentimenti che non si vogliono accettare ma che nonostante tutto divampano potenti come un fuoco indomabile, che brucia e può anche ferire.

Valentina Ferraro è un’autrice che ho conosciuto attraverso la serie Matching Scars, in cui mi sono persa e ritrovata in un viaggio coinvolgente, e poi la bellissima storia di Eva con “Sempre Lei”.
In questo romanzo ho ritrovato la stessa bravura delle sue opere precedenti, ovvero quella di saper raccontare con talento il caleidoscopio di stravolgimenti emotivi e psicologici che segnano una profonda storia d’amore giovanile, aldilà del tempo e la distanza che si interpongono. Nulla serve a sopire una fiamma mai spenta, l’intensità di un emozione tanto breve quanto indimenticabile.

Cybil e Lucas lottano contro dei sentimenti così forti da intossicare e pervadere entrambi, perché così simili e distanti, testardi e tenaci, accomunati da un forte orgoglio che li rende incapaci di vedere oltre il velo dell’odio per scoprire cosa c’è dietro, ovvero la nascita di qualcosa che va oltre sé stessi.


Lei è pericolosa, imprevedibile. Lei mi spiazza come nessun altro che conosco, capovolge il mio universo e mi fa dimenticare perché non la sopporto.


“Kiss me here” è un libro che travolge grazie alla bravura di Valentina Ferraro di incollare il lettore alle pagine attraverso dialoghi e battute esilaranti, che ricordano quanto in gioventù si sia sempre in balia delle proprie emozioni. L’ambientazione suggestiva di una frenetica New York raccontata ai tempi dell’università batte il ritmo incalzante di questa storia di odio/amore e amicizia, una combinazione che contraddistingue lo stile narrativo dell’autrice.


Mi sporgo verso di lui e lo bacio sulla guancia. Un bacio veloce e amichevole, un bacio che avrei dato a chiunque altro al mondo, ma che dare a lui mi provoca una fitta di dolore che si posa sul cuore.


Un New Adult D.o.c., scritto in modo magnifico, quasi un inno ad una fase della vita che fa soffrire ma che al tempo stesso segna profondamente, lasciando le cicatrici tipiche delle intricate problematiche esistenziali che si attraversano quando si sta per diventare adulti. Un ciclone in cui perdersi è facile e ritrovarsi innamorati e confusi lo è altrettanto. Ed è in quel momento della vita che va trovata la bussola per orientare il cuore, per crescere e definire i confini che creeranno la propria identità.

Cybil e Lucas sono due personaggi difficili da dimenticare, perché autentici e complessi.
Aver letto la loro storia è stato un viaggio intrigante e appassionato, l’evasione perfetta da vivere per emozionarsi e dimenticare per qualche ora questo momento così difficile.


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VOLEVO SOLO SFIORARE IL CIELO di Silvia Ciompi

VOLEVO SOLO SFIORARE IL CIELO di Silvia Ciompi

Titolo: Volevo solo sfiorare il cielo
Autore: Silvia Ciompi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Concluso
Data di pubblicazione: 9 Marzo 2021
Editore: Sperling & Kupfer

TRAMA


Dopo la morte della madre Emma, Clelia ha smesso di vivere. Nasconde le cicatrici sotto il trucco pesante e le magliette scure troppo lunghe, con il silenzio unico compagno delle sue giornate, da cui la musica, tanto amata da Emma, è bandita. Il giorno del suo compleanno, quando la nonna le consegna la chiave di uno scantinato che le aveva comprato la madre per allestire una web radio, Clelia all’inizio non ne vuole sapere, poi la curiosità di scoprire il suo ultimo piano ha la meglio.

Ed è proprio fuori dallo scantinato, sotto il sole cocente di giugno, che conosce Lorenzo, appena arrivato all’Isola d’Elba da Roma, con i suoi ricci ribelli, la faccia da schiaffi e un sorriso arrogante.

Tra i due prima è guerra aperta, poi tregua armata, infine pace che assomiglia tanto all’amore.

E all’improvviso, mentre l’estate infuria e l’afa diventa sempre più opprimente, Clelia non si nasconde più e la musica torna a fare da colonna sonora ai suoi giorni.

Ma la ragazza non sa che Lorenzo è in fuga da tutto, soprattutto da se stesso, e si porta dentro un terribile dolore. Una volta che i segreti di entrambi verranno svelati, la loro storia sopravvivrà ai contraccolpi della vita?

Dopo il successo di Tutto il buio dei miei giorni Tutto il mare è nei tuoi occhi, romanzi amatissimi dalle lettrici, Silvia Ciompi ci consegna una nuova storia d’amore spaccacuore e una nuova coppia di protagonisti di cui innamorarci.

RECENSIONE


Aspettavo da tanto questo romanzo. Un’attesa lunga, come la scia di un traghetto seguito nel mare per arrivare alla destinazione promessa. Approdare è stato emozionante e al mio arrivo i due protagonisti, Clelia e Lorenzo, mi hanno presa subito per mano e trascinata via per le strade di Portoferraio. Li ho seguiti correndo con loro a perdifiato nei vicoli del paese fino a via delle Galeazze 18, dove mi hanno mostrato impazienti un posto speciale, perfetto per raccontarmi la loro intensa storia, fatta di amore, dolore, sopravvivenza , ricordi, senso della vita, tanta nostalgia e profonda malinconia.

Mi hanno invitato a sedermi su un divano in stile retrò, acceso un vecchio grammofono, scelto con cura un vinile tra gli scaffali colmi di dischi e quando Lucio Dalla ha iniziato a intonare le prime strofe di “Anna e Marco” hanno cominciato il loro racconto. Ho ascoltato rapita ogni parola, guardandoli battibeccare tra l’accento toscano e quello romano, per seguire affascinata il testo della canzone dipinto su una delle pareti del loro scantinato, così ricco di vita e ricordi.

“Volevo solo sfiorare il cielo” è una storia struggente che non lascia indifferenti, come il luogo dove è ambientata, l’Isola d’Elba, terra ricca di miti e leggende che si intrecciano col mare che la circonda e la macchia mediterranea che ne preserva ancora il lato selvaggio, fatto di pietre, metallo e sentieri.
Un libro come una di quelle storie sussurrate dal vento, quando soffia forte e gonfia il mare impetuoso, acuminando gli scogli più impervi, che diventano taglienti fino a ferire la pelle, proprio come fa la vita quando decide di togliere, per stravolgere i destini in modo irreparabile.

Clelia e Lorenzo sono due giovani sopravvissuti, a cui la vita ha chiesto molto, cresciuti troppo in fretta per la loro età, senza appiglio. Entrambi hanno dei dolori che li hanno segnati per sempre, che non possono estirpare o elaborare.

Clelia è diffidente, caparbia, si nasconde dal mondo per vivere in solitudine la perdita della madre, di cui si sente colpevole. Ha un buio interiore che l’ha spenta per sempre e che mostra attraverso una maschera fatta di oscurità, privazioni, per negare a sé stessa ogni cosa bella, che la può rendere felice. Ha l’inverno dentro e nessuno la può salvare:


Come si fa a spegnere l’interruttore e non sentire più niente? Perché Clelia azzererebbe tutto, si dimenticherebbe ogni cosa, pur di non sentire così tanto male dentro. Perché i ricordi sono il fango di un lago melmoso, basta toccare l’acqua con le dita di un piede per affogare. I ricordi sono una rovina.


Lorenzo è un ragazzo in fuga che, con piglio spavaldo e supponente, si nasconde dietro una folta chioma di ricci scuri, una matassa intricata come è diventata la sua vita, incasinata, senza controllo. L’unica cosa che lo appassiona è la matematica, perché i calcoli si basano su schemi, sistemi che inquadrano i problemi offrendo soluzioni logiche che rassicurano, laddove sicurezze non ce ne sono più.


Perché è vero, ha diciott’anni compiuti il dieci di maggio, Lorenzo Gelsi, chiamato quasi sempre soltanto Lore’, e più rabbia in corpo di quanta ne abbia mai avuta tutta insieme. Devasterebbe il vagone a calci e pugni, invece resta immobile, inerte come una lucertola su un cornicione arroventato.


Due creature in fuga, un’isola che fa da contorno ad un incontro deciso da uno strano destino, che li mette alla prova l’uno difronte all’altra per denudarli dalle paure, fatte di demoni divoratrici di speranza. Con i loro caratteri coriacei, fatti di ferro e spigoli, con le loro stranezze e incapaci di comunicare se non con battibecchi e provocazioni, Clelia e Lorenzo si scruteranno per annusarsi come animali selvatici in fuga perenne. Un’estate, la loro, che li segnerà a tal punto da cambiarli per sempre.


Proprio quel sorriso lì. E quel sorriso è una dichiarazione bellica per Clelia. E quelle due rughe sottili che si formano quando Lorenzo sorride sono trincee nella guerra silenziosa tra i loro sguardi da cani selvatici che si annusano, si studiano da lontano, attendono il primo morso l’uno dell’altra.


Una ricca colonna sonora segue il filo di questa tormentata storia, che spezza il cuore, lo frantuma, niente è facile se non si è disposti a credere di nuovo nella vita, qualsiasi essa sia.
La musica detta il ritmo del cuore, delle emozioni, del dolore, della perdita, di quando si smette di credere ai sogni e alla speranza di qualcosa di bello.
Una lunga lista di brani, perlopiù pescati dal passato, fa da nostalgica cornice a questo romanzo, in cui le pagine sono i solchi di un vinile letti ad arte dalla puntina del grammofono, che girando armonico produce il suono graffiante di sentimenti che nascono trasformando vite, quasi come una catarsi perfetta. Le note e le parole delle canzoni segnano il percorso di rinascita di due vite che non vogliono arrendersi, che vogliono smettere di fuggire e imparare a restare.


E forse ha ragione mia madre quando dice che devo far sì che ne sia valsa la pena, che tutto questo dolore alla fine, forse, ha avuto davvero un senso.

So che grazie a te, nel periodo più buio della mia vita, io ho visto di nuovo il cielo; con te l’ho sfiorato e mi è sembrato di riuscire ad afferrarlo, per un attimo, e di avercela in pugno questa vita.


Ad enfatizzare la coinvolgente narrazione, flashback che aprono spaccati su ricordi di luoghi amati, odori di fiori, di pelle di chi non c’è più, di momenti di dolore e di felicità perduta. A questo saliscendi di frammenti del passato, si alternano bozze di lettere mai mandate, come appunti di un viaggio interiore che Lorenzo compie per elaborare il dolore, cercando di mettere a fuoco sentimenti sconosciuti, che divampano feroci, improvvisi, dando ad un cuore che sembrava inanimato la scossa di un defibrillatore ad alta tensione.

Lo stile di Silvia Ciompi, autrice che seguo e ammiro da tempo, si conferma evocativo, poetico, ricco di suggestioni profonde che celebrano i sensi, in cui le manifestazioni della natura fanno da amplificatore alle emozioni: l’afa che toglie il fiato, perfino il sonno, bruciando la pelle e penetrando nel cuore; il freddo che spezza le ossa, paralizzando gli arti e gelando l’anima.


Vanno verso la spiaggia di Procchio. Lontano dal paese, la notte frinisce di cicale e le stelle macchiano il cielo come lentiggini. Spaventano. Lore’ a Roma, le stelle, non le ha quasi mai viste per davvero, manco d’estate. Sull’isola, invece, ti piovono addosso. L’aria sa di resina. È un odore umido, ferroso, di fieno bagnato e aghi di pino. Ma finalmente si respira.


Grazie Silvia di questa storia, un inno alla vita e a sperare, nonostante tutto, come diceva l’indimenticabile Rino Gaetano:

E a mano a mano vedrai con il tempo
Lì sopra il suo viso lo stesso sorriso
Che il vento crudele ti aveva rubato
Che torna fedele, l’amore è tornato

Alla prossima storia!

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ACCORDI di Amalia Frontali e Rebecca Quasi

Accordi

ACCORDI di Amalia Frontali e Rebecca Quasi

Titolo: Accordi
Autore: Amalia Frontali e Rebecca Quasi
Serie: Spin Off di Centro, Autoconclusivo
Genere: Historical Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 4 Marzo 2021
Editore: Self Publishing

TRAMA


Vienna, 1904 – Dorothea di Saxe-Coburg e Gotha-Kohary ha appreso da adolescente a riservare al pianoforte tutte le passioni del suo cuore. Alla veneranda età di ventitré anni, nonostante il lignaggio reale e la dote principesca, si trova a dover ridimensionare le proprie aspettative matrimoniali.
Gunther di Schleswig-Holstein è un figlio cadetto con un titolo senza valore, che vanta un singolare talento per il violino e uno spiccato fiuto per gli affari. Alla soglia dei quarant’anni, ciò che gli manca è una moglie di ottima razza, con un patrimonio considerevole.
Determinati ad affrontare il matrimonio con il proverbiale distacco che li accomuna, scopriranno che la musica è un linguaggio che non ammette simulazioni, perché anche gli accordi studiati nei minimi dettagli riservano talvolta bizzarri e impetuosi imprevisti.


RECENSIONE

Ho cercato il modo più appropriato per parlare di quest’opera e il primo che mi sia immediatamente venuto in mente è stato partire dal titolo, “Accordi”, e precisamente dal suo ricco repertorio di significati.

Concordia, armonia di sentimenti, affinità, incontro di volontà nel lessico comune; sinonimo di concordanza in grammatica,; giustapposizione dei tre suoni e il nome di uno strumento noto come “lira da gamba” in musica; riferito ai colori ne indica un armonico accostamento; in architettura riferisce ad una proporzionata distribuzione; in radiotecnica è sinonimo di sintonia e, infine, la fase di due moti armonici in fisica.

Un universo di significati che riempie lo spazio tra le pagine di un libro di infinita piacevolezza, tra i più belli letti fino ad oggi. Una lettura grazie alla quale ho potuto assistere ad un magnifico concerto in cui chiudendo gli occhi ho percepito l’armonia perfetta di tonalità suonate ad arte.
Raffinata ironia, mirabili picchi di introspezione, dialoghi sublimi e personaggi carismatici rubati alla storia mi hanno trasportato altrove, come solo la musica può fare.

E poter farlo oggi, in questo momento storico così difficile, è un miracolo che avviene solo attraverso libri indimenticabili.

“Accordi” è la celebrazione di quanto “un duo” possa essere espressione di armonia, affinità elettive, compensazione, amore e intesa.

Il duo come concetto di completezza per antonomasia, che si ritrova perenne in tutta la narrazione come la nota perfetta che chiude un brano, esaltandone la melodia, l’applauso finale dopo il concerto.

Dorothea e Gunther sono i protagonisti di questa storia: lui acuto, intelligente e dai baffi curati e perfetti; lei tenace, determinata, bellissima, con occhi di un blu dai poteri ipnotici.
Entrambi amanti appassionati di musica ed in cerca di un matrimonio conveniente.
Un duo per eccellenza che pervade questa storia con la grazia di una suonata da camera a due elementi, un pianoforte ed un violino, che appagano i sensi, intrattenendo ospiti trepidanti e lettori estasiati.


«Perché è così che funziona un duo: si continua a suonare. Anche se il pubblico fischia o se si rompono le corde dell’archetto. Ci si copre, ci si aiuta, ci si aspetta e si va avanti, fino all’ultimo accordo.»


Un connubio studiato, frutto di una scelta pragmatica e calcolata, ma destinato ad evolvere ad una dimensione superiore, in cui sentimenti e stati d’animo trovano la loro espressione mediante il potere della musica, protagonista indiscussa del libro:


«Daccapo.» Gunther riportò lo spartito all’inizio e lei ricominciò, con più sicurezza, più agilità e più abbandono: la Principessa stava avendo la meglio su Debussy. La pratica e la tenacia cominciavano a sciogliere i nodi e a curvare l’armonia. Era un piacere ascoltarla e impetuoso guardarla. Forse si trattava di una suggestione, ma pareva che una sopita ribellione fluisse da quelle dita affusolate tramutandosi in melodia.


Due protagonisti che incidono ogni pagina come uno spartito d’autore, tracciando il ritmo di una storia intensa e coinvolgente, in cui le atmosfere della Belle Epoqué aleggiano affascinanti tra salotti e scollature, tra tappezzerie e cappellini. A fare da contraltare a queste suggestive ambientazioni d’epoca, le rigide regole sociali dei ceti sociali più elevati che decidevano destini, secondo il genere, l’età e la discendenza familiare di appartenenza.


«Che la reputazione è l’abito che ti fabbrica la gente e l’onore il corpo che c’è sotto.» «Vale a dire? Il vecchio adagio dell’apparenza e la sostanza?» «Vale a dire che ti preferisco nuda.»


Al duo di Dora e Gunther si affianca quello dei fratelli Schleswig-Holstein, legati da un profondo rispetto reciproco e accomunati da un’affinità congenita. Le loro discussioni sono spassose, ma anche intrise di saggezza rivelatrice di verità nascoste:


«L’intesa va oltre. È volatile, Gunther, indefinibile, sfuggente e imprevedibile. Ma preziosa. Fossi in te la includerei nella lista.»


Due fratelli, come lo sono Dorothea e Leopold di Saxe-Coburg e Gotha-Kohary, uniti da dinamiche ben diverse, perchè cresciuti sviluppando un legame viscerale reciproco, basato su una protezione quasi irrazionale, originata per sopravvivere ad una famiglia contorta.


Dora non doveva vedere nulla. In questa casa, ormai, in questa famiglia, è rimasta un’unica innocenza.


Lo stile di narrazione, elegante e intimamente evocativo, fluisce impeccabile, con l’uso sapiente di passaggi epistolari che si intrecciano al racconto, svelando ricordi e rivelando sentimenti inconfessabili.

“Accordi” è una storia celebrata dalla musica con Monzart, Back, Beethoven e Debussy, e che in essa trova sublime manifestazione, raccontando magistralmente di come l’amore, nelle sue molteplici forme, si riveli senza chiedere permesso alcuno, scavando gli animi, implorando perdono, imponendo scelte, cambiando vite e stravolgendo destini che si pensavano persi.

E’ il primo libro che leggo di questa coppia di autrici. Ammetto di essere una lettrice appassionata di Rebecca Quasi e da tempo mi ero promessa di conoscere la scrittura di Amalia Frontali, leggendo “Centro”. Non è facile suonare in duo, a volte le singole parti possono rischiare di prevalere l’una sull’altra, invece in questo libro l’armonia è perfetta.
La scoperta meravigliosa di un duo magnifico, legato evidentemente da un sintonia profonda che ha creato un’opera bellissima, ispirata a dei personaggi storici realmente vissuti, offrendo ancora più enfasi alla lettura, non senza muovere e commuovere il cuore.


«La perfezione non ammette evoluzione, crescita, miglioramento: dovrebbe essere un obiettivo, una tensione morale, non un punto di partenza.»


Mi spiace ma su questo non c’è accordo, mie care “scribacchine”, per me è un’opera perfetta, un concerto indimenticabile.

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SABBIA BIANCA di Pitti Duchamp

Sabbia bianca

SABBIA BIANCA di Pitti Duchamp

Titolo: Sabbia bianca
Autore: Pitti Duchamp
Serie: I giganti del Calcio Storico #1, Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 16 Settembre 2020
Editore: Words Edizioni

TRAMA


La perfezione, ecco cosa pretende l’avvocato Leopoldo Carsini dalla vita. Quando conosce Olimpia, quello a cui mira in ogni cosa che fa si concretizza nell’azzurro intenso dei suoi occhi. Lei ha tutte le carte in regola per stargli accanto e lui la vuole, spinto da un desiderio razionale distante da ogni sentimentalismo. Ma la complessità di Olimpia si svela a poco a poco, durante la ricerca di un fratello sparito nel nulla, mentre riaffiorano dispiaceri e solitudine da un passato familiare sofferto.

E così, il cuore di Leo, impantanato nella sabbia di piazza Santa Croce, là dove le partite del calcio storico fiorentino danno vita a leggendari scontri tra gladiatori moderni, comincia a battere più forte. Una storia d’amore e di cambiamento con tre protagonisti: un avvocato dalla doppia faccia, una ragazza di buoni sentimenti e una Firenze sospesa tra il presente e un passato attualissimo, vissuta, graffiata, leccata e amata.

RECENSIONE


Premetto che questo è il primo libro che leggo di Pitti Duchamp e la curiosità di conoscerla come autrice mi inseguiva da tempo. Il caso ha voluto che l’abbia incontrata prima di persona nei panni di lettrice appassionata durante l’ultima edizione della “La città dei lettori” a Villa Bardini, luogo magico da cui si gode la vista più suggestiva di Firenze. E’ stato curioso ritrovarmi a leggere “Sabbia bianca”, edito dalla Words Edizioni, per scrivere questa recensione non solo dopo averla incontrata di recente ma, specialmente, perché il libro è ambientato in una città che, in un certo senso, appartiene ad entrambe.

“Sabbia bianca” racconta una storia bellissima, fatta di luce e ombra, un’opera in chiaroscuro, un effetto artistico che mi ha ricordato i vicoli del centro storico di Firenze, in cui il cielo azzurro si alterna alle scure mura medievali.

Un libro che fin dalle prime pagine mi ha immediatamente rapita, avvolgendomi come un mantello di seta preziosa dai colori caldi e fili d’oro, per trasportarmi in una dimensione particolare, quasi senza tempo. Un ponte sospeso tra passato e presente in cui una delle città più belle al mondo fa da teatro ad una storia davvero coinvolgente.

Firenze, culla del Rinascimento, con le sue tradizioni e il suo prestigioso passato, è indiscutibilmente tra i protagonisti di questo libro, insieme a lei due gioielli, Olimpia e Leopoldo.

Leopoldo è un fiorentino D.o.c., proveniente da una nota famiglia aristocratica. E’ un vincente, un avvocato stimato, un perfezionista maniaco dell’ordine, un uomo dotato di grande sicurezza personale oltre che di ammirato fascino. Ma dietro questa facciata di indiscusso successo e patinata perfezione si nasconde qualcosa di diverso, di inaspettatamente potente: un ribelle, un lottatore, un gladiatore moderno, un “calciante”, ovvero un esponente del calcio storico fiorentino.

Per chi non lo sapesse, ogni anno a Firenze il 24 giugno, in celebrazione di S. Giovanni patrono della città, si svolge un evento molto sentito dai fiorentini ovvero il “calcio in costume”, un mix tra rugby, calcio e pugilato, che riecheggia una tradizione risalente al medioevo. I calcianti che ne fanno parte hanno profili fisici e psicologici particolari: oltre ad essere originari dei rioni della città, sono uomini tra i più spericolati, adatti a rischiare, a mostrare sulla polvere della Piazza di S. Croce chi può sgusciare fino all’altra parte del campo. In quel momento loro sono i veri, indiscussi, protagonisti della città. Il calciante a Firenze è una sorta di santo laico che vive una consacrazione, esprimendo in pieno un tema atavico come quello della virilità ed in essa della destrezza, dell’acume e della potenza fisica:


Non c’era compassione né bontà nell’arena di piazza Santa Croce; c’erano bestie in corpi umani, sensuali e magnifici, elettrizzati dall’adrenalina e dalla violenza, che si scontravano a mani nude nella più antica forma di guerra: la lotta.


Come può un avvocato di nobili natali come Leopoldo avere a che fare con soggetti appartenenti ai rioni dove primeggiano schermaglie e irriverenza sfrontata? Uno sport così, dove occorre essere pronti all’aggressività che fa spettacolo, figlia della rabbia più autentica, può far parte della vita di un professionista in giacca e gilet?

Eppure Leopoldo ne fa parte con orgoglio e dedizione e non teme nulla quando corre in squadra con convinzione, anche se sembra giochi solo per sé, facendo affiorare l’individualismo che lo contraddistingue, soprattutto nella ponderata scelta di stare lontano dai sentimenti. L’apparenza che collide con la sostanza, oppure sono l’una parte dell’altra? Forse, due facce della stessa medaglia. Leopoldo, con il suo chiaroscuro, con la sua paura d’amare, rappresenta per me uno dei personaggi maschili più intriganti che abbia mai letto.


Ogni traccia di malizia era svanita dal volto fascinoso e aveva anche smesso di toccarsi quella bocca favolosa. Come se avesse la testa o forse la faccia divisa in due: una da simpatica canaglia, l’altra da coscienzioso e affermato professionista.


L’incontro con Olimpia è divertente e intrigante sin da subito. Lei lo ammalia e lo confonde, inebriando olfatto e udito, prima ancora della vista:


«Buonasera, avvocato.» Era la voce di una prostituta di alto bordo, sì, una di quelle creature mitiche di cui molti amici del padre avevano favoleggiato negli anni. Di sicuro, fantasticò, una geisha moderna strapagata per compiacere il proprio accompagnatore. Una escort, ecco, o forse una speaker di radio dalla voce divina. In un attimo l’aria fu piena di profumo, dolce e morbido, con qualche nota speziata. Vaniglia, di sicuro, e poi qualcosa che non riuscì a definire.


Olimpia Borromini gli appare come una visione, una bellezza rinascimentale, una “Venere bruna” dai tratti botticelliani che lo strega:


La ragazza doveva avere meno di trent’anni. Una lunghissima chioma sciolta, nera come pece e liscia come il mare di notte, splendente alla luce artificiale del lampadario dell’ufficio, le accarezzava la schiena.


Oltre che di aspetto divino, Olimpia è una brava ragazza dai modi gentili ed eleganti, intelligente, cresciuta in una nota famiglia borghese fiorentina, un’efficiente impiegata. Eppure, nonostante sia indiscutibilmente dotata di invidiabili virtù, l’apparenza nasconde l’inatteso: una ragazza sola, insicura, piena di ansie e timori che hanno origini lontane. Una madre distante e anaffettiva che ha radicato in lei un profondo senso di inadeguatezza verso gli altri, facendola sentire quasi immeritevole di essere amata. L’unico legame che l’ha sempre sostenuta e che gli resta accanto dopo la morte dei genitori è quello con l’amato fratello maggiore, Lanfranco.

Quando improvvisamente lui scompare, lasciandola in una situazione economica disperata, per Olimpia crolla tutto e l’unico appiglio al baratro è l’aiuto legale di Leopoldo, Leo, al quale si rivolge per evitare la perdita dell’eredità dei genitori. Con l’avvocato, Olimpia prova da subito ad instaurare un rapporto professionale, rispettoso delle parti, nonostante l’immediata e fastidiosa attrazione che entrambi provano reciprocamente:


Aspettare non gli piaceva, le attese erano tempo perso e lui invece non vedeva l’ora di poter dire con legittimità che quella Venere bruna era solo sua. Bisognava che risolvesse quell’imbroglio con il fratello, poi di sicuro le cose sarebbero andate lisce come l’olio.

«Uno di quelli che ti prende il cuore e ne fa una marmellata. Non è certo il momento di perdere la testa, con tutti i problemi che ho e che teoricamente lui dovrebbe risolvere.»


Ma sarà proprio questo fortissimo magnetismo ad accendere i riflettori su loro stessi per condurli lontano, svelando lati nascosti, affinità elettive e passioni comuni, come l’amore per Firenze.
Il loro sarà un percorso molto difficile, costellato di attese e delusioni, fino a che tutto verrà messo in discussione, compromettendo il precario equilibrio raggiunto. Non è facile fidarsi per Olimpia, abituata più alle delusioni e agli abbandoni che all’affetto sincero. Entrambi metteranno tutte le loro paure su un campo di “Sabbia bianca”, scontrandosi l’uno con l’altra per giocare la partita finale, dove nulla è certo.

Dire cosa mi è piaciuto di questa storia è un po’ complesso perché mi ha rapita irrimediabilmente. L’ho già detto all’inizio, le emozioni provate hanno messo la mia mente un pò in subbuglio. Sicuramente uno degli aspetti che mi ha catturata da subito é la forma di scrittura: raffinata, elegante ma anche ironica e pungente. Uno stile irreverente e allo stesso tempo poetico, capace di parlare al cuore di sentimenti svelati con una maestria inconsueta.


Poteva lasciarla dormire e guardarla un po’ mentre il seno appiattito sul costato si alzava e si abbassava in respiri regolari e rilassati. Aveva tanti capelli, una nuvola scura e lucente, sparsa sul celeste delle lenzuola.
Il celeste le donava moltissimo, pensò Leo, forse perché era abituato ad associarla a quegli occhi che perforavano l’acciaio, forse perché metteva in risalto quella massa di capelli nero pece. Da lì in avanti le avrebbe fatto solo regali celesti.


Protagonisti ben delineati e una trama originale si aggiungono ad un quadro generale che mi ha davvero inebriata, oltre al fatto di aver toccato temi interessanti ed attuali; tra questi, l’accettazione della diversità, l’ipocrisia e il conformismo imperanti, in una società dove l’apparire primeggia sull’essere, soprattutto in una città dal glorioso passato ma dalla mentalità provinciale, in cui lo stato sociale di appartenenza può valere più del capitale umano. Ma, su tutto, a mio avviso, brilla una storia che parla di sentimenti finemente raccontati, personaggi profondi e sfaccettati, un viaggio magnifico, insomma, che porterò sempre con me.

E proprio durante la lettura mi è capitato di trovarmi a Firenze, visto che ci vivo a due passi e in parte ci lavoro, così passeggiando tra i suoi vicoli, ammirando i sontuosi palazzi rinascimentali e costeggiando l’Arno mi è venuta voglia di cercare Leo e Olimpia, immaginandoli camminare insieme tenendosi per mano mentre si godevano la loro città. Ogni volta che tornerò in Santa Croce penserò a loro.

Uno dei libri più belli letti quest’anno, per cui per me assolutamente da leggere.
Brava Pitti, continuerò a leggere le tue storie con enorme piacere e con la nostra amata Firenze sempre nel cuore. Mi ricorderò di averti incontrata per la prima volta con la vista sul cupolone.

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Recensione precedentemente pubblicata sul blog All Colours of Romance

TUTTO L’AMORE CHE RESTA DI NOI di Silvia Ciompi

Tutto l'amore che resta di noi

TUTTO L’AMORE CHE RESTA DI NOI di Silvia Ciompi

Titolo: Tutto l’amore che resta di noi
Autore: Silvia Ciompi
Serie: Spin Off di Tutto il buio dei miei giorni
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 9 Febbraio 2021
Editore: Sperling & Kupfer

TRAMA


È un giorno di sole in città e tra poco si giocherà la partita. Teschio e Bolo sono in macchina, diretti verso lo stadio, la loro grande passione comune. A un primo sguardo, nulla sembra cambiato: sono ancora loro, i due amici di sempre, eterni ragazzi pronti a fare casino. In realtà, basta guardarli meglio per rendersi conto che sono cresciuti, che la vita, con le sue responsabilità, li ha trasformati in uomini. Camille, dal sedile del passeggero, osserva un po’ loro, un po’ Gaia, la bambina sua e di Luca, un piccolo tornado che ha ereditato il meglio di entrambi. E intanto pensa a Gheghe, grande assente in quell’auto, ma non nel cuore di Bolo, che ne sente la mancanza ogni giorno ed è deciso a riconquistarla dopo che se n’è andata da casa senza dargli una spiegazione. O forse una spiegazione c’è, ed è tanto semplice quanto terribile: ovvero che il primo amore, se non muta e matura, è destinato a finire. Ma anche se così fosse, si può smettere di lottare per chi si ama?

RECENSIONE


Leggere questa novella è stato il compimento perfetto di due storie indimenticabili.
Camille, Teschio, Gheghe e Bolo hanno trovato il loro posto per raccontarci un epilogo per niente scontato. Una novella con la potenza di un romanzo vero e proprio, che regala attimi commuoventi di pura poesia, a dimostrazione che l’intensità di un emozione si misura in frammenti di istanti perfetti.

Quattro ragazzi feriti, spezzati dalla vita in modo profondo e capaci di resistere al vento che spezza le ossa, al sole che brucia la pelle e al mare che travolge, facendo perdere di vista l’orizzonte.

Sono passati anni da quando li abbiamo lasciati e li ritroviamo adesso di fronte a nuovi crocevia da superare e bilanci da fare, provando a lasciarsi il dolore dietro le spalle.

Imparare ad andare avanti, nonostante tutto, anche nonostante l’amore, che a volte non basta:


E imparare ad amarsi da capo, a guardarsi allo specchio, a fare pace con le cose che non ha più, che non riesce più a fare.


Perchè a predominare spesso sono proprio le paure e le fragilità più invalidanti, che assordano come voci dei cori intonati allo stadio e offuscano la vista come fumogeni lanciati dagli spalti. E nella confusione l’unica via sembra la fuga.

Lo stadio ritorna, anche qui, come rifugio per ritrovarsi e ripartire, insieme all’amore incondizionato di chi ci è restato accanto nonostante le cadute e gli errori. L’amore è in uno sguardo, in un istante che parla senza parole.


E adesso, tutto l’amore che resta di loro, è lì, tra cori e applausi. Tutto l’amore che resta di loro, agli albori d’estate, brucia feroce e perfetto.


Questa novella cesella ad arte due storie dure, difficili che straziano il cuore con ferite così dolorose che spezzano il fiato e tolgono ossigeno. E quando tutto sembra perso, il battito prende il tempo e il cuore riparte lento aggrappandosi alla vita, per ripartire gradualmente e diventare più forte.
Ed è da questo miracolo che nasce la speranza, una forza innata che proprio quando ci si sente persi nella tempesta più buia arriva sicura per trascinarci e spingerci come un’onda impetuosa, riportandoci a riva.


Perché io e te siamo così, io scappo quando ho paura e te combatti più forte, per tutti e due, e ci tieni insieme e mi sorreggi quando le mie gambe crollano.


Il ritmo narrativo è incalzante, coinvolgendo immediatamente il lettore con immagini vive e familiari, capaci di richiamare la sensazione di un ritorno a casa, già dalle prime righe.
Silvia Ciompi ha il dono straordinario di rapire il lettore per calarlo dentro la storia in modo irrecuperabile e l’uso dei flashback intensifica il racconto, riportando alla memoria accadimenti passati che aiutano a capire meglio il presente. In questa corsa a perdifiato fatta di ricordi e sviluppi in corso, non ci sono esitazioni o dubbi e anche con il fiato corto si va avanti.

A dare enfasi a questa magnifica novella il modo di raccontare i sentimenti, vissuti dai protagonisti attraverso i luoghi e la natura che li circondano, come il vento che sferza la pelle, il sole che brucia le cicatrici, il mare che luccica di ricordi.
L’ambiente amplifica le emozioni, rendendoli feroci e irresistibili.


Poi fissa il mare, quel posto così doloroso e pieno di ricordi bellissimi. C’è il sole, il vento di maggio è caldo, preludio d’estate. E contro l’orizzonte incandescente, quasi gli sembra di rivederli tutti lì.


Come colonna sonora ritroviamo Vasco Rossi con “Anima fragile” e Domenico Modugno con “Dio come ti amo”, due brani struggenti che abbracciano gli anni della nostra gioventù e quella dei nostri genitori, quasi a sigillare il significato eterno dell’amore, quello che va oltre tutto, anche di sé stessi.

Vasco canta “Perché col tempo cambia tutto lo sai, cambiamo anche noi”, ma la bellezza di queste storie resterà indelebile, come inchiostro sulla pelle, un tatuaggio in cui il mare, il vento e il sole racchiudono il significato imperfetto dell’amore, quello più autentico.


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UNFIT Vol. 1 RACHEL di Miss Black

Unfit

UNFIT Vol. 1 RACHEL di Miss Black

Titolo: UnFit Vol.1 Rachel
Autore: Miss Black
Serie: Amori di Tre Ragazze Impresentabili
Genere: Historical Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 22 Febbraio 2021
Editore: Self Publishing

TRAMA


Le sorelle Vassemer sono cresciute in un’antica casa nel Lincolnshire con il padre, Sir Henry. In paese i Vassemer hanno una solida fama di eccentricità: Sir Henry è un astronomo e le figlie, invece di preoccuparsi di debuttare in società come qualunque signorina assennata, intendono perseguire le loro aspirazioni. Per fortuna la loro casa crolla, Sir Henry muore e le ragazze vengono smistate tra tre diversi tutori. Rachel finisce nella tenuta di Lord Julian Acton, Marchese di Northdall, un vedovo con due figli ormai grandi, un imperscrutabile domestico indiano e un’unica passione: i cavalli. Ma Lord Northdall non è un aguzzino e con miss Rachel raggiunge un accordo basato sul buonsenso. Miss Rachel può continuare a essere impresentabile finché vuole, ma in pubblico si comporterà da perfetta gentildonna. Miss Rachel accetta. No, sul serio, accetta. Purtroppo essere normali non è così semplice, quando sei una Vassemer, e Lord Northdall se ne accorgerà presto a sue spese. Unfit è una trilogia sulle disavventure di alcuni rispettabilissimi gentiluomini, che alla vita non chiederebbero altro che pace, tranquillità e le sacrosante gioie del patriarcato, vessati dalla mancanza di tatto di tre ragazze con il cervello pieno di sciocchezze, ambientata in un tempo migliore in cui gli uomini erano uomini e le donne erano piante da interno.

RECENSIONE


Se dovessi riassumere questa storia a qualcuno potrei dire: adorabile, divertente, acuta, sensualmente intelligente e storicamente divina.
Quando si parla di un’opera di Miss Black preferisco essere diretta visto che è un’autrice che fa della schiettezza una delle sue più mirabili virtù.


Rachel Vassemer si trovava nell’osservatorio. Fu una fortuna, perché se si fosse già ritirata per la notte, come ogni brava gentildonna avrebbe dovuto fare per quell’ora, sarebbe certamente rimasta uccisa.


Mai come in questa fortuita coincidenza non essere stata una “brava gentildonna” è stato provvidenziale, se non addirittura salvifico, in senso letterale.
Sopravvivere ad un incidente di questa portata potrebbe definirsi sicuramente un mezzo miracolo che però potrebbe anche comportare inattese conseguenze, soprattutto se ti chiami Rachel Vassemer, hai trentatre anni, sei di aspetto molto piacente, nubile per scelta e la tua unica passione è l’astronomia.
Probabilmente un profilo di questo genere ai giorni nostri potrebbe appartenere ad una giovane donna con un discreto successo sociale. Peccato però che, nel caso specifico, la situazione sia destinata a complicarsi visto che sei nata nel 1855 e sei una donna.

La condizione della donna in epoca vittoriana è cosa abbastanza nota: doveva vivere una vita irreprensibile fin dalla giovinezza, attenendosi a uno stretto regolamento pensato per proteggere la sua reputazione, come una sorta di gabbia sociale nel quale occorreva muoversi con estrema fatica, quasi senza libertà. Paradossalmente era durante il fidanzamento che le ragazze erano più libere, in quanto venivano loro permessi piccoli privilegi e maggiori autonomie che, in seguito al matrimonio, sarebbero di nuovo scomparsi.

Una vita scandita da regole e etichette alle quali attenersi scrupolosamente per non incorrere in pettegolezzi, o se non peggio errori o tranelli, che macchiavano la reputazione in modo indelebile, condannando le ragazze a passare la vita in convento oppure da zitelle.


Fin da ragazza Rachel aveva deciso di non sposarsi, perché un marito avrebbe senza dubbio ostacolato il suo lavoro, che consisteva per lo più nel passare le notti attaccata al telescopio, buttare giù annotazioni ed eseguire astrusi calcoli a lume di candela.


Quello che appare come un piano lineare, se non quasi un inno alla libertà personale e alla piena realizzazione delle proprie attitudini, improvvisamente diventa per Rachel un’enorme complicazione, soprattutto se al seguito del crollo di casa sopraggiunge la presenza di un tutore, bello come mai, per giunta.

Lord Julian Acton, settimo Marchese di Northdall, è un uomo e un padre rispettabile che vibra di prestanza, alterigia e serietà. La sua passione son0 i cavalli, animali bellissimi e fieri proprio come lui, che si potrebbe paragonare ad uno dei suoi amati purosangue.


Il marchese ha quarantun anni e il genere di profilo che starebbe bene sulle monete. Niente baffi, però. Ho dedotto che il suo principale interesse sono i cavalli. Come lo so? È semplicissimo, mia cara Watson! È abbronzato, atletico e si è permesso di chiamare la mia caviglia “garretto”. Un caso incurabile di nobiluomo ossessionato dai quadrupedi che alleva, seleziona, incrocia e Dio sa cos’altro. Intuire la verità è stato un gioco da ragazzi. Oh, e potrebbe avermene parlato la mia cameriera.


La relazione tra Rachel Vessamer e Lord Northdall parte subito in orbita come una collisione astronomica, che potrebbe ricordare l’impatto di un meteorite, un asteroide o un gigantesco corpo celeste che si schianta sulla Terra, infiammando l’aria e dando vita ad un’energia incontenibile, come quella che ho percepito durante la lettura di questa storia.


Questa volta fu Northdall ad acchiapparla prima che cadesse. «Forse dovremmo tramortirla» considerò. Rachel si offese, ma poi, in un lampo di lucidità, capì che era una battuta. Emise un lungo sospiro rassegnato. «Sto per fingere di svenire» disse. «La ringrazio per questo barlume di buonsenso».


La miriade di detriti generata da questa collisione sono arrivati fino in cielo, quasi a formare nuvole di costellazioni iridescenti, che ho avuto il privilegio di ammirare dall’osservatorio di Rachel, indomabile ragazza che ho adorato come non mai.

Fiera, indipendente, assennata e dotata di un pungente sarcasmo che la rende una donna “impresentabile” per la sua epoca, Rachel appare quasi come l’emblema di una parte del genere femminile che in epoca vittoriana reclamava a suo modo diritti e libertà, forse senza farne neppure troppo mistero.

La sua natura ribelle, forgiata dal padre e perseguita dalle due sorellastre minori, è delineata con sagacia e bravura tramite ogni gesto e pensiero, in cui traspaiono forte personalità, ironia, intelligenza ed una scaltra educazione:


Rachel si sedette in poltrona con il busto eretto e con le caviglie incrociate. Era determinata a dimostrarsi educata, remissiva e un po’ stupida; tutte qualità che gli uomini apprezzavano sempre in una signorina.


Quale reazione può scaturire tra un gentiluomo rispettabile ed una giovane ribelle costretti a vivere insieme?

L’unico modo di rispondere a questa domanda è quello di leggere questo libro, in cui i due protagonisti fanno faville e scintille, brillando in spassosi battibecchi, acuminati come pezzi di un asteroide caduto sulla Terra, che cadendo al suolo prende fuoco, scatenando giochi pirotecnici ai quali l’abile regista Miss Black ci ha spesso abituati.

A sorprendermi, invece, sono stati i momenti privati di Rachel e Julian, in cui sguardi, respiri, silenzi, attese e sfioramenti hanno cesellato un’intima connessione dal sapore antico che mi ha regalato una veste nuova di questa scrittrice, che continua ogni volta a sorprendermi. Istanti descritti con mirabile bravura che mi hanno estasiata, attraverso il racconto della nascita di un sentimento che cresce svelandosi gradualmente, come l’immagine sensuale di un guanto che sfila dalla mano. Attimi che scaldano i sensi, soprattutto tramite il tatto, più volte protagonista di scene di straordinario potere sensuale.


Rachel prese la sua mano tra le mani. Gli sfilò il guanto, si sfilò i guanti. Northdall restò lì, steso su un fianco e adesso era lui l’animale ferito, in agonia. Rachel gli strofinò il pollice sul palmo e la sua agonia crebbe. Agonia dolora e pulsante, vergognosa e improvvisa.


Oltre al sapiente uso di immagini in cui i sensi sono i protagonisti assoluti, in UnFit le ambientazioni e la natura trovano un posto d’onore; scelta, a mio avviso, azzeccatissima che ha reso la lettura particolarmente coinvolgente.
Antiche magioni normanne, tappezzerie broccate, fumose strade di città, cieli pieni di pioggia, foreste ombrose e prati sterminati sono scenari costanti che creano ad arte una coreografia che muta e racconta stati d’animo, pensieri, avvolgendo così il lettore in modo sublime, fino a ritornare a innescare olfatto e vista.


Il profumo autunnale di foglie cadute e degli ultimi fiori della stagione rendeva l’aria dolce e conferiva al paesaggio qualcosa di fin troppo gradevole. Era come camminare in un libro per bambini, dove tutto era bello, pulito e innocuo, ma con un tocco di trascuratezza attentamente distribuita. Era la forma più subdola di ostentazione che Rachel avesse mai incontrato.


Ad affiancare i protagonisti come solidi guardiani armati di personalità e carisma, personaggi secondari di fine fattura che reclamano a pieno titolo la loro attenzione. Tra questi Mr. Kayal, il maggiordomo di origini indiane che Lord Northdall considera come il suo più fidato amico, al quale lo lega un profondo senso di rispetto e stima. A seguire Rebecca, migliore amica di Rachel e Amalia, la sua cameriera personale.

Infine le sorelle di Rachel, Vera e Fortune Vassamer, “ragazze impresentabili” dalle attitudini pericolose, di cui preferisco non svelare nulla lasciando al lettore la gioia di conoscerle ma di cui sarà divertente scoprire le storie nei seguenti capitoli di questa divina trilogia, che è partita come un missile nell’universo e che è stato fantastico ammirare con Rachel dal suo (nuovo) osservatorio.


Rachel gli rivolse un sorriso dolce. «Siamo tutte donne rinascimentali, noi Vassemer».


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IL MARITO IN AFFITTO di Miss Black

Il marito in affitto

IL MARITO IN AFFITTO di Miss Black

Titolo: Il marito in affitto
Autore: Miss Black
Serie: Autoconclusivo
Genere: Erotic
Narrazione: POV alternati (Mike e Alina)
Tipo di finale: Concluso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 14 Gennaio 2021
Editore: Self Publishing

TRAMA


Sul volantino dice: “Mike Reed, marito in affitto”, ed elenca tutte le piccole riparazioni che Mike può fare in casa tua, dall’aggiustarti il lavandino a falciarti il prato. Quello che non dice è che Mike Reed è un vero e proprio splendore, uno che potrebbe fare il modello in una pubblicità di profumi, e che è pure alla mano e simpatico. Quindi dov’è il trucco? Alina lo chiama per una riparazione e poi si trova ad assoldarlo davvero come marito in affitto, o meglio, come fidanzato a una riunione di ex compagni di classe. Mike si comporta in modo perfetto e c’è anche un interludio romantico che Alina non avrebbe mai osato immaginare. È così bello, perché dovrebbe piacerle lei? Proprio lei, con la sua famiglia ingombrante, asfissiante e messicana. Lei che non potrebbe mai fare la modella, nemmeno per una pubblicità di aspirapolveri. Lei che lotta con problemi banali come i concorrenti sul lavoro e non con problemi grossi come quelli di Mike. Perché Mike è splendido, è vero, ma è tutto finto. Una volta scoperta la verità, non c’è più motivo di essere in soggezione. Ma, Alina, aspetta un attimo… sei davvero sicura di aver scoperto la verità?


RECENSIONE

Leggere questa storia è stata una godibilissima distrazione dalla realtà, che fin dalle prime pagine mi ha rapita, scoprendo di questa sorprendente autrice una nuova sfumatura, con tratti più rosa del solito. Una tonalità adorabile che mi ha convinta senza dubbio alcuno, contribuendo a rendere la sua aurea poliedrica ancora più intrigante e completa.

“Il marito in affitto” mi ha intrattenuta con ironia, intelligenza e un ottimo grado di piccantezza, quella tipica della qualità “Habanero” messicano per intenderci.

Una storia che nel suo complesso paragonerei ad una salsa guacamole ben fatta dal sapore perfettamente bilanciato, in cui ogni ingrediente è stato selezionato ad arte. Una pietanza gustosa in cui ho ritrovato alcuni tra i temi più cari a Miss Black, come discriminazioni sociali, razzismo e problemi di dipendenza.


Mi chiamo Alina Suarez, ho trentadue anni e sono un’agente immobiliare. So usare un trapano, un cacciavite e una pinza. Il prato me lo falcio da sola (anche se non abbastanza spesso) e, se necessario, stucco, carteggio e dipingo. Ma i lavandini rotti non li so aggiustare.


Alina è una piccola Bridget Jones di origini latine che ho adorato, in primis per la sua autenticità: assennata, lavoratrice, pragmatica, indipendente e soprattutto consapevole di essere una ragazza normale. Le sue origini messicane la collocano in una cornice precisa, quella tipica della seconda generazione di immigrati nati in America ma cresciuti con un’educazione di cultura latina, fondata su tradizioni e valori in cui la famiglia è al centro di tutto. Un legame molto forte che, se da un lato offre solide certezze, dall’altro invade e pervade la sua vita come una guaina contenitiva troppo stretta, quasi soffocante.

Mike è alto, aitante, biondo, insomma bellissimo. Bellissimo e al verde, tanto da arrangiarsi come “tuttofare a chiamata”, che sopravvive facendo piccoli lavoretti nelle case altrui.

Il loro incontro è spassoso come solo l’abilità di Miss Black è in grado di raccontare, delineando l’inizio di un rapporto di affari che gradualmente diventa qualcos’altro, rivelando quanto l’apparenza sia spesso ingannevole.


Il mio marito in affitto era dritto davanti al cancello, con una grossa valigetta degli attrezzi in mano. Il lampione sulla strada lo illuminava benissimo, purtroppo.


Mike, infatti, è tanto perfetto quanto finto. Scoprire cosa si celi dietro la sua luccicante facciata è la vera forza motrice dello sviluppo della storia, tramite cui svelare un dislivello più profondo che va aldilà della differenza estetica. Un divario che segna il confine tra due vite vissute agli antipodi e che rende i protagonisti di questa storia complementari in modo straordinario.

Da una parte Alina, una ragazza semplice ma soffocata da una famiglia invadente che la ossessiona con tappe da rispettare, obblighi da mantenere, traguardi sociali ai quali ambire e su cui costruire la propria realizzazione personale.


Ero così abituata a non contare niente per nessuno che ormai lo consideravo normale.


Dall’altra parte Mike, un ragazzo complicato e appesantito da un doloroso passato costellato di dipendenze tra droga e alcol e proveniente da una ricca famiglia alto borghese, che lui stesso ha rinnegato perché priva di ogni principio morale.


Ora non avevo più niente, la mia vita era un casino, ma stavo indubbiamente meglio. La mia nuova vita era molto meno semplice di quella precedente… era scomoda, solitaria e piena di privazioni, ma per la prima volta non mi sembrava priva di senso.


Due dimensioni di vita antitetiche che inducono a riflettere su come certi ambienti familiari e sociali generino spesso modalità di azione e interazione difettosi, lasciando dietro di sé tracce indelebili nella psiche di coloro che ne fanno parte. A volte però riconoscerle è il primo passo per superarle, prendendo misure e mettendo distanze per vivere liberi o perlomeno in modo più consapevole, lasciando indietro il giudizio.

La libertà e la schiettezza sono tra i tratti identificativi che maggiormente apprezzo in questa originale autrice che conferma il suo inconfondibile stile asciutto e diretto, arricchito stavolta dall’alternanza tra i punti di vista dei due protagonisti che scava più in profondità del solito.

Una storia che consiglio spassionatamente perché intrattenere con intelligenza non è da tutti, men che meno far scaldare il palato a dovere con scene bollenti scritte in modo impeccabile. Insomma è risaputo che il peperoncino faccia bene, se poi è di qualità “Habanero” è un vero toccasana: contiene vitamina A, che aiuta a mantenere la salute degli occhi, capelli e pelle. Possiede proprietà stimolanti, antisettiche, disinfettanti e digestive.

Quindi, come farne a meno?

E poi ammetto di avere un debole per i suoi protagonisti maschili: sporchi, imperfetti, incasinati e stavolta anche gentili e tuttofare…sai mai che se mi si rompesse il lavandino chiamo l’assistenza e mi mandano Mike.


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