LA PICCOLA PARIGI di Massimiliano Alberti

LA PICCOLA PARIGI di Massimiliano Alberti

Titolo: La piccola Parigi
Autore: Massimiliano Alberti
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 19 novembre 2020
Editore: Infinito Edizioni

TRAMA


Un omaggio a una delle tante perle che, nel corso della storia, la regina della Senna ha “nascosto” nei sobborghi di molte metropoli europee. Vicoli stretti, costruzioni basse e rustiche. Proprio come a Montmartre, nel grembo della bella e unica Trieste tante piccole case sorgono accatastate una vicina all’altra, in un’area che ricorda lo spirito Bohémien ma senza le notti del Moulin Rouge o de Le Chat Noir. Niente Cancan. Storie di sola gente e di gente sola, in questo luogo. Talvolta di andate e di ritorni. Di calzini appesi accanto al fuoco e di corti umide. Storia d’amore e d’amicizia. Di Lorenzo e di Marie Jeanne. Del matto Willy Boy e dei suoi “pen pen” urlati al cielo. Di Tullio e di Christian. Di gatto Benny e gatta Maria. Della Dea Incantatrice e Assassina: la Brown Sugar. Storia di mamma Rosalia. Di una carta da gioco appiccicata su di un muro in una viuzza nascosta. E di un rione ormai dimenticato fra nuovi e sovrastanti palazzi. Benvenuti nella Piccola Parigi. “Non state sognando, esiste realmente…!”. (Brigitte Bardot) Parte dei diritti d’autore derivanti dalla vendita di questo libro sono devoluti in beneficienza a “Il Gattile” di Trieste.

RECENSIONE


Sono nato e cresciuto in quella città all’estremo nord- est dello Stivale, dove per più di cinque secoli sventolò la bandiera degli Asburgo e, per ben tre volte, il tricolore francese. E fu proprio nella terza e ultima occupazione della Grande Armée che vennero edificate delle piccole case accatastate spalla contro spalla. Una ristretta lingua di terra che da valle risale una collina.


Trieste, una città variegata e vivace, come tutte le città di mare, crocevia di culture che si mescolano da secoli (non sempre pacificamente) e che proprio in virtù di questa peculiarità nasconde al suo interno tesori insospettabili come “La piccola Parigi”.

Perché intitolare il libro proprio a questa particolare zona di Trieste lo racconta Massimiliano Alberti in questo suo secondo lavoro e lo fa con maestria.

Questo è il caso in cui l’ambientazione è molto di più che un semplice luogo, non è solo uno spazio fisico in cui far scorrere la storia, ma è la storia stessa.

Perché i luoghi a volte non sono solo posti, ma sono radici da cui dipende il futuro sviluppo della pianta da cui traggono nutrimento.

Così come dice l’autore non si possono scegliere le famiglie da cui nascere, gli amici dell’infanzia e in questa ottica nemmeno il luogo in cui venire al mondo.


E non basta sfuggire ai pregiudizi della propria città o dell’intera provincia o persino del Paese, ma è inevitabile confrontarsi anche– anzi, innanzitutto– con quelli del quartiere in cui si è nati, di cui in qualche modo si è figli.


Volenti o nolenti siamo figli della nostra realtà e questo romanzo lo racconta con una leggerezza capace però di andare in profondità, con un’ironia elegante e con una prosa originale, semplice ma non banale capace di rievocare il periodo legato alla giovinezza di chiunque sia stato bambino negli anni 80.


Così, giusto per assaporare l’odore di corti e viuzze umide, tolgo il velo da un quadro ben diverso dalla romantica definizione di vecchio borgo: gradini scoscesi, malte decadenti, un albero secolare graziato dal Comune e biancheria intima appesa su spaghi sfilacciati trainati da carrucole cinguettanti.


Sembra proprio di vederlo questo scorcio di una città ricca di storia come Trieste, di cui ammetto con un po’ di vergogna, non conoscevo l’esistenza pur abitando a pochi chilometri da essa.

Un quadro che non ha nulla di poetico ma che suscita comunque un’emozione dinanzi all’ immagine di un quartiere povero, come ce ne sono in ogni città, teatro di scorribande tra ragazzi prima e della salita intrapresa per diventare adulti dopo.

All’interno di questo dipinto si dipanano infatti vicende capaci di portare in superficie sensazioni che dimorano nei corridoi della memoria, quella che riporta all’infanzia e all’adolescenza, ricordi frammentati di una stagione che non c’è più ma che se proviamo ad unire come puntini, creano un’ immaginaria porta, quella che una volta varcata consacra il difficile ingresso nell’età adulta.

Sono Lorenzo, Tullio e Christian ad accompagnarci a conoscere la piccola Parigi, un quartiere della città sul mare costituito da casette colorate risalenti alla dominazione francese e che per questo riportano struttura e caratteristiche dell’architettura parigina, che sarà il teatro del consolidarsi delle prime amicizie importanti, dei primi tormenti amorosi, della nascita dei sogni e l’incontro con i fallimenti, la presa di consapevolezza di sé attraverso i propri successi, ma soprattutto attraverso gli insuccessi.

Un borgo antico in cui case ed esistenze stanno in piedi in modo precario, oppure la cui facciata curata e abbellita cela in realtà al proprio interno stanze povere di amore, arredate da sporcizia e solitudine.

Ma in cui dimorano anche affetti e sogni da realizzare, alleanze e progetti futuri.

Questo libro è un piccolo mondo da scoprire, dove l’esistenza umana con tutte le sue contraddizioni e complessità viene raccontata con toni poetici, dal sapore nostalgico, ma aderenti alla realtà, in cui un oggetto riparato, una carta da gioco, le mura di un vecchio manicomio e una coperta sporca raccontano delle esistenze dei protagonisti e nello stesso tempo anche di noi, anche più delle parole.

Credo che tutti possediamo degli oggetti che per noi hanno  un significato speciale , evocativi di un ricordo, di un affetto, di un periodo.

Così accade anche nel libro, dove così come per i protagonisti determinati oggetti assumono un significato molto più importante del loro mero utilizzo, così restano impressi nella memoria del lettore che riesce a sentire come questi siano testimoni di momenti importanti, simbolo di un passaggio, un cambiamento, un’ evoluzione o una presa di coscienza e l’autore riesce così a darvi un’anima.

Se gli oggetti costituiscono una sorta di traccia, un sassolino lasciato lungo il cammino della vita dei personaggi c’è però anche un altro elemento che si interseca con le vicende narrate, legate tra loro da un filo rosso : l’amore per i gatti.

Gli amici felini sono i coprotagonisti di questo libro, creature solitarie ma capaci di amare, indipendenti a volte approfittatrici, con grande capacità di adattamento e sovente un sano menefreghismo, il cui affetto va conquistato e meritato.

Un elemento che ad un attento osservatore si evince già dalla copertina, bellissima: mi ha colpito istantaneamente capace di instillare curiosità e un po’ del fascino della Parigi degli artisti.

Una nota di merito rivolto all’autore è quello di aver dato anche una piccola voce al tema delle malattie mentali, una realtà spesso trascurata di cui nel mio territorio si possono ancora toccare i resti, come quelli del vecchio manicomio citato nel libro e di cui Trieste simboleggia la rivoluzione.

È vero che non tutto si può aggiustare?

Lascio ai lettori la risposta che deciderà di darsi al termine della lettura, che per me è la migliore di questo inizio anno.

Un libro che racconta il faticoso e complicato processo che si chiama crescere:  Lorenzo è il ritratto perfetto di come ancor più delle vittorie siano in realtà le difficoltà che incontriamo e le cadute che facciamo a essere determinanti nella nostra formazione.

Un insegnamento che prima o poi la vita dà ad ognuno di noi.


Così, oltre ai convenzionali saluti, aggiunsi in fondo un sincero ti voglio bene. Dopotutto, pensai, era dalle sconfitte che avevo imparato a vivere.


QUANDO SI AMA NON SCENDE MAI LA NOTTE di Guillaume Musso

QUANDO SI AMA NON SCENDE MAI LA NOTTE di Guillaume Musso

Titolo: Quando si ama non scende mai la notte
Autore: Guillaume Musso
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 2009
Editore: RCS Libri

TRAMA


Mark e Nicole Hathaway sono giovani, affermati, felici. Lui è un brillante psicologo, lei una talentuosa violinista. Vivono in una splendida casa di Brooklyn e hanno una figlia adorabile, Layla. Non ci sono nubi sul loro orizzonte. Ma un orribile giorno, Layla scompare misteriosamente da un centro commerciale di Los Angeles, dove la madre è in tournée. In pochi minuti si consuma una tragedia assurda, incomprensibile, che lascia Mark e Nicole in preda alla disperazione più profonda. Una disperazione che logora e annichilisce, e spinge Mark, dopo mesi di angoscianti ricerche, ad abbandonare casa, lavoro e Nicole per perdersi a sua volta nei bassifondi della città, con la sola compagnia del suo inestinguibile dolore. Ma cinque anni dopo, Nicole riesce a rintracciarlo: deve dargli una notizia sconvolgente, Layla è stata ritrovata nello stesso luogo da cui era scomparsa senza lasciare tracce. Stordito dalla gioia, Mark si precipita a Los Angeles per riportare a casa la sua bambina. È la realizzazione di un sogno che pareva impossibile: la felicità è di nuovo a portata di mano. A bordo del volo per New York, le storie di Mark e Layla si incrociano con quelle di Evie e Alyson, che fanno i conti con un passato ineluttabile come una condanna: Evie è affranta da un lutto che le toglie il respiro; Alyson è divorata da una colpa inconfessabile, che la schiaccia e la corrode. Unite da un solo destino, le loro vite si affacciano a un bivio inaspettato.

RECENSIONE


Di solito la notte porta consiglio ed è il punto di partenza di ogni avvenimento importante della vita. Accade che tutto possa cambiare, trasformarsi da normalità, calma a tragedia in un attimo. Capita anche che la vita di persone sconosciute si intrecci in modi inaspettati e incomprensibili. Non ci si conosce, non si è mai scambiata neanche una parola, ma si ha comunque qualcosa in comune.


“Tutti e tre sono a un punto di svolta, hanno i nervi a fior di pelle, sono vicini al punto di saturazione. Tutti e tre si sentono a un tempo vittime e colpevoli. Ma saliranno sullo stesso aereo.

Tutti e tre hanno un passato doloroso.

Tutti e tre sono stati sconvolti da un lutto.

E la loro vita cambierà.”


E ci si ritrova a vivere le stesse emozioni, gli stessi dolori, le stesse vicende, a confidarsi segreti; magari perché il volto della persona con cui condividiamo il viaggio ci ispira fiducia o vediamo nei suoi occhi, il riflesso dei nostri. O forse è solo perché sentiamo il bisogno di parlare, di tirare fuori quello che non si riesce più a trattenere dentro. E quando ti rispecchi nel tuo stesso dolore, è facile aprirsi e condividere.

Come si può ricominciare a vivere dopo un lutto, dopo un dolore? Gli psicologi vogliono portarci a pensare che perdonando l’altro ma, soprattutto, perdonando se stessi, si possa rinascere. È un percorso giusto ma lungo, lento e straziante che passa prima affidandosi alla vendetta e al senso di colpa. Perdonare sembra impossibile, come se si volesse con il perdono cancellare il torto subito; e serpeggia in noi il bisogno di vendicarsi, di far sentire all’altro il nostro stesso male.  Non è questa la strada per stare bene, occorre prima prendere consapevolezza e accettare la rabbia e il male per poi passare oltre.

La scrittura è scorrevole e accattivante, ogni volta che si arriva alla fine del capitolo, l’autore termina con un accenno di rivelazione che incuriosisce e non si può fare a meno di continuare a leggere.

 Alla fine sembra tutto tornare, ogni dubbio viene sciolto; poi arriva l’inaspettato che scombina tutti gli avvenimenti e i pensieri e viene fuori una verità a cui non eri minimamente arrivato. Questo uno dei pregi del romanzo dove vengono raccontate le storie di tre persone diverse che, all’apparenza non hanno niente in comune, ma i destini giocheranno tra loro.

Ed ecco che capisci alla fine il significato del titolo del libro; la frase ti aveva portato a immaginare una storia d’amore e invece ti trovi diversi gialli da risolvere. E come si possono risolvere se non affidandosi a un sentimento come l’amore che vince sul dolore, sulla rabbia, sulla morte? È vero che “quando si ama non scende mai la notte.”

 Pensateci su, è così…


  

LA SABBIA DI LEMAN di Carmine Sorrentino

LA SABBIA DI LEMAN di Carmine Sorrentino

Titolo: La sabbia di Lèman
Autore: Carmine Sorrentino
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 2016
Editore: Bordeaux

TRAMA


Un amore che scompare, silenzioso come la nebbia sul lago di Léman, un’avventura umana che si accende come il sole che albeggia sul deserto del Wadi Rum. Un ingegnere nucleare che perde la strada e una guida giordana che la ritrova. Un protagonista che si muove fra le diverse latitudini del sentimento umano, alla ricerca di qualcosa che ha perso e forse vale la pena ritrovare. Sul filo teso tra prologo ed epilogo – due storie di devozione che non potrebbero essere più diverse – un intrico di sante, vergini, serpi e cani. Sogni, ricordi e racconti evocano le tragedie del secolo passato e di quello presente, tragedie che né un lago né un deserto possono davvero contenere.

RECENSIONE


Passeggio per Villa Borghese a Roma e su una panchina mi attrae la copertina di un libro: sfondo bianco con un cubo di nuvole. Mi siedo e osservo: conosco quell’immagine, un’opera di Elvio Chiricozzi che riproduce le nuvole e il loro modo di comporsi nel cielo sempre in modo diverso. Come non c’è modo di fermare le nuvole, non mi fermo a pensare neanche io, prendo in prestito il libro, lasciato da chissà chi, e inizio il mio viaggio di lettura. E vi assicuro che la scrittura evocativa dell’autore vi sorprenderà, come è successo a me. 

È un romanzo in cui vediamo un uomo trasformarsi e riprendere in mano la sua vita e tutto per lui riparte dal deserto di Wadi Rum in Giordania. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di venirne a capo. Il deserto è un luogo affascinante perché di fatto è un “non luogo” per l’aridità e l’asprezza del territorio; solo sabbia e dune a perdita d’occhio ti permettono di poter riflettere sul passato che ti ha deluso e tradito, sul futuro che si prospetta incerto e imprevedibile e di immergerti nella concretezza e nel possibile presente che si sta vivendo. Carlo affronterà tutto questo con una guida del luogo, giovane ma saggio. La gioia di vivere di Amir si esprime nei suoi occhi e nel suo sorriso e l’intensità dei suoi pensieri riporterà Carlo alla vita e lo aiuterà a purificarsi e a rinascere. Il loro primo incontro, in un paesaggio magico ed emozionante, viene raccontato per farlo vivere anche al lettore e per farlo restare senza fiato.

Carlo inizia a guardarsi dentro e impara che il dolore va vissuto tutto e accolto; bisogna lasciargli spazio e dopo aver disintegrato, smussato e rotto, il dolore lascerà il posto a una vita nuova e inevitabilmente se ne andrà. Ed è proprio l’energia, la forza, la trasformazione il tema principale del libro.


 “Il mio nome, che mi accompagna da sempre come un estraneo, finalmente si è fatto da me riconoscere attraverso il suono della voce di Amin. ‘Carlo’ mi ha raggiunto come una brezza marina, come un gioco di note, ma anche come scontro di suoni diversi: la ‘c’ appena aspirata, intimidita davanti ad una ‘a’ prolungata e severa, la ‘r’ arrotata, forse arrabbiata, una sorta di anima torva illuminata però da una morbida ‘l’ che di colpo si tuffa nel fondo di una ‘o’ quasi perfetta”


Ecco che Carlo riconosce se stesso, le sue paure, il suo senso di colpa, grazie a una notte passata nel deserto con Amir che lo affascina e lo incuriosisce per il suo stile di vita così diverso dal suo. Un incontro tra due verità che non si scontrano, non vogliono sopravvalere l’una sull’altra. Ognuno dei due uomini accoglie il vissuto dell’altro come uno scambio equo di esperienze e insegnamenti. Non ci si ferma a giudicare l’altro o a condannarlo; in questo caso, la diversità di opinioni non diventa un limite ma una frontiera che apre nuovi orizzonti.


“Per me lui è il mio poeta, una guida che mi sta conducendo oltre il deserto. Non so ancora dove mi ritroverò in sua compagnia, ma ho fiducia.”


Sarà proprio la fiducia, la stima e l’affidamento a stimolare e a far uscire in Carlo il coraggio di vivere la vita e l’amore fino in fondo.


“D’ora in poi sarò capace di dire addio senza rancore a tutti gli abbracci negati, a tutti i sogni interrotti, a tutti quei baci sognati e mai dati.”


Così Carlo rinasce e comprende che è possibile sopravvivere al dolore e superarlo perché si tratta di una fase di passaggio della vita. Proprio come lo sono le nuvole, che con le loro forme perfette e bianche possono rendere sereno e bello il cielo o colorarlo di grigio e nero durante un temporale. Si tratta sempre di momenti passeggeri che non durano in eterno. Se alzi gli occhi al cielo puoi osservare le nuvole muoversi, scontrarsi e scomparire. Tutto passa, chi rimane è colui che sta sotto e osserva il cielo. Abbassi gli occhi e li riporti sulla terra per apprezzare i raggi di sole, che si fanno spazio tra le nubi o per ripararti dalla pioggia. Ripeto: tutto passa e si trasforma, anche noi e vale la pena vivere ogni momento. Credo che terrò il libro ancora per qualche altro giorno, poi lo riporterò sulla panchina per dare la possibilità a qualcun altro di viaggiare.


  

LEGGERA COME LEI di Valentina Macchiarulo

LEGGERA COME LEI di Valentina Macchiarulo

Titolo: Leggera come lei
Autore: Valentina Macchiarulo
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 28 aprile 2017
Editore: Youcanprint

TRAMA


“Leggera come lei” parte da un oggetto che ogni donna possiede e da qui, da questo semplice oggetto e da quel che ne contiene, l’autrice riesce a sviscerare una disamina personale, senza dubbio, ma che abbraccia l’esperienza e il vissuto delle donne in generale. Chi più, chi meno, tutti – leggendo questo libro – possono rivedere un po’ di se stesse.

RECENSIONE


Leggera come lei non è un libro da leggere tutto d’un fiato, ma va scoperto e fatto proprio lentamente, un pezzetto alla volta, perché talmente denso di emozioni, riflessioni e ricordi, che non si possono assorbire tutti in una volta, necessitano di un tempo lento e misurato per esserne testimoni e poterli lasciare sedimentare.

Una lettura che paragono all’ammirare un tramonto oppure un panorama: ci si deve prendere il tempo di osservarlo e vivere la bellezza della contemplazione, cogliendo le sensazioni che provoca, solo poi nel caso fermarlo con una fotografia.

In questo senso per “fermare” le sensazioni e i pensieri che la scrittura di questa autrice ha evocato, la mia fotografia è stata sottolineare molti passaggi armata di matita e righello.

Quando dico molti intendo veramente tanti, come non mi accade spesso se non con quei libri che sembrano parlare non solo a me, ma anche di me.

Un flusso di coscienza, un monologo interiore, un torrente di emozioni…qualsiasi definizione si voglia dargli, questo libro è un viaggio profondo a tratti poetico e molto introspettivo dentro alla vita dell’autrice.


La scrittura è un po’ come un accappatoio, basta slacciare la corda per restare nudi.

Basta osservarla tra le righe per vedere molto di più di noi.


Valentina Macchiarulo si è messa molto più che a nudo, ha aperto la porta non tanto ai fatti della sua esistenza ma al suo vissuto interiore, fatto di insicurezze, sogni, gioie e dolori, paure e consapevolezze, conquiste e fallimenti.

E nello stesso tempo questa porta è diventata specchio, a cui guardare per vedere attraverso il riflesso di lei anche noi stesse: figlie, sorelle, amiche, ragazze, donne, mogli e madri; è stato immediato, forse perché anime affini, ritrovarsi nel ritratto di questa scrittrice e nelle emozioni che ne sono state la conseguenza, affiorate da questo specchio fatto di parole.

Un viaggio le cui tappe sono oggetti di uso comune che perdono la consistenza materiale per diventare simboli di un momento di vita, di un ricordo, di un sentimento.


Ogni oggetto, ha dato un concetto, un’esperienza, un ricordo che resta segnale di una strada che ho percorso, per arrivare ad essere io, comunque io!


Lo stile di questa autrice è di una qualità rara, raffinato ma non rindondante, profondo senza essere retorico, fluido nonostante la corposità.

Mi ha sorpresa e conquistata, con una prosa a cui mi sono affacciata come spettatrice con un senso di rispetto e delicatezza, come quando si maneggia qualcosa di fragile ma prezioso, perché mi ha consentito di poter vedere all’interno di uno spazio molto intimo come solo può essere il racconto di una vita visto con gli occhi dell’anima.


Quando si scrive dell’anima, si va così nel profondo che, hai bisogno di una penna blu, come il mare, per affrontare la risalita.


Intimo ma in un certo senso anche familiare, in cui ho ritrovato molto di me stessa, come le insicurezze che si attorcigliano come un’edera attorno al nostro essere, la paura della solitudine, i sogni coltivati e spiati da una fessura del cassetto in cui sono riposti e la forza e il coraggio che ci vogliono a farli uscire.

L’accoglienza, la sincerità, la coerenza, la riservatezza, il senso della famiglia, il valore dell’amicizia, la presa di consapevolezza che deriva dalle esperienze e dagli insegnamenti che ne traiamo.

Un elenco lungo, importante, ricco, in queste pagine Valentina Macchiarulo ha saputo condensare la sua essenza di essere umano.

A questo elenco non aggiungo anche quello degli oggetti che l’autrice utilizza quali veicolo dei suoi pensieri più intimi e veri, a cui corrisponde un capitolo del libro.

È una scoperta che lascio volentieri al lettore, perché possa fare questo viaggio insieme a lei e ritrovare così il senso delle cose non in quanto oggetti ma in quanto esperienze.


Ho capito che la cultura il non giudicare prima di sapere, lo stare dietro oppure dentro le cose e, non al di sopra, il conoscere il peso delle parole, si acquisiscono solo con il viaggio. Il viaggio silenzioso dell’ascolto. Il viaggio introspettivo della coscienza. Quello variegato delle società e, soprattutto, con il viaggio intelligente della libertà!


Ecco invito il lettore a fare di questa lettura questo tipo di ascolto, quello della coscienza, attraverso parole che hanno un peso, come sempre dovrebbe essere, e che osserviamo scorrere sulle pagine non solo con gli occhi, ma soprattutto con la mente.

A riprova del fatto che la leggerezza a volte può contenere elementi di un certo peso.


OVUNQUE SIA MURVIEDRO di Umberto Chiri

OVUNQUE SIA MURVIEDRO di Umberto Chiri

Titolo: Ovunque sia Murviedro
Autore: Umberto Chiri
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 4 ottobre 2021
Editore: Pluriversum Edizioni

TRAMA


È l’umanità, a volte avvelenata, altre volte negata, affermata con forza e talvolta idealizzata, il fil rouge dei 13 racconti dal titolo “Ovunque sia Murviedro”, che prende le mosse dalla storia di Stefano, un anziano affetto da Alzheimer; altri personaggi vengono colti nell’istante in cui sono privati della corazza che di consueto innalzano, vuoi per cicatrici amorose – Ultimo giorno, Succede a tanti, Lea e i pioppi bianchi, La fontana delle capre, Essere la tua casa, Il salice germoglia anche se tagliato, Botola, Dove stiamo andando, tesoro? – vuoi per un lutto difficile da metabolizzare – Falena – oppure per una perdita affettiva – L’attesa. Tutti comunque passano attraverso il varco dell’altruismo, ritrovandosi continuamente trasformati; alcuni non colgono il senso del cambiamento, altri ne fanno il punto di partenza per nuove esperienze all’insegna di una forma di esistenza più autentica. Tutti però devono fare i conti con la propria e l’altrui umanità.

RECENSIONE


Una raccolta di racconti slegati uno dall’altro ma che hanno in comune il senso di smarrimento, l’inadeguatezza, il male di vivere che ti senti addosso, che ti si appiccica sulla pelle e non sai neppure il perché. Ogni racconto mette al centro l’essere umano con i suoi momenti di fragilità, le inevitabili cadute e l’ora della rinascita. Tante situazioni in cui ci si ritrova a combattere tutti la stessa oscurità. L’autore ci parla di gente comune in cui ci si riconosce facilmente; potrebbe trattarsi di qualcuno che conosciamo bene, oppure potremmo essere proprio noi i protagonisti della storia che assume i contorni di uno spaccato di vita vissuta.

Nei racconti ci sono adulti fragili o giovani fragili che non sanno darsi una spiegazione ma si sentono minacciati, esclusi dagli altri; hanno perso la sicurezza e la spensieratezza propria dei bambini. Questo è l’estratto di un racconto che mi è rimasto impresso


Ma come poteva spiegare a suo padre che qualcosa era andato guastandosi, infettandosi, per sempre? Se avesse avuto le parole, gli avrebbe parlato di un ammorbamento, di una purezza intorbidita e potenzialmente infetta. Ma quelle parole non le aveva in serbo neppure per sé. Neanche lui capiva bene. Semplicemente si sentiva minacciato.”


Pensate a un ragazzo che si sente minacciato e ai margini. Potrebbe essere il figlio del vicino di casa o, magari, vostro figlio che si sente così e non sa farsi aiutare. 

In ogni racconto c’è un abisso in cui si cade ma c’è anche uno spiraglio di luce a cui tendere occhi e mani per risalire. Ed è così che ci si sente leggendo i racconti: prima si sprofonda, poi si risale in superficie


Io vorrei aprire una botola, trovarci un piccolo scantinato in cui mettere a dimora quelle poche ore, le uniche della mia vita dotate di senso, e poi cominciare a scavare, in modo da farle stare più comode, senza lo strangolamento delle urgenze familiari, e poi scavare ancora, e a ogni palata di terra guadagnare un minuto di vita vera, scavare, scavare fino a far traslocare ogni secondo della mia esistenza sotto quella botola, e quindi richiuderla per sempre alle mie spalle.”


Parole dure che portano l’essere umano a nascondersi nel suo mondo per avere conforto. Quando non basta più isolarsi, allora si apre la botola e ci si tuffa nella vita e ci si rende conto che è talmente bella che vale la pena viverla appieno


“Ti prego, fammi affondare le mani nell’oggi, soltanto nell’oggi, lasciami vivere come una falena consapevole di Dio…”


Ricordiamoci che la falena vive di un solo giorno, per questo si fa bastare il tempo che ha a disposizione e si gode gli istanti, brevi eternità che la rendono felice. E allora pensiamo che sono proprio i momenti bui quelli che sanno illuminarci e viviamo intensamente il presente.


 

COLORI di Giulia Previtali

COLORI di Giulia Previtali

Titolo: Colori
Autore: Giulia Previtali
Serie: autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 13 Lulgio 2020
Editore: Tulipani Edizioni

TRAMA

Colori è la storia di Ginevra, di una ragazza che controlla sua esistenza e ciò che la circonda col cibo, stingendo al petto i chili che la bilancia segna. Ogni volta. Ogni peso. La sua coscienza è sempre accesa, ma il bisogno di monitorare i suoi (chilo)grammi è la forza che le permette di affrontare il male maggiore. Intorno a lei c’è il suo ragazzo, i suoi amici, la sua famiglia e il suo medico…le sue esperienze. Colori è un messaggio potente, un urlo di disperazione, un miraggio di speranza in un tunnel che sembra senza fine.

RECENSIONE


“Mi fa male ma non so dire dove”


È una frase coraggiosa pronunciata da chi, pur consapevole del proprio disagio, non sa cosa fare per provare a stare meglio.

Ginevra e Melanie amano i colori, che siano caldi come il rosso o freddi come le sfumature del blu. Basta che siano colori perché sono proprio questi e la gioia che li accompagna ad aiutarle a sopportare il mondo. Ora invece più queste ragazze stanno male, più i colori sbiadiscono e diventano chiari. E il bianco panna, quel bianco che abbaglia è un colore che dà la nausea. Entrambe soffrono di gravi disturbi alimentari e questa è la loro storia. La protagonista è Ginevra ma Melanie avrà un ruolo importante nella sua vita, anche se il loro incontro avviene nel momento e nel posto sbagliato.

Affronteranno un percorso doloroso e tormentato tra cadute e riprese; tra le pagine si respira la loro voglia di tornare a essere un colore ma per chi è malato è tutto difficile; e non basta la voglia e il desiderio se anche alzarsi dal letto, il solo pensare, il solo respirare risulta faticoso. Si desidera stare meglio ma il concetto di miglioramento non corrisponde a quello che si aspettano i medici e gli psicologi. Ci si ritrova a inseguire il peso desiderato e a ritrovarsi sempre più magre, con la pelle fragile e trasparente:


“ossa sporgenti, appuntite come spigoli sotto la pelle chiara”.


Gli altri non ti vedono più fatta di carne e ossa e quando si arriva a sentirsi deboli e a vedere la propria pelle delicata come porcellana, vuol dire che si è toccato il fondo. E sentir dire a queste ragazze che sentono male ovunque e che non trovano un motivo per lottare, mi ha riportato indietro nel tempo a ripensare a quello che una madre si trova ad affrontare con la propria figlia. È terribile per una ragazza perdere il controllo del proprio corpo. Non è per tutti così, purtroppo, ma capita che ci si renda conto che vale la pena provarci; è un percorso lungo e doloroso perché


combattere significa anche questo: partire da zero, fare piccoli passi, migliorare e poi peggiorare e ricominciare dal punto in cui si è crollati e infine riprendere tutto quello che si è lasciato da parte.


Si chiama speranza e quando si arriva a dire che si vuole vivere per non deludere sé stessi allora significa che si è sulla buona strada per riprendere in mano la propria vita. Ho apprezzato molto questo libro perché i personaggi sono credibili, così reali che non nascondono pensieri, paure, desideri ; è una storia che infonde speranza e consiglio di leggerla.

LA VERSIONE DI VASCO di Vasco Rossi

LA VERSIONE DI VASCO di Vasco Rossi

Titolo: La versione di Vasco
Autore: Vasco Rossi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 24 novembre 2011
Editore: Chiarelettere

TRAMA


“Ognuno ricorda le cose alla sua maniera, ognuno un po’ se la racconta. Io sono stato franco. Con questo libro di dichiarazioni forse si capirà di più la mia versione… La realtà, a vederla bene, è dura, non sempre giusta, ma io la prendo come una sfida e dico sempre: andiamo a vedere fino in fondo. Questo è ciò che ci fa essere uomini, andare avanti nonostante tutto, anche se intorno la realtà ti fa schifo. Mio padre era socialista e non essere schierato in quegli anni con i comunisti o i preti non pagava a Zocca. Nella comune teatrale di Bologna ho scoperto Bakunin e gli anarchici. Non quelli che mettono le bombe, ma uomini migliori, liberi, talmente responsabili che non c’è più bisogno di uno Stato che ti detti le regole. Non sono mica Vasco Rossi io. Sono una persona, sono un uomo, mica un eroe invulnerabile come Achille. Dove mi colpisci io sanguino, Vasco Rossi no, lui non sente niente.”

RECENSIONE


Sono un provocatore di coscienze. Mi piace provocare quando scrivo.


Se credevate di avere in mano una classica biografia che raccontasse episodi più o  meno significativi della vita del “Blasco”, devo dire subito che decisamente non è così.

E giustamente aggiungerei.

Perché se avessi prestato più attenzione alle parole, che hanno un significato ben preciso e dicono da sole tutto quello che c’è da sapere, come recita il titolo, questo libro è “La versione di Vasco”, quindi il SUO personale, coerente e ovviamente modo tutto rock di raccontarsi.

Attraverso frammenti di interviste, dichiarazioni, pensieri liberi Vasco riconferma il personaggio di rockstar dalla vita spericolata, che ha vissuto al massimo, pagandone anche le conseguenze, artista libero e anticonformista con pochi peli sulla lingua, franco, diretto e provocatore.


Sognavo una vita avventurosa, volevo diventare una Rockstar. Poi, Rockstar lo sono diventato. Ho fatto tante cose, sono arrivato fin qui. E sono sempre più confuso. Ecco, con le canzoni io faccio la cronaca della mia confusione.


A primo impatto anche per me la sensazione data dalla lettura è stata di confusione.

Non un filo cronologico a tenere insieme i capitoli o a dare ai fatti una collocazione temporale lineare.

Una serie di dichiarazioni invece, più o meno distanti nel tempo in cui egli stesso si racconta, come uomo e come rockstar.

Errore mio.

Non si può prendere in mano un libro che racconta questo cantautore e aspettarsi di trovarsi di fronte ad una lettura classica, tanto meno semplice o tradizionale. 

E di questo Vasco avvisa anche il lettore all’inizio del libro, con una breve prefazione che più chiara di così non si può:


Ognuno ricorda le cose alla sua maniera

Ognuno un po’ se la racconta

Le biografie sono tutte false

Io sono stato Franco

Con questo libro di dichiarazioni forse sì capirà di più la mia versione

La versione di Vasco


Tenuto conto di questo mio approccio sbagliato ho quindi proseguito con occhio diverso e allora lì è scattata la magia, quella che arrivati alla fine del libro scalda, dandoti la sensazione di essere soddisfatti del viaggio intrapreso.

Come nella sua discografia Vasco tratta temi e argomenti tra i più svariati.

Dal suo rapporto con amici d’infanzia e affetti perduti, nella piccola e provinciale Zocca, un luogo che si intuisce subito stargli stretto non solo geograficamente, alla relazione con il padre che nonostante le loro distanze caratteriali e generazionali, era pieno di amore e la cui scomparsa è stata la chiave di volta nel processo che ha contribuito a far diventare Vasco quello che è diventato.


La sua assenza improvvisa è diventata un momento chiave della mia vita.

L’ultimo suo insegnamento fu : “ Sparisco, così ti svegli”. E io mi sono svegliato.


E lo fa con il linguaggio che sempre lo contraddistingue.

Un linguaggio che ha trasportato sulla carta con il suo tipico stile, semplice ma incisivo, popolare ma non banale, e con quel tocco filosofico che gli è valso spesso l’appellativo di poeta, racconta la sua visione della politica, di religione, filosofia, amore, sesso, tossicodipendenza, famiglia, arte, musica e ancora molto altro.

In questo suo libero flusso di pensieri e opinioni ci sono un’onestà intellettuale e  una trasparenza dell’anima che difficilmente credo si possano trovare in altre biografie cosiddette più tradizionali.

La stessa trasparenza poi che attraverso le sue canzoni è stata capace di mostrare al pubblico, quello che lo ama e lo segue da decenni.

Ed è proprio al suo pubblico che dedica una parte del libro tra le pagine che più ho apprezzato.

Attenzione, il “Blasco” lo dice chiaramente ai giovani di separare la canzone perfetta e fantastica dalla persona che l’ha creata, credo a voler smitizzare sè stesso come rockstar e lanciare forte il messaggio che lui è Vasco cantante ma anche Vasco uomo.

In quest’ultimo convivono le difficoltà, le sofferenze e le fragilità che sono di tutti.

Quelle che lui ha voluto esternare con la musica e le persone lo hanno capito, lo sentono nelle sue note e soprattutto nei suoi testi.

Da questa reciproca onestà è nato un legame forte, continuativo e fedele con coloro che lui chiama la sua gente.


Ho sempre saputo quello che stava facendo, ero consapevole che le mie canzoni si collocavano esattamente in un buco, in uno spazio vuoto, tutto da riempire, quindi prima o poi il pubblico le avrebbe capite. Andavo avanti aspettando che la gente capisca e, non ero preoccupato.


Proprio per questo l’amore con il suo pubblico, che egli non vuole chiamare fan perché troppo riduttivo, è assolutamente reciproco, un guardarsi dentro l’un l’altro usando la musica come lente.


Ho raggiunto la mia meta! E la mia meta è stata quella di aprire la porta…dei vostri cuori.

In questi anni, grazie ai miei concerti, sono stato ospite nelle dimore delle vostre anime.

Ho visto stanze splendide , tutte diverse.

Piene di luci colorate e di ombre scure, con centinaia di quadri appesi, e tesori nascosti, e passaggi segreti e finestre con viste bellissime.


Non è semplice recensire un libro di questo tipo, perché La versione di Vasco è come la sua carriera.

È proprio come lui.

Difficile riassumerlo in poche righe: provocatore, diretto, arguto, sensibile e libero.

Capace di essere sia profondo che leggero, semplice e complicato, unico ma di tutti.

Se vogliamo attingere agli innumerevoli versi immortali di alcune sue famosi canzoni, direi che questo libro ha un un senso, anche se un senso non ce l’ha.

Ad ognuno la possibilità di leggerlo e trovarne il proprio.


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ITHAKA: LUNA IN CIELO E ROSE IN TERRA di Federica Baglivo

ITHAKA: LUNA IN CIELO E ROSE IN TERRA di Federica Baglivo

Titolo: Ithaka: luna in cielo e rose in terra
Autore: Federica Baglivo
Serie: autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Giugno 2019
Editore: Dario Abate Editore

TRAMA

Ithaka ha venti anni, vive su un’isoletta greca sperduta in mezzo al mare a metà degli anni sessanta e porta lo stesso nome della patria di Ulisse, che l’eroe omerico sognò di raggiungere per una vita intera. Ithaka ha passato l’infanzia con suo padre ma una malattia che ha colpito il suo cuore, glielo ha strappato all’età di dieci anni. Le rimangono di lui il fermaglio a forma di rosa bianca con cui le legava la treccia e due misteriose poesie, una delle quali dedicata alla sua vera patria, la Baviera, da cui egli è fuggito anni addietro senza che nessuno ne sappia il motivo preciso. Ithaka, spinta dalla voglia di sapere e di capire, intraprende un viaggio alla volta della Germania. Si ritroverà nell’apparentemente tranquilla cittadina di Kreuzbach. Ma l’apparenza inganna, infatti, tra le casette con giardino e sotto il cielo azzurro si nascondono in realtà inquietanti segreti e conti in sospeso. La vita che stenta a ripartire, le ferite aperte, i rimandi della guerra, una comunità ebraica chiusa, una politica ristagnante, un gruppo di neonazisti che pratica violenze incontrastate.Una luce nel buio: Ithaka conosce un gruppo di ragazzi animati da un autentico desiderio di cambiare le cose. Al loro fianco Ithaka ricostruirà i tasselli di un passato che da anni sembra attenderla nei luoghi, nella gente e nelle parole.

RECENSIONE


Ho avuto l’opportunità di conoscere la scrittura di Federica Baglivo, una armonia di poesia e prosa, che mi ha incantato, apprezzandone l’intensità e il modo in cui è riuscita a fondere  questi due mondi creativi. E oggi vorrei parlarvene e farvi entrare nel suo mondo.

Il romanzo vede come protagonista Ithaka: una ragazza intraprendente e coraggiosa che decide di partire dalla Grecia e di fare un viaggio in Germania alla ricerca del suo passato; lì scoprirà gli ideali per cui vale la pena lottare e le cose importanti della vita. Sarà un viaggio doloroso ma appagante dentro sé stessa; al suo arrivo il passato la travolgerà e la sconvolgerà ma è forte e, grazie all’amore che ha intriso la sua infanzia, alla curiosità e alla ingenuità dei suoi vent’anni, riuscirà ad integrarsi e a superare le avversità. Il suo motto è:


L’importante è che non spegniate le vostre luci, anche se il mondo intorno a voi è buio.


Praticamente un inno alla vita che va sempre vissuta fino in fondo, apprezzandone la luce e accettando e superando il buio. Ithaka è sempre alla ricerca del giusto, della luna e delle rose bianche, una costante della sua vita. Così come la costante è la poesia che traspira e prende possesso delle pagine. Il  viaggio è dedicato al padre, Frederick, un uomo con l’animo di un poeta immortale ma con il cuore di un bambino. Un uomo straordinario che ha fatto della poesia il mezzo di evasione dal mondo che non va inteso come fuga dalla realtà, ma come un modo di andare oltre ciò che è evidente, ciò che si vede con gli occhi.

Le sue poesie mi hanno commosso per l’intensità dei sentimenti che sprigionano, per l’amore che è racchiuso all’interno e che grazie alle parole si sprigiona; ma anche per l’affinità con mio padre che è stato poeta nell’animo e nei pensieri. Ithaka incontrerà tante persone durante questo viaggio, tanti amici che la aiuteranno nella sua ricerca, che apriranno i suoi orizzonti e le insegneranno che per avere il mondo che vogliamo occorre darsi da fare, scendere in campo e combattere, senza farsi abbattere. E capirà che, se si vuole davvero una vita meritevole di essere vissuta, bisogna riuscire a trovare qualcosa per cui sei disposto a vivere ma, soprattutto, a perderla la vita. Ithaka ha sempre respirato amore in famiglia e nella sua vita ma si troverà a sperimentare l’odio e la distruzione della guerra. Sarà però molto fortunata perché anche lei troverà il suo punto di riferimento, il suo sole. Qualcuno infatti le dirà che:


 Ognuno a questo mondo ha due soli che gli nutrono lo sguardo: uno lo ammira lassù in cielo e l’altro lo cerca sulla Terra.


Quello che colpisce nel romanzo è l’entusiasmo di questa giovane scrittrice e la poesia che sprigiona dal suo libro; il prologo è meraviglioso, così come la poesia “incomprensibile” che la ragazza riuscirà a capire, non solo leggendola più volte, come ho fatto io, ma immergendosi nelle parole e guardando oltre.

SCOLPITELO NEL VOSTRO CUORE di Liliana Segre

SCOLPITELO NEL VOSTRO CUORE di Liliana Segre

Titolo: Scolpitelo nel vostro cuore
Autore: Liliana Segre
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 20 novembre 2018
Editore: Edizioni Piemme

TRAMA


“La memoria di Liliana Segre cerca il suo approdo nel presente. Le sue parole lo svelano: racconta di se stessa in guerra come una profuga, una clandestina, una rifugiata, una schiava lavoratrice. Usa espressioni della nostra contemporaneità affinché la testimonianza del passato sia un ponte per parlare dell’oggi. Qui e ora. E, interrogando il presente, Liliana indica quel futuro che solo i ragazzi in ascolto potranno, senza indifferenza e senza odio, disegnare, inventare, affermare.” (dall’Introduzione di Daniela Palumbo).

RECENSIONE


Che la marcia che vi aspetta sia la marcia della vita, e non della morte. Questo vorrei dirvi.


Che la memoria della storia sia uno strumento importantissimo per non cadere negli errori di cui è stata testimone è risaputo.

Se tra gli strumenti di questa memoria ci sono le parole scritte di chi ha vissuto sulla propria pelle orrori come quelli subiti durante il regime nazi-fascista, è doveroso farne tesoro e condividerle.

Così come non è stato facile per l’autrice iniziare a raccontare nelle scuole questa parte dolorosa del suo passato, nello stesso modo non è semplice esserne partecipe attraverso la lettura.

La narrazione non è mai cruda nonostante il contenuto, ma si percepisce comunque forte la sofferenza che hanno provato le persone coinvolte negli eventi descritti.

Liliana Segre in questo libro racconta in modo breve ma incisivo la terribile esperienza di tredicenne deportata ad Auschwitz.


Ero sola. A tredici anni entrai da sola nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau. I ragazzi mi chiedono spesso: «Ma come hai fatto, Liliana? Come ha fatto quella bambina, da sola, lì dentro?».


Viene da chiederselo leggendo queste pagine: come ha fatto lei e tutti coloro che sono sopravvissuti?

Ma questa è solo la prima di una serie di domande che la stessa narratrice si è trovata a porsi più volte nel corso della propria vita.


Mi sono ritrovata più di una volta nella mia vita a chiedermi con angoscia, con stupore: «Perché?». Senza mai aver avuto risposta.

Non eravamo più italiani? Patrioti? Cittadini? 


Perché il dolore della persecuzione, dell’isolamento, dell’indifferenza comincia molto prima dell’internamento.

Con l’emanazione delle leggi razziali gli ebrei italiani perdono i diritti civili.

Ed è il racconto di questa discesa verso l’annientamento che tocca e commuove da subito, visto attraverso gli occhi di una bambina che improvvisamente non può più frequentare la scuola, si ritrova isolata e abbandonata dagli amici e dai conoscenti, tocca il disprezzo durante le perquisizioni, conosce la paura durante la fuga e sperimenta la prigionia.

Perché molte sono le emozioni di questa ragazzina che si riesce a toccare sulla propria pelle e che bruciano al contatto, diventando marchio, come quello inflitto agli internati nei campi di sterminio.

Il senso di colpa, lo smarrimento, la paura, la pena, la sofferenza fisica ed emotiva, l’ostinato attaccamento alla vita, lo stupore.


Negli occhi dei quattro soldati russi c’è tutto lo stupore per il male altrui, così ce ne parla Primo Levi. Unico, eccezionale, Levi, nel raccontarci il senso di smarrimento di chi è innocente di fronte al Male.


Lo stupore è forse il sentimento più paradossale che evoca il racconto, perchè viene da chiedersi come sia stato possibile una così totale e collettiva perdita di umanità nei confronti di altri esseri umani.

Nonostante ciò in ogni parola dell’autrice si respira una consapevolezza dolorosa ma mai contaminata dall’odio.

Nonostante le sofferenze vissute, come racconta lei stessa, Liliana Segre non ha mai ceduto a quella oscurità che la ha avvolta in quei terribili anni.

Non una volta fa trasparire dal suo racconto rabbia o desiderio di vendetta.

La sua testimonianza consapevole e onesta è un lascito ai giovan,i perché facciano dei suoi ricordi mattoni su cui costruire ponti di pace e di libertà.


Sono una persona che non dimentica, ma libera dallo spirito di vendetta: la mia libertà sta nel sentirmi una donna di pace.


Una testimonianza come questa non lascia indifferenti.

Il messaggio più potente e più importante che lasciano le sue parole è quello che riguarda l’indifferenza.

Liliana Segre ha ragione quando dice che è anche peggio della violenza.

Perché ne diviene sua complice.

La stessa che ha consentito che in quegli anni milioni di persone venissero prima perseguitate e poi sterminate.

L’indifferenza che ancora oggi nonostante tutto serpeggia e strisciante si insinua nelle coscienze di chi non è capace di raccogliere la bellezza di chi è diverso da noi ma nello stesso tempo uguale.

Un libro per ragazzi che può tranquillamente essere letto anche dagli adulti perché siano essi per primi a farne strumento della memoria, da condividere e tramandare come un testimone ai giovani.

Quei giovani che la senatrice Segre considera tutti suoi nipoti e per i quali è diventata, nonostante il dolore del ricordo, una fiamma perpetua a illuminare chi non c’era, chi non se ne preoccupa, chi ancora non crede.


<< Sconfessate la menzogna. Diventate candele della memoria.>>


Proviamo a essere scintilla per queste candele, anche leggendo e diffondendo libri come questo.


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LA CUSTODE DEI PECCATI di Megan Campisi

LA CUSTODE DEI PECCATI di Megan Campisi

Titolo: La custode dei peccati
Autore: Megan Campisi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Gennaio 2022
Editore: Nord

TRAMA


Ha rubato solo un pezzo di pane,   ma la giovane May avrebbe preferito essere impiccata come tutti gli altri ladri. Invece il giudice ha scelto per lei una condanna peggiore della morte: diventare una Mangiapeccati. Dopo la sentenza, May è obbligata a indossare un collare per essere subito riconoscibile e le viene tatuata la lettera S sulla lingua. Da quel momento, non potrà mai più rivolgere la parola a nessuno. Poi inizia il suo apprendistato presso la Mangiapeccati anziana che, nel silenzio più assoluto, le insegna le regole del mestiere. Un mestiere spaventoso: raccogliere le ultime confessioni dei morenti, preparare i cibi corrispondenti ai peccati commessi e infine mangiare tutto, assumendo su di sé le colpe del defunto, la cui anima sarà così libera di volare in Paradiso. Le Mangiapeccati sono esclusivamente donne, disprezzate e temute da tutti, eppure indispensabili. E infatti, un giorno, May e la sua Maestra vengono convocate addirittura a corte, dove una dama di compagnia della regina è in fin di vita. Dopo la confessione e la morte della donna, però, alle due Mangiapeccati viene portato un cuore di cervo, un cibo da loro non richiesto e che rappresenta il peccato di omicidio. Sconcertata, la Maestra di May si rifiuta di completare il pasto e viene imprigionata per tradimento. Rimasta sola, la ragazza china la testa e porta a termine il compito, ma in cuor suo giura che renderà giustizia all’unica persona che le abbia mostrato un briciolo di compassione. Quando viene chiamata ancora a prestare i suoi servigi a corte, May intuisce che una rete di menzogne e tradimenti si sta chiudendo sulla regina e che solo lei è in grado d’intervenire. Perché essere invisibile può aprire molte porte, anche quelle che dovrebbero restare chiuse per sempre…           

RECENSIONE


Parto da quello che dovrebbe essere il mio giudizio finale: è davvero difficile sintetizzare ciò che mi ha trasmesso questa storia e quanto io abbia amato questo romanzo. May ha rubato un pezzo di pane. Ha rubato per fame, per sopravvivenza. Eppure degli uomini la giudicano una ladra, la reputano colpevole di un crimine terribile, e May viene condannata ad essere una mangiapeccati: con una S tatuata sulla lingua ed un collare attaccato al collo, la povera ragazza dovrà consumare determinati cibi ogni volta che qualcuno sta per morire. Tramite la confessione del morente lei dirà quali cibi devono essere preparati (ad ogni cibo corrisponde un peccato), per poi consumarli ed accollarsi i peccati del morente. E così i defunti possono riposare in pace.

Proviamo ad immaginare il dramma di una ragazza che perde tutto, che sa di essere condannata a qualcosa di terribile, che SA che non potrà più avere una vita normale: nessuna famiglia, emarginazione sociale, condannata al silenzio per l’eternità. È May a raccontarci in prima persona il suo tormento, a raccontarci il disgusto per tutto ciò che è costretta a ingerire.


” L’invisibile è ora visibile. L’inudibile è ora udibile. I peccati della tua carne diventano i peccati della mia, cosicché io li possa portare nella tomba in silenzio. Parla.”

” Stinco d’agnello, aringa sottaceto, uova di piccione” snocciola la mangiapeccati.


Nel corso della storia siamo spettatori della grande sofferenza di May che assiste la mangiapeccati più anziana, fino a quando un giorno non si trova ad ascoltare le confessioni di una dama di compagnia della regina: sulla sua bara viene fatto mettere un cuore di cervo. Cuore di cervo: omicidio, infanticidio…. Ma la donna non ha mai confessato questo crimine. Qui inizia il percorso di May verso una vita diversa: il desiderio della verità la porta verso un viaggio tortuoso dal quale non si torna più indietro.


” Le mie labbra mimano le parole: Oh, Ruth! Il mio respiro si stempera in un pianto dirotto, per le sofferenze che ha subito lei, per il dolore che provo io, e per la solitudine che mi schiaccia il petto non meno delle pietre che l’hanno uccisa”.


La narrazione in prima persona rende la storia ancora più cruda e vera: il lettore sente il dolore di May, il bigottismo della società dell’epoca, il maschilismo e la crudeltá di uomini che decidono il destino delle donne. Ma May è il simbolo di tutte quelle donne che si ribellano ad un destino imposto e combattono per la propria dignità.


” Mi raggomitolo sotto un vecchio tappeto procuratomi da Bessie la Mangiapeccati, assieme a Topo il gatto. Il collare è nella scatola accanto a questo mio giaciglio. E ora che mi addormento sono di nuovo May. May e basta.”


Merita solo elogi Megan Campisi che ha saputo realizzare un’opera eccezionale: con la sua scrittura evocativa mi ha trasportata in un altro mondo, e mi ha fatto capire che nessun destino è mai scritto fino in fondo.

Consigliato a tutti, soprattutto a coloro che hanno ancora la forza di ribellarsi e di combattere. Una piccola curiosità: pare che l’autrice si sia ispirata ad una figura realmente esistita in alcune culture, la mangiapeccati, allontanata da tutti ma allo stesso essenziale per i propri servigi.     


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