IL LADRO DI FOGLIE di Alice Hemming

IL LADRO DI FOGLIE di Alice Hemming

Titolo: Il ladro di foglie
Autore: Alice Hemming (Illustrazioni di Nicola Slater)
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa per bambini e ragazzi
Età di lettura: dai 4 anni
Tipo di finale: Chiuso
Numero pagine: 32
Data di pubblicazione: 7 Settembre 2021
Editore: Emme Edizioni

TRAMA


Un libro illustrato per bambini dai 4 anni. Una storia divertente, accompagnata da colorate illustrazioni, per scoprire il fascino dell’autunno. Un album illustrato corredato da una breve appendice che spiega ai più piccoli il ciclo delle stagioni. La storia di uno scoiattolo alle prese con il cambio di stagione. Scoiattolo è preoccupato! Si è accorto che dalla chioma del suo albero mancano alcune foglie. Scomparse! Sparite! Che fine hanno fatto? Forse sono state rubate! Questo vuol dire che un ladro di foglie si aggira nel bosco! Età di lettura: da 4 anni.

RECENSIONE


Quando mi sono recata nella mia libreria di fiducia per un albo che parlasse dell’autunno, conoscendo bene la mia predisposizione all’ironia il libraio mi ha proposto subito “Il ladro di foglie”: finito di sfogliarlo non ho potuto trattenere una risata spontanea in mezzo agli scaffali, sotto gli occhi sconcertati di altri lettori e così non ho avuto dubbi nell’acquistarlo per proporlo presso la scuola dove lavoro.

Uno scoiattolo un po’ ansioso si accorge con preoccupazione che le foglie del suo albero sono sparite.

Possibile che nel bosco si aggiri un misterioso ladro di foglie che da verdi sono diventate color oro, rosse e arancioni ?

Non basteranno lo yoga, un bagno caldo, una sana dormita né i saggi consigli e le rassicurazioni di uccellino per calmare il povero scoiattolo, impegnato a ritrovare le foglie perdute del suo albero domandando a chiunque incontri nel bosco.

I bambini vengono così a conoscenza dell’ambiente bosco, di chi lo abita e dei cambiamenti che subisce la natura con l’arrivo dell’autunno.

Non sempre è facile accettare i cambiamenti e conviverci vero?

Lo sa bene scoiattolo che vive con molta ansia la sparizione da un giorno all’altro delle foglie verdi dell’albero che è la sua casa.

Sì sarà convinto che questa perdita fa parte del ciclo naturale dell’avvicendarsi delle stagioni che avviene ogni anno ?

Per scoprirlo leggete con i vostri bambini questo libro divertente che ironizza sul comportamento un po’ nevrotico con cui si affrontano a volte i cambiamenti e sull’attaccamento alle nostre cose, che è una caratteristica tipica nei piccoli dell’età prescolare, ponendo un punto di osservazione divertente sulle trasformazioni della natura che caratterizzano l’autunno.

Un libro in cui le illustrazioni semplici ma espressive immergono nell’atmosfera autunnale con colori vivaci e l’impaginazione è variegata ma non appesantisce le pagine perché ordinata e non confusionaria.

Non solo, donano molta espressività agli stati d’animo degli animali protagonisti, delineando perfettamente l’ansia del buffo scoiattolo e la pazienza dell’uccellino che da buon amico cerca di rassicurarlo.

Un finale simpaticissimo per un libro un po’ diverso e originale ma che fa respirare divertimento ad ogni pagina a grandi e piccoli.

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TROPPO VICINO AL SOLE di Verdiana Rigoglioso

TROPPO VICINO AL SOLE di Verdiana Rigoglioso

Titolo: Troppo vicino al sole
Autore: Verdiana Rigoglioso
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary romance
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 21 Settembre 2021
Editore: Land Editore

TRAMA


Stefania e Roberto sono una delle coppie più brillanti che i media italiani abbiano mai incontrato: lei, giovane e bella, è una scienziata tanto geniale quanto stravagante, ormai famosa in tutto il mondo per le sue incredibili scoperte. Roberto ha un lavoro appagante, un aspetto sempre impeccabile e nessuno scheletro nell’armadio. Una coppia che sembra capace di affrontare qualsiasi ostacolo… eppure, non è tutto oro quel che luccica.

Vorrebbe tanto essere una persona comune, Stefania, ma la sua mente geniale l’ha sempre fatta sentire un po’ esclusa, e forse anche un po’ fuori dalle righe. Quando però incontra Roberto, il suo desiderio di avere una vita come tutte le altre sembra finalmente esaudirsi: il loro è un amore totalizzante, talmente forte che niente e nessuno sembra poterlo sradicare. Eppure, giorno dopo giorno, Stefania sente che Roberto nasconde delle ombre che rischiano di mettere a repentaglio non solo il loro amore, ma tutto ciò che lei è sempre stata.

Quando, dopo un terribile evento accaduto all’improvviso, Stefania rischierà di perdere tutto – ma soprattutto se stessa – dovrà trovare la forza di rialzarsi e di credere di nuovo nell’amore… riuscirà a farlo?

RECENSIONE


Vittima e carnefice sono due sostantivi che non dovrebbero lasciare dubbi sul ruolo di ognuno eppure a volte il gioco psicologico che si instaura tra essi può rendere il confine che li distingue meno evidente, creando incertezza.

In questo senso la penna di Verdiana Rigoglioso è stata molto abile nel delineare dei personaggi che impariamo a comprendere a piccoli passi, facendoci un’idea di loro, la cosiddetta prima impressione, che pagina dopo pagina viene capovolta.


L’ora della verità, eh? Doveva pur arrivare. Devo ammetterlo: sei stato bravo, così dannatamente bravo a farmi passare per carnefice.”


Così come è riuscita a portarci dentro lo stato d’animo di una persona che subisce violenza in modo sottile e sempre più profondamente, mostrando come uno spirito calpestato, umiliato da chi proclama di amarci si sgretoli pian piano, come un muro all’apparenza solido che comincia a cadere a pezzi fino a crollare.

Con “Troppo vicino al sole” l’autrice racconta un matrimonio di come se ne vedono molti, una confezione splendida fuori, che racchiude al suo interno dinamiche tossiche, insane.


“Per tutto il tempo, prima dell’incidente, il dolore si è nascosto così bene da scomparire dietro tutto al resto; ma era lì e faceva il suo corso, scavava dentro di me come un carcerato che prova a evadere.


Il racconto di un anno e poco più di un matrimonio di quelli che, visti da fuori provocano ammirazione e anche invidia, il ritratto di bellezza, complicità e tenerezza ma che nasconde tutt’altro.

Anche il lettore inizialmente è portato a crederlo, perché sono piccoli i dettagli che farebbero pensare altrimenti, non saltano subito all’occhio, parole all’apparenza innocue, regali che sembrano perfetti, ma perfetti per chi?

Imposizioni mascherate da richieste, mania di controllo mascherata da semplice gelosia, disapprovazione mascherata da consigli.

Stefania è una donna di 37 anni realizzata professionalmente nientemeno che come scienziata, famosa, geniale, se vogliamo anche controcorrente, una protagonista fuori dal comune.

Una donna che sogna e pensa in grande, indipendente, quasi iperattiva nel lavoro, legata a pochi amici e alla famiglia che non cerca la felicità tradizionale ma vive intensamente il presente.

È una personalità complessa come può esserlo quella di una mente sempre in moto impegnata a creare il futuro che però sembrerebbe assaporare la normalità grazie all’incontro e all’amore di Roberto.

Quello che il lettore sarà accompagnato a vivere sarà un graduale cambiamento che caratterizzerà la personalità di Stefania, un vero e proprio spegnimento della sua indole come descrive perfettamente questo estratto:


E mentre me lo chiedevo tu mi prendevi a schiaffi la dignità: mi calpestavi l’allegria e uccidevi la mia voglia di vivere.


Difficilmente decifrabile fino al lento scoprire di determinate dinamiche sarà la personalità del marito di Stefania, Roberto, che conosciamo attraverso i ricordi e i racconti di lei.

Questo personaggio si impone davanti al lettore in modo che definirei strisciante, non cammina in mezzo agli altri personaggi ma si insinua in mezzo alle parole, mostrando via via  una personalità dai lati oscuri ma ben camuffati.

Una personalità che finirà per schiacciare quella della moglie nel modo più subdolo e sottile, cioè manipolandola, insinuandole dubbi, minando le sue sicurezze, facendo leva sulle sue fragilità come donna, come scienziata, come moglie tanto da scatenare in lei colpa, vergogna, senso di inadeguatezza.


Ma lei non sa cosa significhi diventare un pezzo di arredamento – una donna non desiderata, una massaia perennemente in prova. Non sa niente di ciò che mi è successo. E io un po’ mi vergogno. Non voglio più vergognarmi, ma non so come fare.


L’aspetto più interessante di questo libro è stata sicuramente la capacità dell’autrice di raccontare la violenza psicologica di cui è vittima Stefania in modo tutt’altro che esplicito.

In principio quest’uomo pare perfetto, premuroso, accomodante, innamorato svelando solo a tratti atteggiamenti volti a inibire la moglie sotto tutti i punti di vista.

È così che leggendo cominci a storcere il naso in certi passaggi, si accende una piccola antenna che capta qualcosa che non va attraverso dialoghi che a mano a mano che si procede nella lettura prendono la consistenza di un comportamento disfunzionale all’interno della coppia.

L’insinuarsi dei dubbi, dei timori di Stefania, la sua trasformazione in una donna insicura, oppressa dal senso di vergogna ma soprattutto dal senso di colpa prende concretezza lentamente e inaspettatamente.


Era colpa mia, ne ero consapevole: colpa del mio orgoglio, che non gli aveva perdonato la gelosia dei mesi precedenti. Colpa del mio voler per forza avere una vita sociale anche al di fuori del matrimonio; della mia testa che non si era mai fermata.


Credo che lo stile di narrazione che adotta l’autrice, cosparso di flashback, di riflessioni e dialoghi brevi ma intensi, sia perfetto per raccontare una tematica come questa, proprio in virtù della complessità di questo argomento.

Sarà una lotta quella che ingaggerà Stefania contro sé stessa, contro il senso di colpa di non sentirsi una moglie adeguata per un uomo che sembrerebbe darle tutta la comprensione, l’amore e la gentilezza del mondo.

Tanto da non riuscire più a distinguere se i comportamenti  del marito siano o meno accettabili, e ritenersi l’unica colpevole, responsabile dei loro contrasti, dei loro problemi e dell’ infelicità coniugale che ne deriva.

Importanti nel processo di guarigione di Stefania saranno le figure affettive che le ruotano intorno, tra tutte spiccano Leandro e il padre di lei, figure positive di uomini che controbilanciano quella  di Roberto.

Leandro simbolicamente rappresenta lo specchio di Stefania, in cui lei può vedere riflessi sia il proprio dolore che la propria voglia di vivere, mentre suo padre è colui che l’ha spronata fin da piccola a volare sempre più in alto.

Perché per Stefania non è mai stato un problema spingersi a volare alto, sempre più vicino al sole, finché purtroppo non incappa in un uomo che come le ali di cera di Icaro la farà precipitare.

Ricominciare da dove si è caduti sarà difficile ma il messaggio di rinascita del libro è forte e chiaro, si fa strada prepotentemente in mezzo all’angoscia e al dolore della protagonista.

Un messaggio importante contro la violenza di ogni tipo certamente, ma soprattutto contro quella che cova sotto le braci di quello che viene definito amore ma amore non è.

Grazie all’autrice per aver dato voce ad un tema importante con realismo, competenza e creatività a ricordarci come le nostre azioni abbiano sempre delle conseguenze sugli altri, ci plasmano nel bene e purtroppo forse ancor più nel male.


“Siamo tutti la somma di ciò che ci è stato fatto.”


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CHE COSA TI ASPETTI DA ME? di Lorenzo Licalzi

CHE COSA TI ASPETTI DA ME? di Lorenzo Licalzi

Titolo: Che cosa ti aspetti da me?
Autore: Lorenzo Licalzi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 12 Giugno 2012
Editore: BUR

TRAMA


Tommaso Perez, brillante fisico nucleare, ripercorre la sua esistenza: gli anni d’oro in compagnia dei più grandi scienziati del Novecento e quelli grigi, spesi isolato in una casa di riposo. Stanco di vivere e disilluso, non sa che la vita ha ancora in serbo qualcosa per lui. Quando Elena entra nel suo mondo, e a poco a poco lo rivoluziona, Tommaso ritrova fiducia in un futuro diverso, e scopre che può ancora voltare pagina. Anche dopo i settant’anni. È questo amore fuori tempo massimo che gli permetterà di “oltrepassare il confine dove il sé si confonde con l’altro e il sé e l’altro diventano tutt’uno”. Un romanzo cinico ed esilarante, ironico e commovente, capace di raccontare la realtà in tutta la sua fragile, gloriosa e imprevedibile umanità.

RECENSIONE


E la vecchiaia alla fine vincerà la guerra, anzi l’ha già vinta, mi ha già ucciso tenendomi in vita.


Non avrei mai immaginato che questa lettura mi avrebbe conquistata a tal punto.

Smettere di vivere senza essere morti, questo fa il protagonista del libro di Lorenzo Licalzi Che cosa ti aspetti da me?

La vecchiaia non va accettata va conquistata afferma Tommaso Perez, anziano fisico nucleare colpito da una malattia che lo costringe a essere ricoverato in una casa di riposo.

Lo spietato resoconto della vita in questa struttura di degenza per anziani autosufficienti e non, costituisce la prima parte del libro, un ritratto cinico, a tratti drammatico ma desolatamente realistico e nello stesso tempo ironico, di giornate scandite da gare su carrozzine più o meno all’avanguardia il cui traguardo è riuscire a farsi mettere per primo a letto, o accaparrarsi la poltrona più vicina ai bagni.


In questa casa di riposo va in scena ogni giorno la parodia delle bassezze umane, che la vecchiaia, come un regista maledetto, esalta fino alla massima potenza.


Lo stile dell’autore, ha avuto una grande incidenza sulla mia capacità di assorbire questa prima parte del racconto senza esserne disturbata perché onestamente non sono pagine che è semplice digerire.

Fondamentale è stata la capacità dell’autore di raccontare la decadenza del corpo, la vulnerabilità della mente e la vita come attesa della morte, con un realismo sfiorato a tratti da un velo di ironia, dando una connotazione alla narrazione così dissacrante da renderla quasi grottesca.

Questo ha notevolmente attutito la tristezza, il senso di dignità perduta e la solitudine che inevitabilmente sgorgano dalle pagine.

Lo scrittore utilizza il protagonista come un filtro che in prima persona fa comprendere al lettore quella che è la visione disincantata, decadente, cinica della vita da parte di Tommaso, ma non lasciatevi ingannare dal suo racconto, che utilizzando la prima persona rende molto tangibili le emozioni e le sensazioni del protagonista.

Perché anche se vi sembrerà di essere lì con lui nella sua stanza a fissare la crepa nel soffitto in attesa che una ennesima giornata vuota e triste inizi, in realtà questo è un racconto di rinascita.

Certamente inconsueta, inattesa, di un uomo al tramonto della sua esistenza che deve accettare la vecchiaia e non combatterla, ma pur sempre trattasi di un risveglio interiore, narrato con uno stile che scalda nonostante la freddezza delle situazioni, intenerisce nonostante la durezza delle vicende, trasmette speranza là dove sembra non essercene più.


Così la vita in un mondo che non ti appartiene finisce per perdere tutto il valore che ha.


Inizialmente è proprio così, per Tommaso la vita non ha più valore e desidera ardentemente la morte.

Da scienziato è sempre stato molto pragmatico, anche un po’ misantropo, ma è anche un uomo che ha covato un grande sogno e che è capace di incantarsi a guardare un cielo pieno di stelle.

Conosce la sofferenza del cuore ma non è abituato a quella del corpo e la poca dignità che contraddistingue la vita nella casa di riposo lo hanno definitivamente convinto dell’inutilità di una vita di questo tipo.

Arrivati alla seconda parte del libro l’autore vi sorprenderà cambiando decisamente registro.

Il racconto si tinge di una lieve dolcezza e scopriremo che è possibile trovare l’amore e grazie ad esso ritornare a guardare con fiducia al futuro anche nella vecchiaia.

Leggendo ho pensato che questo è un messaggio importante ma non comprensibile a tutti, a volte forse anche non accettato dai più giovani.

Perché avere davanti un anziano costituisce uno specchio di quello che attende nella maturità dell’esistenza e non sempre questo riflesso rimanda una condizione accettabile dal punto di vista fisico ed emotivo.


Ciò che rende tragico questo posto sono le persone che lo abitano, sono io… siamo noi. Sono i vecchi, costretti a vedere negli altri che vivono qui il riflesso della loro vecchiaia. Ed è questo che ci disturba, in fondo, e che disturba i giovani, perché guardandoci vedono il riflesso del loro destino…


Penso onestamente che spaventi non arrivare alla vecchiaia, ma spaventa anche arrivarci in un certo modo, con il fardello della possibile perdita d’indipendenza, la prospettiva della solitudine, del sentirsi un peso, della sofferenza fisica.

A riprova però che non conta solo quel che si sceglie di raccontare ma soprattutto come lo si racconta, Lorenzo Licalzi ha dipinto con realismo e sostanza questa paura, riuscendo però a squarciarla, mostrando all’interno di questo strappo uno scorcio di vita in cui non tutto è perduto.

Come sempre l’affetto è capace di plasmare anche le situazioni più difficili fino a renderle più leggere o se vogliamo più dolcemente sopportabili perché il peso della sofferenza è condiviso, spalmato sulle spalle di chi si ama e ci ama diventa più leggero.

Che cosa ti aspetti da me? chiede ad un certo punto il protagonista e sta tutta in questa frase il senso profondo di questa lettura.

Il peso delle aspettative possono essere catene che pesano su di noi fino a condizionare la nostra formazione, la nostra visione delle cose, diventando zavorra, fonte di preoccupazione, rinunce e conquiste che non ci appartengono veramente.

L’amore che l’autore celebra attraverso i protagonisti è quello che non ha aspettative ma prende e si nutre di quello che uno è in grado di offrire.

Un tipo di amore questo che porta con sé una inattesa felicità a Tommaso e una nuova serenità.


Non fu la pace interiore a fargli scoprire l’amore ma il contrario: fu la scoperta dell’amore a farlo sentire sereno.


Grazie ad un tipo di amore del tutto diverso come solo può essere quello vissuto da “vecchi”.

Incredibilmente quando pensi che la vicenda sia vicino ad una conclusione dolceamara l’autore sorprende nuovamente con una terza parte del libro che costituisce una sorta di visione delle vicende narrate in una prospettiva più ampia e da un’angolazione differente ma che dà alla storia un senso di completezza.

È stato difficile scegliere quali estratti inserire in questa recensione, perché ogni passaggio, ogni frase porta con sé qualcosa a cui pensare, idee sopite in fondo alla nostra mente e forse ancora di più in fondo al cuore, che hanno bisogno di parole come queste per venire a galla, semplici ma che scuotono.

La lettura di Licalzi mi ha veramente sorpresa con una scrittura fluida, diretta, tragicamente esilarante in alcuni passaggi ma densa di significato tanto che è stata una sottolineatura continua.

Una riflessione sull’esistenza, sulla fisica, sulla filosofia, su Dio, sull’amore, un contenitore vario e misurato ma anche intenso e commovente.


Quindi non lo so se la velocità della luce un tempo non era costante, ma so che un uomo che ha avuto per tutta la vita il sogno di dimostrarlo, anche se poi non l’ha dimostrato, ha cullato un grande sogno, uno di quei sogni per cui vale la pena di vivere e di vivere una vita che vale la pena di essere raccontata.

Questa è una storia che vale la pena di leggere che parla della condizione umana fragile, decadente, imperfetta ma pur sempre una meravigliosa, emozionante umanità.

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IL CANTO DEL DESERTO di Adele Vieri Castellano

IL CANTO DEL DESERTO di Adele Vieri Castellano

Titolo: Il canto del deserto
Autore: Adele Vieri Castellano
Serie: Autoconclusivo
Genere: Historical Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 28 Marzo 2013
Editore: Leggereditore

TRAMA


1871. Sylvia, divenuta vedova dopo un disastroso matrimonio, arriva in Egitto con suo padre. Per lei è un sogno che si avvera. Finalmente vedrà i luoghi mitici che conosce solo attraverso le lettere di suo fratello Adam, che da anni collabora nelle sue spedizioni archeologiche con Lord Brokenwood, il suo amore negato dell’adolescenza, ora divenuto cieco a causa di un terribile incidente.
Presto, la bellezza di Sylvia, così eterea da ricordare quella della regina Nefertiti, viene notata da Zayd Ambath, il figlio del rais. Ma lei ha altro per la testa: sta per partire per una spedizione nel deserto unica e irrinunciabile alla ricerca di quello che rimane del mitico esercito di Cambise.
Solo non si aspetta che quel mare di sabbia nasconda una pericolosa minaccia, che può mettere a rischio la sua stessa vita. Toccherà a Lord Brokenwood accorrere in suo soccorso, ma l’uomo avrà bisogno di tutto il suo coraggio, e della forza dell’amore, per salvare Sylvia dalle spire del deserto.

RECENSIONE


Anche questa volta la penna di Adele Vieri Castellano accarezza sapientemente il lettore intessendo una trama ben congeniata e trasportandolo in uno dei luoghi più magici, mistici e affascinanti che si possano immaginare.


«Ecco l’Egitto così come lo hai sognato, nella sua solitudine e nella sua tristezza. Addormentato come la sfinge ai piedi delle piramidi, maestoso come il deserto, misterioso come il Nilo.


L’antico Egitto, il deserto e il fermento delle scoperte archeologiche di fine 800 non sono solo lo sfondo delle vicende narrate, ma diventano prepotentemente protagonisti del Il canto del deserto.

Un riuscitissimo affresco dell’epoca in cui archeologi, soprattutto europei, avevano investito passione, energie e denaro negli scavi che avrebbero poi regalato al mondo gli antichi segreti di faraoni, mummie, e geroglifici, di come venivano vissute la vita e la morte nell’antico Egitto, oggetti e leggende che ancora noi oggi possiamo ammirare.


L’Europa tentava di spartirsi non solo l’enorme ricchezza economica del Paese, ma anche quella archeologica: a ogni passo nella sabbia si inciampava in un antico reperto.


Una passione questa che interessava anche componenti della nobiltà britannica come i protagonisti del libro.

Lord Adam Sackville e il suo migliore amico Nicholas Harper rispettivamente visconte Conway e duca di Brokenwood, fin dalla giovinezza hanno seguito il richiamo dell’avventura, della scoperta e della sfida con un ambiente così ostile come può esserlo quello del deserto egiziano.


Il deserto era immenso, senza forma, senza colori o con colori troppo intensi. Il vuoto, il nulla, come se Dio avesse dimenticato, dopo averle disegnate, quelle linee sfuggenti, quelle ondulazioni indecise.


Un ambiente per niente adatto alla presenza femminile secondo i credi del tempo.

Non avevano fatto i conti con la protagonista che tratteggia l’autrice, Lady Silvya Dunmore attratta dalla stessa passione per l’ignoto, desiderosa di mettersi alla prova e di sfidare i limiti imposti alle donne in un momento in cui sempre più questi limiti cominciavano a essere scardinati.

Sorella del visconte e vittima di una giovanile passione per il duca, migliore amico del fratello, entrambi vedovi e con matrimoni infelici alle spalle si ritroveranno in una spedizione nel deserto che rappresenterà non solo una sfida con la natura e con nemici insidiosi, ma anche con loro stessi e con una paura che hanno già sperimentato nel passato e cioè quella di amare senza essere corrisposti.

La protagonista dal temperamento volitivo, prodotto delle proprie origini miste inglesi e italiane incarna l’evoluzione femminista che stava stravolgendo gli ideali sociali dell’epoca.


Una donna con in corpo la spuma del Mediterraneo, non il sonnolento Tamigi.


E lo farà attraverso una narrazione ricca di phatos, a cui contribuisce non solo l’ambientazione di cui ho già parlato ma anche la nascita e l’evoluzione del sentimento nei confronti del duca.

Osserveremo un mutamento nella giovane Silvya che maturerà un sentimento più maturo, consapevole e decisamente carnale nei confronti del nobile.

A questo si aggiunge una sagacia che regalerà dei momenti di sano humor nei battibecchi col fratello.

Un personaggio quest’ultimo che ispira un’immediata simpatia, maschera uno spirito ed un temperamento molto simili a quelli della sorella con un ostentato perbenismo e moralismo che le donne della sua cerchia si divertiranno a mettere alla prova.


In ogni caso, da quando non ci vedeva più, il duca sembrava aver conquistato un intuito soprannaturale precluso a lui, Adam Vere Sackville, cieco nei confronti di sé stesso e degli altri, lui che nascondeva le insicurezze mostrandosi più duro, misantropo e intransigente di quanto non fosse.


L’ironia va di pari passo con la tenerezza dei sentimenti che aleggia sempre sulla superficie delle pagine.

La ritroviamo nell’affetto tra padre e figli, in quello tra fratello e sorella, nell’amicizia che accomuna i due nobili appassionati di archeologia e nell’amore appassionato ma non egoista, quello che lascia liberi di essere sé stessi.

Questo libro è uno storico avvincente che fonde le conoscenze storiche dell’autrice, per le quali viene sempre da complimentarsi, con un pizzico di magia, dialoghi frizzanti e ciliegina sulla torta una bella dose di erotismo.

Un erotismo che accende i sensi e che coinvolge in modo corale i personaggi principali intrecciando più di una storia d’amore con le vicende.

Non posso non citare l’accuratezza delle descrizioni dei siti e dei reperti storici, le sensazioni che suscitano i paesaggi pericolosi e incantatori allo stesso tempo, il contrasto tra le popolazioni egiziane nomadi del deserto e la magnificenza di Luxor.

Ma soprattutto la sensazione di libertà che scaturisce da una corsa a cavallo e dalla consapevolezza che le donne stanno conquistando pezzetto dopo pezzetto un ruolo e una considerazione diversa nella società del tempo.


Mai aveva provato quella pura, arrogante soddisfazione della riuscita personale, di una vittoria dovuta solo alla sua abilità e a quella della magnifica giumenta.


Il canto del deserto è un fenomeno reale ma raro e se si ha la fortuna di potervi assistere bisogna ritenersi fortunati.

Se vi concederete questa lettura potrebbe parere anche a voi per qualche ora di poter sentire un suono prodotto da granelli di sabbia, che accarezzati dal vento porteranno alla vostra mente eco di antichi faraoni, leggende di dei e regine addormentati e custoditi dalle sabbie del deserto.

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LE API DI WATERLOO di Giulia De Martin

LE API DI WATERLOO di Giulia De Martin

Titolo: Le api di Waterloo
Autore: Giulia De Martin
Serie: Autoconclusivo
Genere: Historical Romance
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 10 Maggio 2021
Editore: Words Edizioni

TRAMA


Inghilterra, 1815

Phèdre Hale, Marchesa di Northampton, ha solo vent’anni, quando si trova in balia della sorte avversa: Waterloo le ha strappato l’amato marito e la spensierata fanciullezza. La lady Northampton che amava trascorrere le giornate nella lussureggiante serra è ormai solo un ricordo. Phèdre, però, sa che non può soccombere agli eventi e che l’unico modo per sopravvivere è assecondare la propria condizione. Intelligente e caparbia, non si tirerà indietro di fronte a niente per riacquistare sicurezza, anche se ciò significa sposare Edward Hale, l’irlandese dagli occhi di ghiaccio, erede del casato e cugino dell’amato marito disperso. Tuttavia, la vita spesso riserva risvolti inaspettati, fino a sgretolare anche la più solida certezza. Le grandi tenute di campagna e i dolci pendii della brughiera fanno da sfondo a una storia d’amore e morte, rinascita e assoluzione, intrisa del profumo delle peonie e cullata dal ronzio delle api. 

RECENSIONE


Sono sincera ho una particolare simpatia per le api, forse perché mi ricordano la bella stagione e sono golosa di miele o forse perché ammiro questa sorta di sorellanza tra esseri così piccoli eppure così vitali e importanti per il ciclo naturale, instancabili e laboriose.
Ho infatti letto libri di ambientazione contemporanea che le avevano come coprotagoniste, quindi non ho potuto resistere al richiamo che ha su di me il romanzo storico con l’attrattiva di un titolo così.
Le api di Waterloo è stata una lettura che mi ha positivamente sorpresa per una serie di aspetti: innanzitutto come ho detto sono stata attirata dalla scelta del titolo che, dopo aver letto il libro, mi ha rimandato forte l’idea di un simbolismo con questi meravigliosi e importanti insetti.
L’autrice fa di queste piccole sorelle operaie non solo un filo conduttore dal quale si dirama una vicenda che tiene vivo l’interesse e coinvolge con avvenimenti del tutto inaspettati, ma anche a mia personale interpretazione, un parallelismo con le donne presenti nel romanzo.
Perché in realtà le vere protagoniste di questo libro sono le donne, la loro forza, la tenacia, la capacità di adattamento, la volontà di risollevarsi.

E soprattutto la “sorellanza” che può crearsi per non soccombere non solo ad un ambiente, ma anche ad un’epoca in cui madri o figlie, mogli o sorelle sono considerate alla stregua di oggetti.


Man mano che il tempo passava, mi rendevo conto di quanto il mondo fosse plasmato dagli uomini a loro immagine e somiglianza; noi donne eravamo marginali nel quadro, come un abbellimento che rende più piacevole.


Proprio come le api, sorelle instancabili che lavorano per la produzione del miele e che mai si fermano.
Le donne di Giulia De Martin sono proprio così, cadono ma si rialzano, vanno avanti sempre, nonostante la fatica, il dolore, la paura.
A cominciare da Phedre la protagonista, giovane vitale e allegra, ma anche impulsiva e caparbia un insieme di energia e fragilità a volte in contrasto tra loro.


Mi rendevo conto solo in quel momento di quanto fosse il vuoto a dare senso alla pienezza, ma solo più avanti avrei capito quanto la mia vita, da quel momento in poi, sarebbe stata una continua lotta di contrasti, opposti, di luci e ombre, pieni e vuoti che avrebbero dato senso l’uno all’altro solo continuando ad alternarsi. D’altronde io stessa, con i miei occhi così diversi da sembrare appartenere a due persone distinte, ero una collisione di mondi.


La narrazione espressa in prima persona fa indossare come fossero vestiti a contatto con la propria pelle, le sensazioni di Phedre.
Sentirete così mancarvi il fiato o battere il cuore più forte negli stessi momenti descritti sulla carta.
Ed ecco che mano a mano che si procede nella lettura alla giovane protagonista si affiancano una serie di donne ognuna delle quali ha un legame affettivo con lei e quindi anche un’influenza sulla sua vita.
Portia, Charlotte, Camille sono per Phedre a seconda del loro ruolo, sia conforto che  esempio, un aiuto, una guida, un porto sicuro di fronte alle difficoltà che si troverà ad attraversare.
Ho trovato in questo secondo romanzo dell’autrice una scrittura più matura, un coinvolgimento emotivo più spiccato e personaggi caratterizzati in modo approfondito.
Aspetti che ho trovato evoluti nello stile di questa giovane autrice, della quale non posso non apprezzare il grande lavoro di ricerca storica mescolato alle sue personali conoscenze.
Saltano immediatamente all’attenzione l’accuratezza delle descrizioni storiche e paesaggistiche dell’Inghilterra dell’epoca e la conoscenza della botanica.
Le magnifiche tenute nobiliari diventano oltre che teatro anche protagoniste delle vicende, e la serra e la cura delle piante sono non solo la grande passione di Phedre ma anche il suo rifugio, la sua ancora di salvezza per non annegare nel dolore.


C’era un qualcosa di così quieto nel torpore della serra, come se tutto si stesse muovendo, ma lo facesse con una tale lentezza, da sfidare perfino il tempo. Questa singola idea di imperitura bellezza era tanto forte da calmare l’ansia e i brutti pensieri. Nonostante tutto, qualsiasi cosa fosse successo, le orchidee non avrebbero smesso di fiorire e le api di produrre, instancabili, il loro oro liquido.


La storia d’amore che si dipana ha un’evoluzione inaspettata ed interessante. Pur rispondendo ai canoni storici dell’epoca non intrappola i personaggi in una caratterizzazione stereotipata, al contrario sono credibili e ben definiti nelle loro personalità.
Romanticismo e passione, desiderio e sentimento emergono con forza dirompente dalla scrittura dell’autrice, che pur non descrivendo nel dettaglio scene esplicite, permette al lettore di riviverle grazie al potere evocativo delle parole.
Perché non è necessario descrivere per far “sentire”, a volte immaginare crea un phatos maggiore e permette di percepire comunque sensualità e passione.
Il lettore diventa arbitro assoluto in questo romanzo perché non c’è un’evoluzione giusta o sbagliata della trama e tutti i personaggi hanno le loro ragioni, i loro tormenti e le loro gioie.
I personaggi maschili accomunati seppur in modo diverso dall’affetto per Phedre conquistano dal primo all’ultimo.
A cominciare da Noah che è una figura la cui presenza è rassicurante e avvolgente, simbolo dell’amicizia nella sua forma più sincera e spontanea.
Edward e Richard invece sono a mio modo di vedere due facce della stessa medaglia, due modi di essere opposti ma simili, due modi di amare in modo incondizionato uguali ma diversi.
Un dualismo che si intravede in altri aspetti del romanzo e di cui l’autrice dà una spiegazione accurata nelle note finali che consiglio di leggere perché interessanti ed esplicative.
Il mio personale pensiero è che il vincitore morale della vicenda sia Richard sebbene compaia solo a inizio e fine del libro, perché lascia ai lettori il messaggio più importante ma anche il più difficile da attuare nella realtà.
E cioè che tutto cambia e i cambiamenti molto spesso avvengono senza chiedere il permesso, ma arrivano e basta.
Gli stessi personaggi nel romanzo infatti vivono loro malgrado esperienze che li porteranno ad un’evoluzione interiore.


«L’amore non finisce» dissi, scostandomi per guardarlo negli occhi. «L’amore muta, evolve e cambia la sua forma. Io non smetterò mai di provare amore nei tuoi confronti, oggi ancora più di prima, e in un modo o nell’altro mi sentirò sempre legata a te, indissolubilmente.»


Accettare o meno questi cambiamenti e riuscire a conviverci sono questioni complesse, soggettive ma inevitabili.
La scelta è se andare avanti restando legati al passato o abbracciare il futuro pur senza rinunciare alla propria identità.


Come una fenice, ero implosa in una fiamma vorticosa e straziante, ma era giunto il momento di tornare a vivere ed essere me stessa.


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FORSE UN GIORNO di Colleen Hoover

FORSE UN GIORNO di Colleen Hoover

Titolo: Forse un giorno
Autore: Colleen Hoover
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 19 Febbraio 2015
Editore: Leggereditore

TRAMA


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Sydney Blake, un’aspirante musicista di vent’anni, ha una vita invidiabile: frequenta il college, ha un buon lavoro, è innamorata del suo meraviglioso ragazzo Hunter e convive con la sua migliore amica Tori. Ma tutto cambia quando scopre che Hunter la tradisce con Tori. Ora Sydney deve decidere che ne sarà della sua vita.

È attratta da Ridge Lawson, il suo misterioso vicino. Non può staccargli gli occhi di dosso e non può fare a meno di starsene ad ascoltarlo mentre suona la chitarra sul balcone della sua stanza. La sua musica le dà armonia e vibrazioni. E anche Ridge non può far finta di ignorare che c’è qualcosa in Sydney: a quanto pare, ha trovato la sua musa. Quando, finalmente, si incontrano, scoprono di avere bisogno l’uno dell’altra…

RECENSIONE


Non credevo si potesse sentire in questo modo qualcuno. Non sapevo di poter aver bisogno così di qualcuno. Non avevo idea di essere in grado di condividere questo tipo di legame con qualcuno.


Quando pensiamo al verbo sentire siamo portati a identificarlo immediatamente con il senso dell’udito senza tenere invece in considerazione che sentire può essere associato a molte altre sensazioni percepite.

Leggendo Forse un giorno mi sono soffermata a riflettere infatti a come le emozioni le sentiamo con il cuore, a volte anche con la pancia, “sentiamo” sensazioni provocate da un ricordo o da un profumo, gli sguardi sono capaci di farci sentire in un certo modo così come il tatto ci permette di sentire con il nostro corpo.


Non mi ero mai resa conto di quanto possa essere forte il desiderio. Consuma ogni parte di te, accresce i tuoi sensi di un milione di volte.


Colleen Hoover ha una scrittura che è capace di fare proprio questo, mettere in gioco durante la lettura tutti i sensi.

Ho sentito il tocco e gli sguardi tra i protagonisti, ho percepito le sensazioni e i silenzi, ho empatizzato con le loro sensazioni e i loro pensieri.

L’autrice è stata capace di far sentire al lettore le personalità dei suoi personaggi, percepire le loro emozioni come fossero nostre, le fragilità, l’intensità dei sentimenti, la difficoltà di resistere alla passione, al desiderio, le paure e le gioie delle relazioni umane.

E ultima ma non ultima, è stata capace di far sentire addirittura la musica, onnipresente altra  grande protagonista del libro.

Melodie che hanno preso forma come se le lettere stampate sulle pagine si trasformassero pian piano in note musicali e allora la mente del lettore diventava lo spartito su cui immaginare di sentir suonare i protagonisti.

Una musica composta da accordi ma anche da pause che nel racconto prendevano le sembianze di scene fatte di silenzi, molti dei quali hanno dato alla narrazione quasi una connotazione cinematografica.

E allora mi sono spesso trovata come quando in un film si assiste ad una scena particolarmente intensa e si è presi da una concentrazione ed un coinvolgimento che ti fanno isolare da tutto il resto, e aspetti l’evoluzione della vicenda in un silenzio partecipe.

È stato impossibile non affezionarsi ai personaggi che tratteggia l’autrice, giovani studenti e lavoratori, simpatici, vitali, goliardici quanto basta, che fondono convivenza e amicizia trasportando il lettore nelle vicende come se leggendo ci si sentisse anche noi inquilini del loro appartamento.

Sidney spigliata aspirante musicista, dalla vita apparentemente soddisfacente vedrà sgretolarsi molte certezze a causa di un bruciante tradimento.

Ridge, un attraente vicino di casa con la passione condivisa per la musica sarà la sua ancora di salvataggio ma anche l’oggetto di un sentimento dirompente.

Questo sentimento potrebbe forse un giorno diventare qualcosa di concreto e importante per entrambi?


So che ho bisogno di stare per conto mio. Voglio starmene per conto mio. Ma so anche che il motivo per cui mi sento così combattuta in tutta questa situazione è che nutrivo un po’ di speranza. Anche se in questo momento non ero pronta, pensavo che la possibilità ci fosse. Immaginavo che forse un giorno, quando fossi stata pronta, le cose tra noi sarebbero potute crescere.


Per scoprirlo l’autrice vi accompagnerà in un viaggio le cui tappe sono delle canzoni, i cui testi raccontano con intensità lo sviluppo della vicenda, un valore aggiunto a un libro caratterizzato da una scrittura profonda, una trama per niente banale e dei protagonisti che catturano per la loro personalità.

Ragazzi genuini, che mordono la vita, con le tipiche passioni della giovinezza, ancorati a valori importanti ma non per questo perfetti.

Tutt’altro, Colleen Hoover caratterizza personaggi generosi, leali, responsabili, ma anche fragili, combattuti, confusi, molto umani.

Il senso di colpa sarà un compagno costante dei due protagonisti perché le vicende li porteranno a tentare un’impresa pressoché impossibile: dominare i sentimenti con la ragione.


Non ci stiamo toccando. Non stiamo parlando. Non mi sta nemmeno guardando. Eppure il semplice fatto di osservarla mi fa sentire terribilmente in colpa, come se stessi facendo qualcosa di sbagliato.


Faranno di tutto per fare la cosa giusta trasmettendo emozioni contrastanti attraverso i testi delle canzoni che accompagnano la lettura.


Ma si tratta di arte. L’arte è solo un’espressione. Un’espressione non è un’azione, anche se a volte sembra che lo sia. Scrivere canzoni non è come confessare a qualcuno i propri sentimenti. Vero?


La musica diventa così non solo parte integrante del romanzo ma quasi il romanzo stesso dando la possibilità non solo di leggerlo ma anche di ascoltarlo, grazie alla playlist list che l’autrice ha creato in collaborazione con il cantante americano Griffin Peterson.

Meritano una menzione anche i personaggi secondari, autentici e per niente scontati, che camminano in perfetto equilibrio sui fili che compongono la trama.

Warren in particolare è il personaggio che ho sentito con maggior empatia perché la sua apparenza indolente è in realtà un guscio che racchiude al suo interno un ragazzo di sostanza.

Non posso che consigliare questa lettura che vi riserverà molte sorprese inaspettate, spunti di riflessione interessanti sulla fiducia, la lealtà, l’amicizia, e la speranza.

La definirei una vera e propria playlist dei sentimenti,  appassionata ed emozionante, le cui canzoni sono state un accento, un tasto percosso o una corda pizzicata con più vigore, per amplificare un coinvolgimento emotivo già vivido nelle parole.

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BUSKASHI’: VIAGGIO DENTRO LA GUERRA di Gino Strada

BUSKASHI’: VIAGGIO DENTRO LA GUERRA di Gino Strada

Titolo: Buskashì: Viaggio dentro la guerra
Autore: Gino Strada
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 11 Dicembre 2013
Editore: Feltrinelli Editore

TRAMA


La buskashi è il gioco nazionale afghano: due squadre di cavalieri si contendono la carcassa di una capra decapitata. È violento, senza regole. L’unica cosa che conta è il possesso della carcassa, o almeno di quello che ne resta al termine della gara. È come il tragico gioco a cui partecipano i numerosi protagonisti del conflitto afghano. Una partita ancora in corso, solo che al posto della capra c’è il popolo dell’Afghanistan.Buskashi è la storia di un viaggio dentro la guerra, che inizia il 9 settembre 2001 con l’assassinio del leader Ahmad Shah Massud, due giorni prima dell’attentato di New York. Un viaggio “clandestino” per raggiungere l’Afghanistan nel momento in cui il paese viene abbandonato da tutte le organizzazioni internazionali e si chiudono i confini. L’arrivo nella valle del Panchir, l’attraversamento del fronte sotto i bombardamenti per raggiungere Kabul alla vigilia della disfatta dei Talebani, la conquista della capitale da parte dei mujaheddin dell’Alleanza del Nord, la Kabul “liberata”: l’esperienza della guerra vista dagli unici testimoni occidentali della presa di Kabul.Un viaggio nella tragedia delle vittime, e insieme una riflessione sulla guerra, sulla politica internazionale, sull’informazione e sul mondo degli aiuti umanitari. 

RECENSIONE


Qui, nella vita degli afgani è il vero confine, il territorio della mente che dobbiamo ancora esplorare per capire la guerra, e per odiarla. Con le pietraie del passo, bisogna lasciare alle spalle anche il pensiero occidentale. Siamo in Afghanistan. “Vivo o morto” è diverso, ora. Ora siamo dentro la guerra.


Lo spiega molto chiaramente Gino Strada in questa sua opera dal titolo Buskashi`: il tentativo di raggiungere e superare il confine afgano nel settembre 2001 per riaprire l’ospedale Emergency di Kabul, di cui questa opera è il resoconto, è in realtà il simbolo del superamento della mentalità occidentale.

Quella che ritiene la guerra un male necessario, nonostante poi a pagarne il prezzo siano i civili indifesi soprattutto bambini, e che si creda non ci riguardi perchè infesta luoghi molto lontani da noi.
Perché di questo si tratta, superare un limite mentale, un confine ideologico che va oltrepassato, espresso alla perfezione in questo passo, uno dei più conosciuti.


Questo è il vero confine, quello più difficile da attraversare. Fare propria, rispettare l’esperienza degli altri, quello che stanno provando, non ignorarla solo perché riguarda “altri” anziché noi stessi. Perché se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi.


L’autore di questo libro ha passato la sua intera esistenza dentro i conflitti, un argomento di cui non è semplice parlare, si corre il rischio di cadere in una retorica spiccia, perché diciamocelo che ne sappiamo noi della guerra?

Al di là delle ovvie considerazioni astratte sugli orrori che porta con sé, per noi che la vediamo filtrata dai media, dall’informazione, dai racconti di popoli lontani, resta una realtà che possiamo provare ad immaginare ma che in realtà non conosciamo e forse ancor meno comprendiamo.

Paradossale se pensiamo invece che per chi la vive sulla propria pelle è invece quanto di più concreto si possa toccare : paura, violenza, sofferenza, dolore, povertà e incertezza sono molto concrete per chi le deve vivere ogni giorno. Così ho voluto provare a toccare un po’ di questa concretezza attraverso le parole scritte di chi la guerra la conosce bene, perché l’ha vissuta da molte angolazioni, l’ha provata sulla propria pelle, l’ha dovuta inserire nelle trame della vita propria e della propria famiglia.


Mi sono trovato a parlare con me stesso. Un déjà vu, e insieme una situazione nuova, imbarazzante. Che cosa fai qui? Come lo spieghi a Cecilia, a Teresa? Che cosa dici loro, per convincerle che è giusto che tu sia qui, per far credere che tutto ciò valga il loro rischio di non rivederti?


Nasce così questo piccolo omaggio al compianto Gino Strada, in ricordo del primo mese trascorso senza di lui. Un personaggio di una caratura morale tale da ispirare molto più che ammirazione e forse anche un senso di riverenza per la forza del messaggio che ha costituito la sua intera esistenza. Buskashi` racconta eventi passati ma purtroppo molto attuali, nonostante siano trascorsi vent’anni dagli accadimenti in esso descritti. Il fondatore di Emergency non delude nemmeno in qualità di scrittore : emerge prepotente lo spessore di questo essere umano che ha votato la propria esistenza alla cura e al sostegno dei deboli e degli indifesi.

Attraverso di esso lascia ai lettori messaggi molto chiari, che non si riconducono solo al desiderio di pace ma a molto di più. Pensieri e posizioni espresse consapevolmente perché  frutto di esperienze vissute in prima persona, che personalmente condivido, tra i quali spicca una verità che in molti paesi non è realtà: i diritti umani vanno costruiti non declamati. Un messaggio molto potente e sicuramente nitido: tutti hanno diritto ad una vita dignitosa, libertà e cure mediche, che non si ottengono con politiche astratte e discorsi filosofici ma con azioni concrete, tradotte in istruzione, assistenza medica, lavoro.

Buskashi` è un libro diviso in due parti, la prima appunto un diario di viaggio, difficile, faticoso, impervio dentro un paese violentato da ideologie, interessi e giochi di potere prima e dalla guerra poi. La seconda la cronaca degli eventi vissuti una volta raggiunta la città in questione, prima della sconfitta dei talebani. Un resoconto autentico e tangibile di cosa significa sfidare le difficoltà, non arrendersi, mettere in gioco tutti se stessi nell’intento di aiutare chi soffre a costo della propria incolumità, al termine del quale il lettore prenderà consapevolezza che nascere in luoghi dove regnano democrazia, uguaglianza, libertà e soprattutto pace non è un merito ma una fortuna. Se la guerra incombe su popoli lontani da noi per posizione e cultura è solamente un puro caso.


Perché non si tratterà più di essere musulmani, ebrei o cristiani, né di essere di destra, di centro o di sinistra, per farsi un’opinione sulla guerra. Basterà ricordare quelle storie, e mettere Anna al posto di Jamila, e Mario invece di Waseem.


Un titolo volutamente simbolico: Buskashi` è il nome di un gioco afgano dove ci si contende la carcassa di un animale. Ecco che l’Afganisthan diventa come questa carcassa, un territorio conteso tra i partecipanti ad una guerra che prende ufficialmente il via in seguito a due attentati di natura diversa, ma che in realtà è l’ennesimo tentativo di trarre profitto in un gioco geopolitico che nulla ha a che vedere né con la religione né con la giustizia. Non fosse per il fatto che il libro narra eventi reali durante i quali la sicurezza di Gino Strada e collaboratori è messa in serio pericolo, si potrebbe definire quasi un racconto avvincente, dallo stile incalzante, anche avventuroso. Ma in realtà attraverso queste pagine Gino Strada vuole dire molto di più: ci lascia dei mattoni con cui egli stesso ha iniziato a costruire la pace, un’eredità che tocca a noi continuare.

Mattoni composti da umanità, senso del dovere, generosità, amore per il prossimo, desiderio di aiutare chi soffre, senso della giustizia, tutte qualità di quest’uomo straordinario, incarnate nella sua creatura più importante e più bella, gli uomini e le donne di Emergency.
Questo libro mette inevitabilmente in moto i pensieri, perché è impossibile restare impassibili di fronte al racconto dei giochi di potere, delle ideologie estreme, dell’efferatezza delle azioni umane, di tutte quelle mostruosità che costituiscono la guerra.Una lettura che si è rivelata un forziere con molti tesori, che risplendono soprattutto per lo stile con cui l’autore li ha portati alla luce, facendoli emergere dalle macerie di una bomba esplosa, dalle ferite di bambini mutilati, dalle lacrime di famiglie distrutte.

Un paese martoriato raccontato con uno stile personale, che come in un’altalena alterna cronaca e riflessioni ad un lieve tocco di umorismo. Quasi un’” italianità” dei protagonisti, come un’impronta dello spirito che li contraddistingue, che non solo stempera il dramma che si trovano ad affrontare ma lascia passare in mezzo alle crepe dovute alla distribu anche molto cuore.
Regalatevi la lettura di un libro che è innanzitutto la condanna dei poteri politici che direttamente o no sono di fatto i promotori e i finanziatori dei conflitti, di un’informazione asservita alla politica molto lontana dalla trasparenza e dalla verità. Il racconto dello scontrarsi con l’estremismo, con la perdita di umanità, uno sguardo attento alla disparità di diritti tra i popoli del mondo. E infine una dichiarazione d’amore alla moglie Teresa e alla figlia Cecilia.


Teresa è una sorpresa, ogni giorno. Sorprende tutti coloro che la conoscono, per l’intelligenza e la simpatia, perché è bellissimo ascoltarla, e guardarla. Sorprende per la sua capacità, unica, di capire le persone, di tenere insieme un gruppo, dando molto a tanti, anche nei momenti difficili.


Incontrerete persone autentiche e non personaggi, conoscerete teorie poco ortodosse ma provate sul campo, come il “rischio pecora”. Gino Strada ci ha lasciato tanto, le sue parole scritte sono un ulteriore dono di cui consiglio di avvalersi. Perché con questa testimonianza e soprattutto con il suo esempio ci ha dimostrato che il concetto di utopia è solo nella nostra mente, qualcosa che non è stato ancora fatto ma che si può realizzare se ci si crede. E forse allora un giorno l’espressione “Al salam alekkum” –  “Che la pace sia con te” potrà diventare finalmente una realtà e non più solo un’idea.

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DIDATTICA DEL SESSO PER GUFI E ZANZARE di Rebecca Quasi

DIDATTICA DEL SESSO PER GUFI E ZANZARE di Rebecca Quasi

Titolo: Didattica del sesso per gufi e zanzare
Autore: Rebecca Quasi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 9 Novembre 2016
Editore: Self-publishing

TRAMA


Incontrarsi quando il dolore è così prepotente che non concede spazio alle regole, fa sì che tra Manrico e Miriam nasca un’amicizia profonda e senza filtri, un’intimità priva di cose non dette e infine un amore straordinario.

RECENSIONE


Didattica del sesso per gufi e zanzare è un titolo che potrebbe definirsi come minimo fuorviante, invece Rebecca Quasi con l’arguzia e la sofisticata ironia che contraddistinguono la sua penna, lo rende molto più che azzeccato.
Al termine della lettura infatti mi è venuto proprio da pensare che mai con un titolo del genere avrei immaginato lo sviluppo di una storia dolceamara ma incantevole come quella che ho letto.

Un romanzo in perfetto equilibrio tra veridicità e poesia, gioia e dolore, ironia e realismo, sensualità e romanticismo e che non si potesse pensare ad un titolo più giusto dopo aver conosciuto i suoi protagonisti.
Miriam e Manrico si troveranno ad attraversare uno dei momenti tra i più dolorosi della loro vita, tanto da smarrirsi per un certo tempo.


Al suo posto c’era una donna determinata, dinamica e senza peli sulla lingua. Per attraversare il mare del lutto e del dolore ci voleva una corazza e la donna che era prima non ce l’aveva. O meglio, aveva la corazza sbagliata, quella del raziocinio e dell’equilibrio.


Se Miriam si troverà dal passare da una personalità razionale ed equilibrata ad un modo di vivere più istintivo e improvvisato, traendo forza dal bisogno delle sue figlie di riavere la loro mamma, Manrico si troverà suo malgrado a tirare le somme di un’unione serena ma poco condivisa che lo getterà in una sorta di solitudine attanagliato da ansie e paure.


«Il tempo libero è micidiale» riprese lui «Come stamattina…» «Cosa ti succede nel tempo libero?» «Non succede niente. È questo il guaio.» Sorrise amaramente, poi riprese: «Mi sembra di essere su un binario. Vado avanti senza poter cambiare direzione, ma non so dove sto andando.»


Come non capire un tale sbandamento dopo tanto dolore.
L’autrice parte da qui, da un dolore così grande e stordente, per poi alleggerire il tutto fino a far volare il lettore, complice una leggerezza che definirei al contempo profonda, aggettivi che caratterizzano entrambi la prosa di questo romanzo.
Una storia che racconta come trovare una via diversa e inaspettata per tornare ad essere felici grazie all’amore.
I personaggi di questo libro potrebbero essere veramente i nostri vicini di casa, conoscenti amici o colleghi, l’autrice ci regala il ritratto di due famiglie assolutamente ordinarie, ma nello stesso tempo straordinarie nell’evoluzione che le caratterizzerà.
Perché si tratta proprio di questo, i protagonisti affronteranno un percorso che non voglio chiamare di rinascita ma di cambiamento.
Un cambiamento inevitabile come gli avvenimenti che lo faranno iniziare, un processo in cui il lettore viene coinvolto facendosi trasportare insieme ai protagonisti nella caotica quotidianità dei protagonisti così come nelle loro emozioni, entrambe zone in cui ci si può facilmente identificare.
Un percorso che lascia con sé oltre alla piacevolezza di aver intrapreso insieme questo viaggio anche un sentito e delicato messaggio di speranza.
Come recita la sinossi Miriam e Manrico si incontrano quando il dolore è così soverchiante da mandare all’aria tutte le regole.
Questo è l’aspetto più interessante che mi ha inizialmente colpito nel rapporto tra i due protagonisti, un feeling così intenso, un’intesa così naturale e spontanea da essere percepita dal lettore in modo viscerale, anche e soprattutto nelle cose non dette, in una serie di silenzi, gesti e sguardi che fanno subito intuire quanto il sentimento tra i due personaggi ha qualcosa di speciale.


Lei era grata che il silenzio tra loro avesse ancora la magica caratteristica di non essere imbarazzante. Riempivano il silenzio con la reciproca presenza.


All’inizio sarà proprio questa reciproca presenza ad alleviare seppur di poco il dolore di entrambi.
Un dolore che in modo diverso li sommergerà fino a cambiarli.
Ma il cambiamento di cui vi fa spettatori Rebecca Quasi ha il sapore dell’autenticità perché capace di mostrare come eventi così dolorosi, riescano in qualche modo a darci una spinta nuova verso la vita, aprendo gli occhi sull’importanza di vivere il presente mettendo da parte timori, progetti, dubbi che di fronte a perdite così spaventose perdono di ogni importanza.


Abbiamo solo il presente e io non voglio più, mai più!, perdere un istante del mio presente a dubitare che fare qualcosa per noi sia sbagliato. Ti amo come non ho mai amato nessun altro. È così. E non voglio sprecare un millesimo di tempo a pensare cosa sarebbe successo tra noi se ci fossimo incontrati prima… perché…» «Perché non è successo» finì lui al suo posto.


Certo l’autrice non ci regala la favola.
L’evoluzione che porterà i protagonisti a vivere senza remore l’amore che li unisce dovrà assestarsi nel corso del tempo adeguandosi alle esigenze delle due rispettive famiglie, composte da un totale di cinque figli, obiettivo per nulla semplice proprio come i rapporti umani, delicati e complessi insieme.
In questa operazione Rebecca Quasi userà molta ironia che spicca soprattutto nei dialoghi, sempre originali, realistici e arguti.
Tra tutti non posso negare di essere stata completamente conquistata da Mila la più piccola ma la più saggia di tutti.
A dimostrazione di quanto molto spesso i bambini siano in grado di vedere dove gli adulti non riescono.


«No, mamma. Mi serve solo un altro po’ di coraggio. Solo un po’.» Lasciarono uscire le lacrime e si abbracciarono. Erano nate lì le sue figlie, erano cresciute bene, erano stati felici. Era un altro periodo però. Qualcosa di estinto.


È coraggiosa la piccola Mila, empatica, dolce, intelligente un piccolo capolavoro di essere umano.
Un libro che riconferma il talento e la capacità stilistica di questa autrice, capace di coinvolgerci in modo realistico ma al contempo poetico nelle vicende ma soprattutto nelle emozioni che racconta, perché a volte la poesia si nasconde proprio nei piccoli momenti di felicità che ci regala il quotidiano.
E così non svelandovi cosa hanno a che fare gufi e zanzare con questa bellissima storia vi invito a scoprirlo, leggendo questo romanzo così da farvi regalo di un messaggio vivo e pulsante di speranza.
Anche dopo eventi dolorosi e laceranti si può tornare a vivere, l’importante è concentrarsi sul presente e godersi ogni attimo come fosse l’ultimo perché la vita è qui e ora.


Il passato è andato, il futuro non esiste. Nel presente stavano ballando.


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ECHO di Rachel Sandman

ECHO di Rachel Sandman

Titolo: Echo
Autore: Rachel Sandman
Serie: Autoconclusivo
Genere: Contemporary Romance
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 17 Maggio 2018
Editore: Delrai Edizioni

TRAMA


Uno sguardo a volte può cambiare la vita. Ne sa qualcosa Tomas Riley in una Boston estiva, quando incrocia gli occhi di una sconosciuta e ne rimane folgorato. Lei, Samantha Bennett, è una ragazza sfuggente, inafferrabile, che guarda il mondo attraverso una solida corazza. Il loro primo incontro avviene un po’ per caso, ma il secondo… è destino. La sorte inizia a giocare le sue carte e Tom cerca in ogni modo di farsi notare, con battute e gaffe che attirano l’attenzione di Sam. Lei non capisce se il ragazzo è solo un presuntuoso o vuole farla arrabbiare. La passione per la musica avvicinerà due personalità diverse, ma uniche, in una storia come tante altre – o forse no –, perché spesso, se si tratta di emozioni, non è facile capire dove inizia il proprio cuore e finisce quello dell’altro.
Il romanzo d’esordio di un’autrice dalla penna travolgente. Due protagonisti fragili, ma forti, vi
racconteranno una tenera storia di passione e di vita, perché, anche quando sembra che non ci sia più speranza, l’esistenza riserva sempre una via d’uscita, chiamata amore.

RECENSIONE


Vi è mai capitato di ascoltare una canzone e pensare che stia parlando proprio di voi?

Sono certa di sì ecco perché questo è un libro che i cultori della musica seri, quelli appassionati, che collezionano vinili, sanno tutto dei loro cantanti preferiti e sanno analizzare ogni testo dei brani a loro cari non possono farsi scappare.

Perché accanto ai due ragazzi protagonisti della vicenda c’è un’altra indiscussa protagonista in questo romanzo che è la musica.

Con questo esordio Rachel Sandman racconta la difficile nascita della storia tra una ragazza segnata da una grave e apparentemente incolmabile perdita, Samantha, il cui animo ferito sarà guarito dall’amore di un ragazzo d’oro, Thomas Ripley.

È saltata in particolare alla mia attenzione la capacità dell’autrice di dare alla vicenda una connotazione originale, proprio grazie all’intreccio della narrazione con la passione per la musica, tradotta nell’espressione artistica di una band in particolare che non svelerò ma che ha fatto storia.

Anche la caratterizzazione del protagonista Tom esce un po’ dai canoni del genere regalandoci un personaggio particolare, un po’ pazzo ma genuino, di una simpatia immediata e che non può non affascinare.

Un ragazzo spontaneo, irriverente, passionale e brillante.


Io mi fido. Non ho capito assolutamente nulla ma non posso fare a meno di fidarmi di quei due occhi artici, di quel sorriso sghembo e di quella testa pazza e incasinata. E questo potrebbe essere la mia fine.


Samantha è invece il suo esatto opposto, una ragazza che vive e si relaziona sempre come avesse il freno tirato, bloccata nel passato che non riesce a lasciarsi alle spalle, fonte di un senso di colpa opprimente che l’autrice ha trasmesso molto intensamente, tanto che leggendo si percepisce molto forte lo stridere di questa frenata.

Il giovane protagonista saprà trovare la via per allentare l’immobilità di Samantha, non senza fatica ma anche con molta passione e inventiva, utilizzando un linguaggio che spesso è veicolo dell’espressione dell’amore, cioè proprio la musica.

Ci voleva un personaggio come lui per scardinare i mattoni del muro che Samantha ha eretto permettendo anche ai lettori di vederla.

Questo non solo per l’originalità del suo carattere ma perché egli stesso ha sperimentato sebbene diversamente il dolore e sarà quindi in grado di guidarla verso un nuovo inizio.


Forse l’ho accusata di riversare il suo passato su di me quando io per primo ho fatto la stessa cosa: l’insicurezza, le paure, l’abbandono. Tutte cose che conosco, che ho provato e che sono incise e marchiate a fuoco sulla mia anima. Tutte cose che mi terrorizzano.


E lo farà usando appunto la musica.

Non saranno le melodie, gli accordi o le ballate la chiave per aprire la porta al futuro, ma l’utilizzo delle parole.


Si sta aprendo, non totalmente, ma… Lo sento. Mi parla attraverso i versi della canzone. Mi sta chiedendo di restarle accanto, di riportarla a casa quando perde il controllo, di… Non so… Di esserci. Fa tutto questo fissandomi negli occhi. Lei, anima tormentata, consumata, confusa, spezzata, mi sta gridando aiuto con una voce che non credevo potesse avere tanti colori e sfumature. È la cosa più travolgente a cui io abbia mai assistito.


Chi non si è mai identificato nei testi di una canzone che sembra parlare di noi, di un momento del nostro vissuto o di emozioni che abbiamo provato o proviamo?

Credo che il potere delle canzoni stia proprio qui, nel fatto che ognuno  si può identificare nel messaggio che vogliono esprimere e l’autrice lo enfatizza in maniera egregia in uno dei momenti più significativi del libro dando anche prova di padronanza della materia e di una cultura musicale solida.


La dimensione onirica, quella del sogno, quella del mito, l’arte psichedelica, è tutto un gran groviglio di roba che si mischia senza una ragione apparente che ha sì delle linee guida ma che poi, a mio parere, acquista sfumature diverse per i singoli individui che ascoltano le loro canzoni.


Non potrei essere più d’accordo con questo passaggio, l’arte in generale è una tavolozza di colori che ognuno interpreta con sfumature diverse e la musica non è da meno.

L’ambientazione universitaria è descritta in modo vivido e ha il sapore nostalgico della gioventù, i personaggi secondari sono ben delineati e su tutti sicuramente spicca Laure un’amica che tutte vorremmo e che saprà essere una leva delicata ma decisa nell’aiutare Samantha a spostarsi da questa immobilità interiore che si è autoinflitta.

L’ autrice sa tradurre in modo viscerale le sensazioni e le emozioni dei suoi personaggi, con qualche punta di ironia che non offusca mai il messaggio di rinascita insito nel romanzo.

Un messaggio che in questo caso è stato veicolato dall’amore per la musica ma che potrebbe tranquillamente assumere le sembianze di qualsiasi altra cosa sia per noi una spinta ad andare avanti, una benzina che alimenta il motore della passione, della vita, un motore che deve funzionare sempre, perché se le soste sono consentite, le fermate invece non lo sono.


Non so cosa sia quello che ti ronza in testa, però il passato è qualcosa che non puoi cambiare, Echo. Non puoi lasciarlo andare mai perché fa parte di te ma puoi scegliere di considerarlo come una tappa del viaggio e continuare a vivere o decidere che sia la meta raggiunta e rassegnarti.


Consigliato a coloro che hanno voglia di riassaporare le emozioni della giovinezza o che si trovano a viverle, con le sue tempeste emozionali e i ricordi legati a musica d’altri tempi ma che, parlando direttamente al cuore di ogni generazione, resterà sempre attuale.

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