PARTITA CON LA MORTE di Nicola Rocca

PARTITA CON LA MORTE di Nicola Rocca

Titolo: Partita con la morte
Autore: Nicola Rocca
Serie: Commissario Walker vol. 5
Genere: Thriller
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 7 novembre 2022
Editore: EnneErre

TRAMA


Una vittima, due, tre.
Il modus operandi – sempre lo stesso, tre colpi di arma da fuoco – fa pensare a un assassino seriale.
Il Mostro dei Tre Colpi – così lo soprannominano i mass media – uccide sempre nelle aree poco trafficate, lontano da occhi indiscreti. Le sue zone predilette sono pinete e aree boscose vicine ai piccoli paesi dell’Isola Bergamasca.
Sulla scena del crimine, oltre al cadavere, l’assassino lascia a terra i bossoli espulsi dall’arma del delitto, una pistola calibro 9.
L’indagine viene affidata al commissario David Walker, affiancato dall’ormai inseparabile ispettore Scola.
Nella loro partita contro la morte, i due poliziotti vengono catapultati in un’insolita realtà: quella dei paesini di provincia, con i pettegolezzi, le partite di carte al bar, gli intrallazzi delle coppiette.
Quando la tensione è al massimo, una scoperta porta i due agenti alla verità che stavano cercando.
Una verità assurda, sconvolgente, grottesca.
La stessa che permetterà loro di arrestare il Mostro dei tre Colpi.
Il caso è ufficialmente chiuso, ma in questo romanzo, così come nella vita reale, non sempre ciò che abbiamo di fronte agli occhi corrisponde alla verità.

Partita con la morte è un thriller d’indagine dal ritmo serrato, cui l’autore ha dato un’ambientazione nostrana e casereccia.
Carvico, Sotto il Monte, Calusco d’Adda… paesini in cui la presenza di un serial killer fa ancora più paura, perché in un piccolo ambiente la prossima vittima potrebbe essere chiunque.
Tuo padre, tuo marito, il tuo migliore amico.

RECENSIONE


Lui era così: inseguiva assassini, lavorava quotidianamente a contatto con la morte, era circondato da criminali, dava loro la caccia, dispensava consigli a colleghi, subordinati e amici, ma quando gli eventi della vita se la prendevano direttamente con lui, travolgendolo, si sentiva debole, fragile e incapace di reagire. 


È nel corso dei numerosi libri di cui egli è protagonista che piano piano siamo riusciti a scorgere ogni volta un pezzetto della personalità del commissario David Walker che torna a investigare attraverso la penna di Nicola Rocca nel suo ultimo lavoro, Partita con la morte. 

Un uomo pragmatico, riflessivo dotato di fermezza sul lavoro ma fragilità nella sfera personale. 

Questa volta impegnato nelle indagini su omicidi che sembrano non avere niente in comune se non i tre colpi con cui le vittime vengono freddate. 

Un serial killer da acciuffare, una serie di personaggi quasi “canonici”, tipici dei piccoli centri cittadini, sono proprio questi ultimi l’ambientazione che ci fa sentire molto vicini ai personaggi della storia, gente comune che potrebbero essere i nostri vicini di casa, colleghi o amici. 


I paesini della bergamasca, sconosciuti al mondo fino a qualche tempo prima, erano diventati famosi quanto New York. 


Nicola Rocca decide infatti di ambientare questa storia nella zona della Bergamasca, in alcuni piccoli paesi dove tutti si conoscono e molti si ritrovano al bar del paese per chiacchiere, partite a carte e soprattutto condire i pomeriggi con litri di vino. 


Righèt” interruppe la discussione Armando Ghilardi, “fammi giù un bianchino frizzante, per favore. Bello fresco, neh.” 


L’autore è riuscito a mettere insieme personaggi comuni, la cui semplicità si evince anche dai numerosi dialoghi con la presenza di vocaboli dialettali, le cui azioni però nello stesso tempo destabilizzano. 

Una narrazione che alterna pov differenti grazie ai quali entriamo nei pensieri dei protagonisti prima ancora di diventare spettatori delle loro azioni, composta da momenti di quotidianità e altri di tensione, nelle quali la violenza e la freddezza dei delitti sembra non avere una spiegazione. 

Colpi di scena ben inseriti, una tensione che cresce e poi si interrompe per lasciare il tempo al lettore di formulare ipotesi e raccogliere i pezzetti che l’autore dissemina qui e là durante la lettura e che comunque non daranno le risposte immaginate.

Se inizialmente si potrebbe pensare ai risvolti della vicenda come surreali, in realtà purtroppo la cronaca nera ci ha dimostrato che la violenza può assumere volti che non ti asspetteresti e abitare luoghi impensabili.

Nicola Rocca ha sfrittato proprio questo aspetto per dare alla sua storia un alone di mistero che non lascia intuire il colpevole fino a buona parte del libro.

E anche arrivati molto in fondo è stato capace di sfoderare avvenimenti del tutto inattesi, che lasciano di stucco.

Ed è così che né l’ambientazione né la scelta dei protagonisti farebbero pensare ad una trama dalle tinte nere, e forse è proprio questa la carta vincente dell’autore. 

Una carta che in questa partita con la morte ha saputo giocarsi molto bene. 

GEOMETRIE VARIABILI di Pitti Duchamp

GEOMETRIE VARIABILI di Pitti Duchamp

Titolo: Geometrie variabili
Autore Pitti Duchamp
Serie: autoconclusivo
Genere: Narrativa, Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Ottobre 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


Cosa succede se, all’improvviso, vengono meno tutti i punti di riferimento della tua vita?

Viviana, manager in carriera, da un giorno all’altro si trova costretta a fare i conti con tutto ciò che ha lasciato in Italia quando, otto anni prima, è andata via. Soprattutto con la figlia Atena, una dodicenne troppo perfetta per avere la normale vita di un’adolescente, che viene seguita come un’ombra dall’amica Celeste, talentuosa ma troppo ingenua, a sua volta provata dalla perdita della madre e dal rapporto col padre Silvano.

I quattro si trovano così a dover circoscrivere un nuovo concetto di famiglia, perdendo pezzi e guadagnandone altri, ricomponendosi in figure geometriche più solide e sfaccettate. E se la sfortuna, per una volta, lasciasse il passo al destino e a una seconda occasione per essere felici?

RECENSIONE


L’amore concede sempre seconde possibilità.


Il significato di questo romanzo potrebbe racchiudersi in questa frase, un richiamo a pochi ma fondamentali concetti. Da una parte l’amore, da concepire nelle sue estensioni più ampie, ovvero l’amore genitoriale, quello tra marito e moglie, tra amiche, ma anche l’amore verso la vita, verso sé stessi.

Geometrie variabili, ultima opera di Pitti Du Champ, conferma con semplicità la complessa e raffinata sensibilità di un’autrice bravissima, capace di offrire una storia che riassume moltissimi aspetti che segnano la vita di tutti noi, quasi come fosse il percorso simbolico di tutte le fasi che un individuo è chiamato a percorrere durante la propria esistenza: la crescita, l’evoluzione personale, la perdita di chi amiamo, la faticosa elaborazione del lutto, il primo amore, le prime delusioni, i laceranti sensi di colpa, la gioia di poter ricredere alle proprie certezze, il bruciore del tradimento, la rinascita emotiva, il valore incommensurabile dell’amicizia, il complesso universo della famiglia, l’umiliazione sociale, il senso di protezione verso chi ha più bisogno di noi, la solitudine, l’incapacità di amarsi, l’inganno delle apparenze, il pregiudizio e l’incomunicabilità.
Quante emozioni in questa storia così vera, così toccante e autentica, che offre quattro personaggi disegnati ad arte, in grado di rispecchiare le molteplici sfumature della dimensione umana.


«Atena finirà per odiarti se non ti deciderai a stare un po’ con lei. Io e te ormai non cambieremo, ma abbiamo lei a cui pensare. Se non vuoi farlo per me, smetti con le trasferte almeno per lei» le sussurrò Cristiano dopo l’amplesso.


Viviana, Atena e Cristiano. Madre, figlia e padre, rispettivamente. Una famiglia disfunzionale, come tante. Un matrimonio intiepidito dalla distanza fisica e emotiva; il profondo legame di una figlia con un padre amato e sempre disponibile ma, purtroppo, poco in ascolto; un rapporto madre figlia inesistente.  Se si dovesse riassumere in poche parole, una famiglia mancante delle basi, che non riesce a soddisfare i bisogni primari e basilari dei suoi componenti, e che lascia più spazio al conflitto che alla comunicazione, o al senso di protezione e accudimento. Eppure, nonostante le difficoltà, le incomprensioni, i silenzi e le assenze una famiglia a cui si riesce a volere bene, soprattutto grazie al personaggio di Atena, adolescente orgogliosa e coriacea, capace di odiare la madre quanto di sacrificarsi per proteggere l’amica Celeste.


Amare è da gente forte, e più persone e cose si amano, più si diventa potenti.


Celeste, tanto fragile e insicura, forse il personaggio che intenerisce e commuove di più in questa storia meravigliosa. Accade di commuoversi per le sue paure, il dolore di ragazzina ancora troppo acerba e indifesa per elaborare una perdita troppo grossa per lei.


Il dolore aveva preso così tanto spazio nel suo corpo, che solo il cibo liquido riusciva a trovare pertugi per passare allo stomaco. Era questione di misure.


Accanto a lei, il padre Silvano, “comodo” per il suo stile di vita, le sue leggerezze, il suo amore per una figlia da accudire e poco accudita, il suo amore per le piante. Lo si potrebbe anche detestare, ma Silvano si ama lo stesso, perché tanto ingenuo quanto accogliente.


Celeste scosse la testa. «Se io avessi ancora mia madre non mi staccherei da lei neanche cinque minuti» la rimproverò. «Se io avessi mio padre, idem. Ma non ci sono più, facciamocene una ragione e proviamo a sopravvivere.»


Due adolescenti rimaste prive degli affetti centrali, due adulti incapaci di capirle. Eppure, a volte la vita mette di fronte a noi dei cambiamenti che stravolgono, ribaltano ciò che conoscevamo gettandoci nell’incertezza, prove durissime in grado di spostare sicurezze, e forse per questo così potenti da creare nuovi equilibri, far crescere, evolvere.

Un processo che coinvolge tutti i quattro protagonisti, uniti tra loro da legami sempre più indissolubili, formati da perdite e arricchiti di nuovi elementi: Atena che perderà sempre più strati della spessa corazza imparando a fidarsi del cuore; Celeste che raccoglierà quei pezzi, frammenti preziosi di un nuovo corpo e una maggiore consapevolezza; Viviana che cambierà pelle, divenendo più mamma e compagna; Silvano che imparerà l’arte dell’accudimento verso gli esseri umani, oltre che quello del suo mondo fatto di terra ed esperimenti botanici. Ognuno di loro accorcerà distanze, testerà terreni impervi fino a entrare, ognuno a proprio modo, nella bellezza della vita, aprendo il cuore e schiudendo porte rimaste chiuse.

Le geometrie del cuore è vero variano, non hanno una forma prestabilita, assumono dimensioni e contorni tutti loro, che riempiono spazi lasciati vuoti, innescano incastri anche improbabili ma non per questo meno credibili, fino a creare un universo nuovo, colorato e tridimensionale.


Lei voleva essere al centro del mondo di sua madre. Per una volta si concesse un capriccio.


A rendere questo libro assolutamente sublime lo stile elegante di Pitti Duchamp, esploratrice dell’animo umano come poche, attenta indagatrice del mondo di complicati adolescenti ma anche ingenui adulti. I quattro punti di vista di Atena, Celeste, Silvano e Viviana raccontano con acume ogni tonalità, spigolo, lato, avvallamento della sfera emotiva dei protagonisti.
Un viaggio da non farsi mancare, assaporando ogni pagina, dialogo, parola, silenzio ed emozione.

VIVA LA VIDA di Pino Cacucci

VIVA LA VIDA di Pino Cacucci

Titolo: Viva la vida
Autore: Pino Cacucci
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione :Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 16 gennaio 2014
Editore: Feltrinelli Editore

TRAMA


Un monologo fulminante che ripercorre i patimenti della reclusione forzata di Frida Kahlo, i lucidi deliri artistici di pittrice affamata di colore, la relazione con Diego Rivera. In un Messico quanto mai reale e al tempo stesso immaginifico, Pino Cacucci mette in scena la sintesi infuocata di un’esistenza, la parabola di una grande pittrice la cui opera continua a ottenere altissimi riconoscimenti. In poche pagine c’è il Messico, c’è il risveglio dell’immaginazione, c’è la storia di una donna, c’è la rincorsa di una passione mai spenta per un uomo. L’ardente esistenza di Frida Kahlo dal vertice estremo dei suoi giorni. Un breve libro che contiene una storia immensa.

RECENSIONE


Una citazione letta recentemente diceva: se l’aver sofferto vi ha reso cattivi, l’avete sprecata. 

La sofferenza fisica, quella interiore sono paludi che nessuno vorrebbe esplorare ma dovendo trovarsi ad averne a che fare non sappiamo cosa queste tireranno fuori. 

Il dolore può essere seme da cui far germogliare qualcosa d’altro che diversamente abbia a che fare con la bellezza, ma può fare anche il contrario, inaridire, indurire, chiudersi.

Una buona fetta di prodotti artistici se ci pensiamo ha avuto origine così, da stati di sofferenza di diversa natura. 

È da grandi tumulti interiori, sensibilità estreme, anime inquiete e bisogno di esprimere queste tempeste che hanno preso vita romanzi, quadri, sculture, canzoni, poesie di rara bellezza e immortalità, opere globalmente riconosciute come patrimonio di tutti. 

Anche Frida Kahlo fa parte di questa fetta perché è riuscita a trasformare la propria sofferenza nelle opere che ci ha regalato attraverso le sue pennellate, soprattutto negli autoritratti dal forte impatto emotivo, evocativi, quasi sconvolgenti. 


Perché davanti ai miei quadri è molto più facile restare sconvolti che affascinati. 


È lei stessa a raccontare i suoi demoni, i suoi stati d’animo in un monologo intenso, intimo e vivo nelle parole di Pino Cacucci che ci regala in questo breve libro il ritratto di una donna che amava profondamente la vita tanto da celebrarne la bellezza anche se lei stessa ne è stata largamente privata. 

Il motto che l’ha sempre l’accompagnata e che dà il titolo al libro, Viva la vida! 

Quale modo migliore e irriverente, coraggioso e autentico di celebrarla se non quello di venire a patti con la morte, una presenza costante nella vita di Frida fin da giovanissima. 


Quanta passione ci ho messo, credendoci con tutta me stessa. Ma alla fine era, ed è, soltanto il mio modo di distrarre la Pelona, di irridere la Morte, di beffarla e corteggiarla, di scendere a patti con lei, perché ogni tanto vorrei che mi prendesse tra le braccia per darmi requie, un po’ di sollievo al dolore… Il sollievo definitivo. 


Nonostante questo libro sia breve vi è celata un’intensità che stordisce perché fornisce un ritratto a tutto tondo di questa donna passionale e appassionata, legata alle proprie radici, che incarna la sua terra il Messico con tutte le sue sfaccettature.

Testimone e artefice della rivoluzione politica del suo paese e del suo tempo, capace di raccontare attraverso sé stessa la tenacia dello restare aggrappati alla vita, andare avanti comunque e sempre, senza mai abbandonare la capacità di sognare, dare materia alle nostre passioni lucidamente, senza ipocrisie. 


L’unica certezza è che la vita non avrebbe senso, se smettessi di sognare. 


La Casa Azul prigione e rifugio, il desiderio di non arrendersi ma soprattutto di non rinunciare alla propria autenticità, il desiderio di maternità, l’amore consumante  per Diego Rivera marito fedifrago e amante irrinunciabile sono raccontati come se fosse Frida stessa a parlarci, a mettersi a nudo senza veli, diretta, affilata, vivida. 

Se c’è una cosa che mi ha sempre colpito nelle immagini fotografiche di questa artista è la profondità del suo sguardo, occhi che sono come abissi. 

L’autore è riuscito a raccontare questi abissi in un’opera che nasce come sceneggiatura teatrale, progetto che poi non vedrà la luce, ma che fa sentire il lettore proprio così, uno spettatore in ascolto quasi reverenziale, al cospetto di una donna che racconta di sé non dal palcoscenico di un teatro, ma dal proprio letto in una piccola stanza i cui oggetti parlano del suo dolore ma che lei trasforma in strumenti per creare qualcosa di bello. 

È da lì immobilizzata in un busto che le consente di dipingere praticamente solo se stessa riflessa nello specchio sopra di lei, il lettore entra in quello specchio e riesce a vedere il mondo interiore di questa donna così ferocemente attaccata alla vita da far sentire questo desiderio come un urlo, quello che si traduce nel motto Viva la vida! 


Quel 17 settembre 1925, la Morte mi ha fissato negli occhi, ha osservato il mio corpo nudo, insanguinato, coperto di polvere d’oro, e quando stava per protendere le braccia verso di me, quando ho sentito il suo alito gelido… ho lanciato quell’urlo che non poteva uscire dalla gola di una moribonda, un urlo di rabbia, un urlo di amore per la vita che non volevo abbandonare a diciott’anni, ho urlato il mio “¡ Viva la vida!”, e la Pelona, assordata, è rimasta stupefatta almeno quanto i vivi che mi si accalcavano attorno. 


Tralasciando la popolarità di questa figura che è diventata soprattutto dagli anni 90 in poi un’icona, un prodotto dal fascino intramontabile, la vera forza di questo libro è stata quella di averci raccontato in modo intimo e accorato la donna che si cela dietro queste celebri sopracciglia ad ali di gabbiano nero, come era solito chiamarle il marito. 

Ed è questo che io cerco e che mi auguro troverete se vi approccerete a questa lettura, la persona e non il personaggio. 

Ma soprattutto il suo messaggio, tradotto in queste semplici parole: 


Ma a che mi servono le gambe, se ho ali per volare… 


VIOLETA di Isabel Allende

VIOLETA di Isabel Allende

Titolo: Violeta
Autore: Isabel Allende
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Febbraio 2022
Editore: Feltrinelli

TRAMA


Violeta nasce in una notte tempestosa del 1920, prima femmina dopo cinque turbolenti maschi. Fin dal principio la sua vita è segnata da avvenimenti straordinari, con l’eco della Grande guerra ancora forte e il virus dell’influenza spagnola che sbarca sulle coste del Cile quasi nel momento esatto della sua nascita. Grazie alla previdenza del padre, la famiglia esce indenne da questa crisi solo per affrontarne un’altra quando la Grande depressione compromette l’elegante stile di vita urbano che Violeta aveva conosciuto fino ad allora. La sua famiglia perde tutto ed è costretta a ritirarsi in una regione remota del paese, selvaggia e bellissima. Lì la ragazza arriva alla maggiore età e conosce il suo primo pretendente… Violeta racconta in queste pagine la sua storia a Camilo in cui ricorda i devastanti tormenti amorosi, i tempi di povertà ma anche di ricchezza, i terribili lutti e le immense gioie. Sullo sfondo delle sue alterne fortune, un paese di cui solo col tempo Violeta impara a decifrare gli sconvolgimenti politici e sociali. Ed è anche grazie a questa consapevolezza che avviene la sua trasformazione con l’impegno nella lotta per i diritti delle donne. Una vita eccezionalmente ricca e lunga un secolo, che si apre e si chiude con una pandemia.

RECENSIONE


Violeta è una storia di profondo amore per la vita, di lutti, passioni, conquiste e sofferenze. Violeta è una bambina difficile, con un carattere ribelle ed indisponente. È, però, dotata di grande intelligenza e con il passare del tempo si trasforma in una giovane donna talentuosa.

Cosa ho amato di Violeta? Il suo essere così mentalmente indipendente, il voler inseguire ciò che ama davvero anche se questo contrasta con la morale del tempo, il suo essere così tenacemente attaccata alla propria indipendenza economica. Non ha paura di dare scandalo, è una donna che ha il coraggio di inseguire le proprie passioni.


Mio marito desiderava una donna che provasse un amore incondizionato come il suo, lo assecondasse e gli professasse l’ammirazione che credeva di meritare, ma ebbe la sfortuna di innamorarsi di me”.


Violeta è un turbinio di creatività, è sempre capace di reinventarsi, prende a morsi la vita. La donna narra in prima persona a suo nipote Camilo gli avvenimenti della sua vita, non tralasciando aneddoti espliciti sulla sua vita sessuale.


Non c’era proprio amore, ma solo puro e semplice desiderio, un desiderio brutale, schietto, senza giri di parole né rimorsi, un desiderio senza rispetto per nulla e per nessuno; eravamo l’unico uomo e l’unica donna dell’universo, abbandonati al proprio desiderio”.


La prosa elegante e la scrittura evocativa di Isabel Allende fa sentire il lettore quasi come al cinema: è come vedere un film ed assistere ad uno spettacolo lungo una vita intera. Il lato straordinario di questo romanzo è proprio questo: il racconto dell’intera esistenza di un essere umano, una vita talmente intensa che vola via come un soffio. E questo mi ha portato molto a riflettere, perché la nostra vita qui in fondo è un breve attimo e bisogna sfruttarlo al meglio, proprio come ha fatto Violeta .

Una vita di grandi passioni, di dolori terribili come quello della perdita di una figlia, lotte sociali, con un contorno di personaggi secondari ma straordinari come Torito, un domestico ingenuo e dal cuore d’oro, o anche Teresa e Mrs Taylor, due donne omosessuali in un periodo storico dove l’essere gay costituiva un enorme scandalo.

Violeta è una donna forte e coraggiosa, una donna che ammette i suoi errori ma anche consapevole delle proprie qualità e del suo fiuto per gli affari. Violeta può essere un grande romanzo di formazione anche per i più giovani, in quanto propone un modello positivo  e con grandi valori: la resilienza, la tenacia, la passione. Bisogna riconoscere l’infinito talento di Isabel Allende e il suo straordinario lavoro di ricerca storica, oltre al grande amore per il suo paese natale, il Cile, un tema presente in quasi tutti i suoi romanzi.

Un altro tema affrontato è quello della perdita di un figlio, esperienza vissuta dalla stessa Allende che ha perso anni fa sua figlia Paula: questo tragico evento è in qualche modo sublimato dalla consapevolezza che in qualche modo ci ricongiungeremo ai nostri amati in un’altra vita. Violeta è un po’ il ritratto della stessa autrice: una donna volitiva, che si è saputa reinventare, una donna emancipata e che non ha rinunciato all’amore in età avanzata, un qualcosa che è ancora un tabù in effetti, come se nell’ultima fase della vita si dovesse per forza rinunciare ai sentimenti e alla sessualità.


Dopo aver vissuto un secolo, mi sembra che il tempo mi sia scivolato fra le dita. Dove sono finiti questi cento anni?”


FIORI DI TARASSACO di Barbara Morini

FIORI DI TARASSACO di Barbara Morini

Titolo: Fiori di tarassaco
Autore: Barbara Morini
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 3 luglio 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


“C’era una volta, in un paese lontano dove faceva sempre caldo, una creatura minuscola dalle sembianze di bambina che viveva dentro a un fiore. Una notte, il vento venne e scosse quel fiore, dal quale si staccò un petalo. La piccola vi rimase dentro e, cullata dal vento, viaggiò per tutta la notte coperta da una goccia di rugiada e finì per adagiarsi in un prato, in un giardino coperto di brina, che apparteneva a un insetto grande e scuro, con la corazza rigida.”

Se questa fosse una favola, si sarebbero conosciuti così Enea Fabbri e la piccola Malai. Nella realtà, zio e nipote si trovano invece a fare i conti con una tragedia che scuote le loro vite dalle fondamenta. Accolta in casa da Enea, alla piccola Malai non manca davvero nulla se non l’affetto e il calore di una vera famiglia. Sì, perché Enea Fabbri non è tipo da provare sentimenti per chicchessia, e di certo non farà eccezione per quella bimba venuta da lontano. Ma se all’improvviso arrivasse nelle loro vite un raggio di sole – magari in carne e ossa – che riuscisse a toccare i loro cuori, spronandoli a costruire insieme nuovi ricordi e a tracciare un nuovo percorso condiviso?

RECENSIONE


Sai perché parlo sempre? Perché mi spaventa il rumore dei miei pensieri.


Cara Barbara Morini sai perché leggo sempre?

Per lo stesso motivo sopra citato.

Ed è durante questa ricerca di tacitare i pensieri succede che ci siano libri che mi chiamano forte e altri che mi chiamano sussurrando, ma a fine lettura se sono fortunata capita che ho fatto bene a rispondere alla chiamata.

Questo è uno di quei casi in cui sono stata molto fortunata per quanto l’ ho adorato.

Prima mi ha sussurrato di guardare bene la copertina, perché io ai fiori di tarassaco non so resistere, li amo e mi ci identifico.

Poi mi ha parlato più a voce alta con una sinossi intrigante che incuriosisce senza dire molto.

Infine mi ha catturata completamente, rapita dalle sue pagine.

Fiori di tarassaco è un libro di quelli che riscaldano il cuore senza retorica o eccessive dosi di zucchero, tutt’altro, ho trovato una profondità che stupisce, commuove e fa rifiorire.

Barbara Morini ci regala dei personaggi anticonvenzionali ma altresì normali nelle loro difficoltà, che con la loro particolarità riescono a regalarci una storia fatta di ordine e disordine, solitudine e voglia di stare insieme, desiderio di mostrarsi e di nascondersi.

Tutto e il contrario di tutto, che se si è in grado di accogliere, possono tranquillamente coesistere.

Enea, Malai ed Elsa, così originali nel panorama del genere da restare impressi, saranno impegnati senza saperlo nel difficile compito di diventare una famiglia.

Un nucleo così decisivo e impattante nella nostra formazione e poi nella costruzione della nostra vita adulta, ognuna diversa, ognuna complicata, ma che dovrebbe sempre avere le fondamenta nella capacità di accogliere.


«Non ho trovato nessuno in grado di accogliere i miei limiti.» Accogliere, non accettare. Perché, in fondo, in una relazione uno si dona e la controparte lo accoglie. Quale bellezza in tale dichiarazione.


Un passaggio significativo, accogliere non equivale ad accettare.

Che può risultare ancora più complicato nel caso dei protagonisti, ognuno con il proprio bagaglio di diversità che l’autrice mette sotto una lente in modo così spontaneo e delicato da lasciare incantati, tanto che il lettore non le percepisce come tali ma come un valore aggiunto.

Perché questo sono, visti attraverso le parole dell’autrice.

Ed è il percorso del processo di accoglimento delle rispettive diversità che lei ci racconta attraverso gli occhi di una bambina dolce e sagace come solo i bambini sanno essere:


Osservò la nipote superarlo dirigendosi verso l’auto e non riuscì a esimersi dal pensare che nei bambini si celavano misteri e verità distribuiti in parti uguali. Ovvero, era un mistero come riuscissero a dispensare pensieri così limpidi, logici e inconfutabili.


Malai ha bisogno di una nuova famiglia elemento che non rientra proprio nei piani dello zio a cui viene affidata.

Enea è tutto tranne che accogliente, prigioniero di riti e azioni che lo fanno stare in equilibrio, un equilibrio solitario però.

Come citato nell’estratto i bambini possono dove molti non riescono: Malai è ben consapevole nonostante la giovane età che la vita è fatta di pieghe e alcune non è facile stirarle.


«E non si fa toccare, lo sai? Non gli piace. Sì formano le pieghe. Hai presente? Così.» E come dimostrazione le fece vedere la maglietta spiegazzata sotto al giubbetto. «Ma non si possono togliere le pieghe. Si formano, e si riformano. Come si fa a stare senza pieghe? Tu lo sai? Perché a me piacerebbe tanto dare un bacio a Enea, per dirgli grazie punto si fa così, no? Si bacia e si dice grazie.»


Pieghe come quelle di Enea che lo hanno allontanato dagli affetti familiari o come quelle di Elsa che con quegli affetti si trova sempre in conflitto nel tentativo costante di essere accolta da essi per quello che è.

Sarà Elsa a mediare, a farsi strumento di accoglimento, a limare e aggiustare dove occorre fino a diventare inconsapevolmente il collante di due esistenze solitarie ora destinate ad incontrarsi come quelle di Enea e Malai.

Tutto in questo lavoro di Barbara Morini affascina, dalla cura dei dettagli che saltano all’occhio del lettore in piccole fotografie come le mani oneste di Enea, in fiori che sembrano piccoli soli, in disegni che raccontano più di come possano farlo le parole o nell’immagine del legno verde, alla fantasia di cui è impregnata la trama, dal taglio dei capitoli, brevi ma con un titolo esplicativo, ai personaggi secondari che meriterebbero una storia tutta per loro.

Il richiamo alla fiaba è ben presente, nella struttura, nello stile, a volte anche nei dialoghi e trova massima espressione nell’analogia con i fiori di tarassaco che compaiono più volte nelle vicende a pacificare le tensioni, i dolori e le difficoltà.

Per chi non lo sapesse tarassaco deriva dal nome greco Tarakè ( scompiglio, squilibrio ) e akòs ( rimedio), un fiore semplice ma capace di lenire, di trasformarsi, simbolo di libertà.

Quando si trasforma nel cosiddetto soffione e ne facciamo volare i semi stiamo facendo un’azione che forse ha anche significati diversi, un po’ come le parole che troviamo nei libri: queste sono state come i semi del soffione, fatti di delicatezza, di tepore e di poesia, soffiati dalle pagine fino al cuore del lettore.

LA MIA AMANTE -Frammenti d’amore- di Letizia Cherubino

LA MIA AMANTE -Frammenti d’amore- di Letizia Cherubino

Titolo: La maia amante-Frammenti d’amore-
Autore: Letizia Cherubino
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 15 dicembre 2020
Editore: Youcanprint

TRAMA


Non c’è inizio e non c’è fine. Non c’è tempo che scorre lineare, ma altalena di istanti. Forse non c’è nemmeno una storia… Frammenti… come recita il titolo. Un diario scritto di getto per regalare un vago per sempre a una storia destinata a durare un soffio… eppure… Eppure qui s’insinua il dubbio che scardina sicurezze, non di chi lì dentro “vive”, ma di chi – dal di fuori – giudica. Un amore clandestino non merita dignità? Un amore NON alla luce del sole NON È Amore? Amore è ciò che dura per sempre o ciò che dura il tempo di essere per sempre ricordato? Chissà. Certo è che, qui dentro, il cuore palpita, i sentimenti si toccano con mano, la passione divampa e le anime si svelano in verità. E se non è amore… tant’è… è VITA! Carica di ossigeno. Densa di contraddizioni e… sospesa… Che di vaghe certezze ne è pieno il mondo, ma di Amore vero non se ne ha mai abbastanza.

RECENSIONE


“AMORE è ciò che dura per sempre o ciò che dura il tempo di essere per sempre RICORDATO?”


Oggi vorrei parlarvi di amanti e della differenza tra fare l’amante ed essere l’amante. Può sembrare la stessa cosa, cambia il verbo ma, se ci si ragiona su, non è proprio così. Fare l’amante, avere una avventura extraconiugale o comunque una relazione fuori da un rapporto consolidato, non è poi così difficile: basta lasciarsi andare e il gioco è fatto.

Essere amante è tutt’altra cosa e non è un gioco perché non si gioca con i sentimenti verso l’altro e con il volere bene a sé stessi. Essere amante non prevede promesse, non ci si aspetta nulla, se non amore, non si hanno regole precise né alcuna pretesa. Essere amante vuol dire garantire la propria presenza e il proprio amore e questo basta. A voi basterebbe? Spesso è più facile essere moglie che essere amante.

Ma continuiamo ad  analizzare questo concetto partendo dalla lettura de La mia amante di Letizia Cherubino. Non si tratta di una storia o di un romanzo; solo frammenti, frasi sciolte, pensieri senza freni, senza pudore di un’amante, riflessioni sul suo ruolo, sulle sue responsabilità, sulle sue sofferenze, sul suo amore incondizionato.

Leggete bene queste parole “sofferenze” e “incondizionato” perché l’amore di un’amante che sa di esserlo e non solo lo fa, non ha pretese: si ama e si riceve amore, senza condizioni. Si gode ma si soffre anche in silenzio, che non significa rassegnazione, rinuncia a lottare; implica consapevolezza che la situazione in cui ci si trova non si può cambiare, che è inutile piangersi addosso o sperare che da amante ci si trasformi in moglie o in compagna.

Questa è la sofferenza di chi fa l’amante. Chi lo è amante, invece, non desidera che il suo uomo o la sua donna lasci la famiglia per diventare altro. Chi è amante fa di tutto perché la relazione ufficiale venga tutelata. 

Ecco spiegata la differenza di cui vi parlavo all’inizio: quando si è amante non ci sono conflitti, non ci sono tradimenti, nessun senso di colpa, si  vive la storia nascosti dal mondo ma con il cuore aperto e trasparente. Questo rende vivi, anche se ogni tanto l’equilibrio può vacillare. L’importante è salvaguardare il proprio bene, la propria serenità. Quando ci si accorge che una situazione ci rende troppo infelici e pesa sul cuore, allora meglio lasciar perdere tutto e passare oltre. Nel frattempo si ama incondizionatamente.


“- L’inizio della nostra storia è ogni volta che ti vedo… -E la FINE? Ogni volta che ti saluto.”


Nel libro viene narrata l’inizio di una relazione partendo dall’innamoramento, dalla nascita del desiderio verso l’altro. Poi la relazione inizia ad essere vissuta e il sentimento, dapprima accennato, si trasforma in amore. Poi sopraggiungono le prime difficoltà che portano a differenti epiloghi. Questo libro non ha un finale o una soluzione, ognuno legge quello che ha vissuto, quello che sta vivendo o la storia che vorrebbe avere.

Non è un libro dedicato solo agli amanti ma fa riflettere anche sulle relazioni di coppia, sulle motivazioni per cui una relazione finisce per diventare così pesante da trovarsi a cercare un po’ di serenità altrove.


“- lo credo che, se due persone si amano, stanno insieme. – lo invece credo che, se due persone si amano, SI AMANO.”


WAITING di Daniel Di Benedetto

WAITING di Daniel Di Benedetto

Titolo: Waiting
Autore: Daniel Di Benedetto
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 24 maggio 2017
Editore: Dark Zone

TRAMA


Tutti siamo in perenne attesa.

Qualcosa che potrebbe accadere. Qualcuno che deve arrivare o partire, magari per sempre.

Una vecchia panchina di legno, all’ombra della grande quercia in un parco comunale, è il palcoscenico delle storie che si muovono capitolo dopo capitolo.

Un susseguirsi di personaggi che si incontrano, si sfiorano, si sfuggono, rappresentano le varie fasi della vita e le diverse sfumature dell’attesa.

Una storia dall’andamento circolare, che si svolge nell’arco temporale di una settimana e che vede il suo inizio e la sua fine tratteggiati dagli stessi occhi innocenti, quelli di una bambina in attesa del ritorno del padre.

Un sorriso, una carezza, un’assenza, un dolore. C’è spazio per ogni emozione, seduti giorno dopo giorno su quella panchina.

Oggi verso il domani, semplicemente aspettando…

RECENSIONE


Era questione di poco tempo, ormai. La notte sarebbe finita presto, lasciando il posto a una nuova alba di vita. Bisognava soltanto saper aspettare.


L’attesa, definizione del tempo trascorso ad aspettare.

Ma aspettare cosa?

Ce ne sarebbe da fare un elenco lunghissimo di tutto ciò che si può aspettare: eventi, persone, successi, emozioni… a volte anche inconsapevolmente.

Per non parlare di tutte le connotazioni che può avere l’attesa.

Spesso si dice che l’attesa di un evento lieto, che porta felicità è quasi più bello di quando l’evento di realizza, così come a volte l’attesa invece di un avvenimento che in qualche modo ci spaventa o ci preoccupa è più snervante di quando poi il momento passa.

Vi è mai capitato di concepire l’attesa così?

Le sfumature che Daniel Di Benedetto è riuscito a dare al concetto di WAITING sono ancora più numerose.

Trattasi infatti di un libro composto da varie storie di attesa e il fulcro attorno alla quale esse ruotano è la panchina presente nella cover, la prima cosa che mi ha attirata di questo libro.

La mia curiosità è stata subito attratta infatti da questa foto in bianco e nero con questa panchina vuota, forse lei la vera protagonista del romanzo, marchiata da intagli e ricordi di amori vecchi e nuovi, testimone silenziosa di vite con tutto il loro bagaglio di gioie e dolori.

Una panchina che diventa stazione di passaggio per alcuni e angolo privato per altri.

Uno spazio che in qualche modo appartiene ai personaggi del romanzo in quanto luogo di ritrovo, luogo di osservazione, luogo di memorie e in un modo o nell’altro anche di attesa.


Ma lei, Lara, rinfrescandosi all’ombra di quella panchina così piena di scritte e di vita vissuta a istanti da altri prima di lei, come sempre aveva deciso di accettare la sfida. E di rimanere in attesa.


Abbiamo tutti un luogo che abbiamo sentito nostro, capace di trasmetterci benessere, accoglierci e testimoniare che mentre esso è rimasto sempre uguale noi invece siamo cambiati.


Del resto, quella era diventata giorno dopo giorno non soltanto una semplice panchina semi abbandonata su cui sedersi e riposarsi, ma un vero e proprio piccolo e personale rifugio dove raccogliere i pensieri e tutte le avventure al confine labile tra realtà e fantasia che una bambina di quasi sette anni poteva immaginare.


La struttura del libro è semplice ma intrigante, una serie di capitoli che potrebbero sembrare racconti.

Tutti con protagonisti differenti ma uniti a quelli del capitolo precedente.

Incontrato l’autore al salone del libro di Torino a maggio mi ha raccontato con molta naturalezza ma anche in modo intimo il contenuto del libro ed è stato capace di catturare subito il mio interesse.

Elemento che mi ha fatta capitolare il fatto che la panchina in questione è in effetti una panchina esistente e che rappresenta per l’autore un ricordo dell’infanzia, un oggetto che non dovrebbe avere anima in quanto tale ma che invece diventa un pezzo di vita, una costante nel flusso dell’esistenza.

Con uno stile fluido, perfettamente giocato tra realismo e poesia, Daniel Di Benedetto mi ha aperto una finestra dalla quale osservare senza voyeurismo né giudizio frammenti delle vite dei personaggi che diventano mezzo per sorridere, per incuriosirsi, per pensare e calarsi nei panni di altri.

Cosa avremmo detto ad un’amica ritrovata, come avremmo reagito al tradimento, che figlio sono stato, che genitore sarò, potrebbe succedere anche a me?

Per alcuni lettori saranno domande da porsi, per altri riflessioni sulla propria condotta.

Fatto sta che ogni pagina suscita qualcosa che, per restare nel tema dell’attesa, non ti aspetti.

Per me è stato così, leggere senza capire subito di chi si parla, prendersi il tempo di conoscere con calma il personaggio del capitolo, osservare ed ascoltare come fossi seduta anche io sulla panchina in attesa di comprendere cosa succederà.

A volte con commozione altre con amarezza ma ad ogni pagina sempre e comunque con curiosità.

Credo che questo sia uno di quei libri che vanno letti la prima volta e poi ripresi.

Non solo perché ci sarà sempre qualche particolare che alla precedente lettura ci è sfuggito ma anche perché è di quelli che tra le parole nasconde dei messaggi sulla natura umana, la complessità delle relazioni, il peso delle scelte, che avranno per chi legge un significato sempre diverso a seconda del momento.

Un libro che consiglio se si ha voglia di parole che accarezzano, magari leggendo mentre siamo seduti su una panchina di un parco, inconsapevoli che su quella stessa panchina si sono seduti e si siederanno storie diverse o uguali alla nostra.


COME VENTO CUCITO ALLA TERRA di Ilaria Tuti

COME VENTO CUCITO ALLA TERRA di Ilaria Tuti

Titolo: Come vento cucito alla terra
Autore: Ilaria Tuti
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa storica
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 7 giugno 2022
Editore: Longanesi

TRAMA


Le mie mani non tremano mai. Sono una chirurga, ma alle donne non è consentito operare. Men che meno a me: madre ma non moglie, sono di origine italiana e pago anche il prezzo dell’indecisione della mia terra natia in questa guerra che già miete vite su vite.

Quando una notte ricevo una visita inattesa, comprendo di non rispondere soltanto a me stessa. Il destino di mia figlia, e forse delle ambizioni di tante altre donne, dipende anche da me. Flora e Louisa sono medici, e più di chiunque altro hanno il coraggio e l’immaginazione necessari per spingere il sogno di emancipazione e uguaglianza oltre ogni confine.

L’invito che mi rivolgono è un sortilegio, e come tutti i sortilegi è fatto anche d’ombra. Partire con loro per aprire a Parigi il primo ospedale di guerra interamente gestito da donne è un’impresa folle e necessaria. È per me un’autentica trasformazione, ma ogni trasformazione porta con sé almeno un tradimento. Di noi stessi, di chi ci ama, di cosa siamo chiamati a essere.

A Parigi, lontana dalla mia bambina, osteggiata dal senso comune, spesso respinta con diffidenza dagli stessi soldati che mi impegno a curare, guardo di nuovo le mie mani. Non tremano, ma io, dentro di me, sono vento.»

Questa è la storia dimenticata delle prime donne chirurgo, una manciata di pioniere a cui era preclusa la pratica in sala operatoria, che decisero di aprire in Francia un ospedale di guerra completamente gestito da loro. Ma è anche la storia dei soldati feriti e rimasti invalidi, che varcarono la soglia di quel mondo femminile convinti di non avere speranza e invece vi trovarono un’occasione di riabilitazione e riscatto.

Ci sono vicende incredibili, rimaste nascoste nelle pieghe del tempo. Sono soprattutto storie di donne. Ilaria Tuti riporta alla luce la straordinaria ed epica impresa di due di loro.

RECENSIONE


Potrei iniziare questa recensione riferendomi alla tematiche che spesso si ritrovano nei romanzi ad ambientazione storica e cioè la difficile condizione della donna nel IX secolo, le lotte che sono state portate avanti per il riconoscimento di diritti fondamentali, tanto più in un’epoca sanguinosa come quella del primo conflitto mondiale.

Certamente tutti questi temi sono presenti e trattati impeccabilmente dall’autrice, per usare una terminologia che credo lei apprezzerebbe, sono intessuti perfettamente nella trama che ha costruito.

Penso però che questo libro sia riuscito ad avvalersi degli argomenti su citati per raccontare in realtà un’esperienza che va molto al di là di queste specifiche tematiche o per meglio dire, che le ha utilizzate per raccontare qualcosa che può applicarsi anche a molti altri ambiti e che non conosce epoca, né differenza tra uomini e donne di ieri e di oggi.

Questa secondo me infatti è una storia sul cambiamento e sulla speranza, uno imprescindibile dall’altra.

Sì può affrontare una metamorfosi senza la speranza che ci porti a una condizione migliore?

Il cambiamento di cui racconta Ilaria Tuti è un concetto ampio, che non si riferisce solo alla delicata e quanto più precaria condizione delle prime donne chirurgo protagoniste del romanzo, impegnate nella professione medica in un ambiente ostile e conservatore, ma abbraccia anche gli altri personaggi e molti aspetti delle loro esistenze.

Trovare il proprio posto nel mondo senza dover rinunciare alla propria identità.

Non è semplice nemmeno oggi.


La società in cui viviamo non ama il cambiamento, né la diversità, e queste donne possono testimoniarlo. Non è forse il vostro cammino simile al loro? Si chiama emancipazione. Significa affrancarsi da pregiudizi e catene, significa essere liberi.


Sono molti i processi di cambiamento che avvengono all’interno del romanzo: le donne protagoniste intraprendono una salita impervia per arrivare a conquistare il posto che desiderano avere nella società, una salita durante la quale lasceranno delle parti di sè per acquisirne altre nuove.

La stessa Cate la protagonista alla fine del libro non è più la stessa donna che parte con le dottoresse alla volta della Francia per lavorare in un ospedale gestito interamente da donne, come accadrà agli uomini tornati dal fronte.

Tutti loro, tra cui Alexander l’altro protagonista, dovranno affrontare molte trasformazioni che richiederanno di mettere tutto in discussione, una rivoluzione interiore e non solo, volta a scardinare convinzioni e ideologie radicate nelle coscienze, e che richiederanno grande coraggio e forza per essere sovvertititi.

Padri, figli, amici, uomini e donne che si incontreranno e si scontreranno nel delicato processo del cambiamento, investiti dall’inevitabile scossone che ha origine quando il vecchio deve lasciare posto al nuovo.


Ci hanno chiamato ’nuove donne’. Ora vogliono capire che tipo di ’nuovi uomini’ tentiamo di forgiare qua dentro.»


Ilaria Tuti racconta le metamorfosi che affrontano i personaggi del libro con assoluto realismo, utilizzando parole concrete ma dal grande potere espressivo, non c’è leggerezza dove non può essercene ma senza pesantezza, c’è intensità a tratti dominante a tratti velata, c’è riflessione : si possono toccare le emozioni di un’epoca lontana ma non poi così tanto purtroppo, come quella in cui è in corso la guerra.

Si possono sentire la paura, lo smarrimento, la fatica nell’affrontare un processo lento, difficile, doloroso che spesso richiede un prezzo da pagare.

Un concetto con cui mi trovo pienamente d’accordo ben espresso in passaggi come questo:


Ogni trasformazione portava con sé almeno un tradimento. Di aspettative, di speranze, di promesse, di legami.


Se da un lato la trasformazione è sacrificio, perché bisogna tradire i se stessi di prima per permetterle di compiersi, nello stesso tempo però è alimentata dalla speranza: Ilaria Tuti bilancia perfettamente gli aspetti più difficili con quelli positivi, quella spinta verso il futuro, il desiderio di migliorare, la speranza appunto, che è il motore che spinge i protagonisti a non desistere, a ricominciare ogni volta che si deve farlo.

Quella che aiuta a sopravvivere all’orrore della guerra dove l’umanità sembra perduta, sepolta sotto le macerie fumanti dei bombardamenti in mezzo ai quali trova però sempre modo di resistere, nella bellissima immagine dei papaveri rossi, che colpiscono l’occhio già in copertina, nella sfumatura di quel rosso acceso che brilla in mezzo alla distruzione.

Tra i diversi richiami alla natura che fa l’autrice spiccano sicuramente quelli legati al titolo che rappresentano i due giovani protagonisti delle vicende.

Il riferimento al vento e alla terra sono calzanti nel rappresentare il temperamento di entrambi: un moto interiore sempre irrequieto il vento che anima la dottoressa, la solidità della terra in Alexander.

Ho apprezzato in particolare lo stile di questa talentuosa autrice mia conterranea, che mi verrebbe da definire affinato, senza la “r”: a ogni pagine si sale di livello, proprio come se da una riga all’altra lo stile si affinasse, elegante ma non pomposo, coerente con l’epoca, lieve e leggero a tratti, intenso e struggente nella giusta misura.

Molto ben delineata anche l’abilità di costruire l’intreccio su un’ossatura in cui includere molti personaggi storici, realmente esistiti.

Tra i tanti messaggi di cui l’autrice fa messaggere le sue pagine quello che ho più apprezzato è sicuramente quello della fratellanza.

Che diventa sorellanza nel caso di queste audaci donne che si sono fatte pioniere in un’epoca quanto mai oscura.


Andrew, Cecil, Oliver, Samuel e Alexander in un’altra vita non si sarebbero mai incontrati, probabilmente, né riconosciuti come pari, ma nelle difficoltà erano diventati fratelli.


Penso che il combustibile che mantiene accesa la speranza del cambiamento risieda soprattutto in questo concetto.

Sarà sempre arduo comprendere come l’essere umano possa essere capace di annientarsi reciprocamente tanto quanto è in grado di sostenersi e cooperare per sopravvivere.

Probabilmente perché ogni medaglia ha due facce e nello stesso modo l’umanità ha due lati.

Questa autrice ha indagato entrambi con maestria, attraverso un racconto che ti tiene incollato alle pagine, in un susseguirsi di parole che hanno avuto il potere di fendere l’animo del lettore come il vento più impetuoso e nello stesso tempo essere luogo fertile in cui far attecchire messaggi di speranza e di amore, come la terra più solida.

Chapeu. 


FUORI TEMPO di Monica Lombardi

FUORI TEMPO di Monica Lombardi

Titolo Fuori Tempo
Autore Monica Lombardi
Serie: auto conclusivo
Genere: Contemporary Romance, Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 18 Maggio 2022
Editore: Hope Edizioni

TRAMA


Si sentiva come un pugile al centro del ring. Tutto quello che voleva fare era colpire, colpire duro, prima che l’avversario facesse lo stesso con lei.

Un urlo, poi un pianto, lungo e disperato: così inizia la storia di Martina. 
Prosegue con un viaggio insieme all’uomo che ha sempre creduto di odiare, un viaggio verso il padre che non vede da dieci anni e che non sente più come tale. 
Fuori Tempo è la storia di una ragazza che odia il mondo perché lo ama troppo, di un uomo che non sa più come lottare per quello che ama e di un uomo che ha già perso, due volte.
È la storia di due generazioni diverse, per certi versi distanti, che scoprono di parlare ancora la stessa lingua. Fuori Tempo narra di una tempesta che spaventa e confonde, di onde che travolgono, rubano l’ossigeno, per poi trascinarci via e abbandonarci su una spiaggia lontana.
Raccontata con la stessa forza di quelle onde, questa è la storia di una giovane donna arrabbiata e coraggiosa, che scopre, anche grazie all’aiuto di chi meno avrebbe immaginato, che non avere tutte le risposte non significa per forza annegare: significa vivere.

RECENSIONE


Si dice che il tempo sia la misura del valore che ha la nostra esistenza e paradossalmente spesso accade di sprecarlo, spenderlo male, se non malissimo, svuotato di ogni senso proprio. Il risultato è che la propria vita si impoverisce, rendendoci avviliti, disperati, privi di stimoli, di interessi, di entusiasmo, di voglia di vivere proprio come accade alla protagonista di questa storia, Martina:


In ogni caso, quando bevo non ricordo. Il che è una gran fregatura, una sonora presa per il culo, perché non ricordo neanche di stare meglio, dopo aver bevuto, e non è forse per quello che uno si ubriaca? In più, il tempo che non ricordi è perso, e di tempo non ne abbiamo da scialare. Fermare il tempo. Sì, sarebbe la soluzione a tutti i mali, anche al suo male.


Un’adolescente, in procinto di diventare donna, che si trova a dover affrontare un dolore troppo grande da elaborare che spazza via la sua esistenza frantumandola in migliaia di pezzi acuminati come coltelli troppo pericolosi per non ferirsi


Non si sentiva bene nella sua pelle, potendo se la sarebbe strappata volentieri di dosso.


In pochi giorni tutto il mondo che Martina conosce scompare.
E quando ogni cosa bella sembra essere perduta per sempre, lasciando così che la sofferenza e la rabbia predominino i suoi pensieri e azioni, una richiesta da esaudire la costringe ad accettare una sfida che fin da subito appare insormontabile: un viaggio di ricongiungimento con un padre che non ha mai praticamente conosciuto, Riccardo, divenuto per lei quasi un fantasma dai contorni sbiaditi.

Ed è in questo cammino che più volte assume le sembianze di un’esperienza catartica che Martina scopre grazie a Serge, il suo accompagnatore silenzioso e rispettoso, parti di sé stessa che non aveva mai conosciuto, rimettendo insieme pezzi, elaborando un dolore mai condiviso.
Lascio al lettore il piacere di scoprire i legami e le relazioni tra i protagonisti di questo romanzo intenso e profondo perchè solo così sarà possibile vivere appieno le sue emozioni quando dovrà trovare il coraggio di attraversare la tempesta:


Il cielo azzurro le piaceva, la faceva sentire leggera, ma il cielo coperto di nuvole era qualcosa che non si stancava mai di guardare, di ascoltare. Come se potesse davvero parlarle. Non era mai uguale, cambiava nelle forme e nei colori, nella luce. Quella mattina, il sole cercava di forare le nubi, di imbrogliarle trovando un passaggio a tradimento. Sembrava esserci una qualche strategia, lassù.


Una storia che mi ha commossa profondamente e che tocca tematiche delicate come il perdono, l’elaborazione de lutto, il cambiamento, il pregiudizio, le incomprensioni, le complesse dinamiche familiari e non di meno descrive con sensibilità e consapevolezza quanto sia difficile crescere emotivamente.
Ogni dialogo e scelta narrativa propongono le difficoltà del mutamento non solo per i giovani ma anche per gli adulti.


Il cambiamento toglie. Il cambiamento dà.


Due generazioni a confronto che imparano a comunicare mediante l’amore, il rispetto, l’ascolto e la fiducia, al di là della diversità e delle fragilità che mostriamo o che più spesso nascondiamo.

Monica Lombardi, autrice che ho conosciuto grazie al bellissimo Vite sospese, offre ai suoi lettori un libro dalle molteplici sfumature, in cui ogni parola, gesto, silenzio e dialogo hanno la capacità di ferire e lenire, di dare speranza e addolorare, di accelerare o fermare i battiti del cuore. Sensazioni contrastanti che parlano di luci e ombre, che rendono questo romanzo particolarmente profondo e intenso.


Quando siamo fuori tempo, tutto dipende da questo, dal trovare persone disposte a rallentare insieme a noi. Ad aspettarci. Finché non riusciamo a rimetterci in sincronia con la vita.


A rendere questa lettura imperdibile, l’eleganza stilistica di un’autrice bravissima a raccontare storie mediante una prosa elegante e accurata, perfetta a calibrare le giuste tonalità di narrazione per ogni situazione o scenario.

Fuori tempo è un romanzo che non si può etichettare, non è collocabile in un unico genere, caratteristica che lo eleva, a mio avviso, ad essere letto da tutti: da chi ama le storie d’amore, chi preferisce leggere per vivere un viaggio introspettivo, chi invece crede che nei libri vi sia spazio per riflettere su tematiche quanto mai attuali, come l’adolescenza e le famiglie allargate.


Era stato quel viaggio che aveva iniziato a cambiare, a sistemare le cose. Aveva avuto l’opportunità di conoscere Serge, e di prepararsi all’incontro con il padre. Aveva visto luoghi e vissuto momenti che non avrebbe mai dimenticato.


Una storia che mette al centro la natura dei legami, insieme a tutti gli effetti collaterali che li rendono complicati e ingestibili: le disfunzioni, le incomprensioni, le diversità e le distanze che cementa il tempo-

Un libro di crescita che testimonia quanto valga la pena trovare il tempo (e il coraggio) di risolversi come persona e districare i contorti intrecci emotivi che spesso ci soffocano, anche da adulti.

Martina, Serge e Riccardo faranno parte di me per molteplici motivi.

Chapeau Monica.

IL SAPORE DELLE PAROLE INASPETTATE di Giulia Zorat

IL SAPORE DELLE PAROLE INASPETTATE di Giulia Zorat

Titolo: Il sapore delle parole inaspettate
Autore: Giulia Zorat
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 14 maggio 2020
Editore: IoScrittore

TRAMA


Mordere un sogno, strappare un sorriso, asciugare una lacrima. Cinque anime, cinque esistenze si perdono e si ritrovano dietro la porta di una minuscola patisserie ai margini di Parigi; Jacques e Josephine, capaci di impastare le loro vite con sapiente delicatezza, necessari l’una all’altro come ingredienti di un dolce mai finito. Irene, il cui sguardo racconta la capacità di equilibrare sbagli antichi e nuove possibilità; Enea il suo piccolo tesoro, dieci anni di poesia leggera, diretta e invincibile come l’infanzia. Infine François, che trova il coraggio di scrollarsi di dosso il gelo che gli opprime l’esistenza e abbracciare l’amore, come si fa in una notte di festa, d’inverno. Intorno a tutto Parigi, che sa essere scura e accogliente, come un mot du chocolat, un dolce al cui interno si trovano esattamente le parole che avevamo bisogno di sentire

RECENSIONE


Che le parole abbiano un peso ed un’ importanza a seconda di come vengono utilizzate è un fatto assodato, ma se c’è un aspetto che forse è ancora più rilevante è il potere che possono avere soprattutto a seconda del momento in cui giungono a noi.

Nessun sapore, nemmeno quello della pietanza più buona può eguagliare quello di parole che giungono nel momento perfetto, e cioè quando non te le aspetti ma sono esattamente quelle che ti servivano in quel preciso momento, l’unico giusto per assaporarle.

Una telefonata per dire a qualcuno che gli vogliamo bene, un messaggio di un amico che vuole farti un saluto nonostante gli impegni, un buongiorno da uno sconosciuto che incroci sulla strada e la giornata può svoltare, l’umore può cambiare, alcune domande possono trovare risposta, un pensiero o un’idea, una nuova consapevolezza prendono forma nella mente ma anche nel cuore.

Sono questi infatti i luoghi in cui le parole attecchiscono, in entrambi i sensi sia chiaro, per fare del bene e però anche per fare del male, diventando veicolo di emozioni la cui intensità è ancora maggiore se giungono inattese.

Una cosa che fanno anche i libri se ci pensate, quando in mezzo a tante troviamo quelle perfette per lo stato d’animo del momento, quelle che parlano di noi, quelle che rispondono alle nostre domande in sospeso.

Giulia Zorat ne fa un uso ammirevole, per stile, profondità, dolcezza e verità.

Raccontando attraverso cinque personaggi diversi la nascita, la vita e la morte.

Tre fasi della vita di tutti, come tre sono le parti in cui è suddiviso il romanzo, e tre come le componenti del titolo della rubrica di un giornale parigino da cui tutto avrà origine e termine.

È stata una lettura sorprendentemente ricca di riflessioni, soprattutto in relazione alla solitudine che secondo me è il fulcro dell’intera vicenda ma che viene espressa e raccontata in modo diverso.

Avete mai pensato a quanti modi ci sono per sentirsi soli?

Molti e differenti come siamo noi e le nostre vite e forse per questo “Il sapore delle parole inaspettate” mi ha attirata, inconsapevole forziere di pensieri sulle sensazioni che ci accompagnano durante quei momenti dell’esistenza in cui la solitudine ci rende immobili.

A modo loro tutti i personaggi del libro si trovano in una condizione di immobilismo, in un guscio in cui sono protetti ma incompleti, smarriti.

Jacques che non ricorda più come si fa a esistere da soli, Irene che si è fermata ai suoi vent’anni e non conosce il gusto di vivere veramente, Enea che soffre per un’assenza importante, Francois un quarantenne in crisi esistenziale.

Quest’ultimo potrebbe infastidire per l’apatia che dimostra, quasi esistesse e basta anziché vivere, insoddisfatto all’ennesima potenza, consumato dalle domande a cui non sa dare risposte, colmo di rimpianti ma incapace di spostarsi dal rimuginare su di essi.

E invece ha suscitato in me un’immediata e spontanea empatia confermandosi il mio personaggio preferito, perché si sveste di fronte al lettore mettendo a nudo fragilità e incapacità che tutti abbiamo e che pochi sono disposti ad ammettere persino con sé stessi.

Attraverso le elucubrazioni mentali di Francois Giulia Zorat ci permette di osservare dal di fuori quei rimpianti, quelle occasioni mancate e quel senso di fallimento che prima o poi tutti proviamo almeno una volta nella vita e riconoscerli perché provati su di sé.


Ho imparato che bisogna sapere ascoltare gli altri e arrendersi al fatto che qualche volta bisogna lasciarsi guidare da chi è più esperto, perché la cosa più importante che ho imparato è che non si viene al mondo per stare da soli con se stessi.


Sullo sfondo di una città che può accentuare questa condizione se non si è capaci di trovare un appiglio, un luogo che sia un rifugio.

Parigi è così come la descrive l’autrice:


È una città dove non sei mai da sola, eppure ti ci senti e allora diventa fondamentale avere un legame per sopravvivere qui, uno di quei legami primordiali che nascono in un posto lontano molto simile a quello da cui proviene la vita e ti accompagnano ovunque. Un legame intimo e imprescindibile, costruito sulla gestualità e sugli sguardi in una città in cui non servono parole, perché tutto intorno fa già troppo rumore.


Ed è in questa cacofonia di rumori, prodotti di vite, situazioni e persone che si sfiorano o che incrociano il loro cammino, che la piccola pasticceria di Irene diventa questo appiglio, questo luogo in cui dare per un po’ una spallata a quella sensazione di solitudine e inadeguatezza ma soprattutto dove inaspettatamente si trovano anche molte risposte attraverso parole di cioccolato.

Una pasticceria che non è solo un luogo ma uno spazio in cui anime diverse si incontrano, nato dall’amore tra Jacques e Josephine ma che poi diventa il salvagente di molti altri personaggi.

Ognuno dei quali rappresenta una stagione della vita con le fragilità e le pene che si porta dietro, ma sono fragilità di cui avere cura, preziose perché fanno di noi ciò che siamo e perché costituiscono spesso le parti belle del nostro essere.


Le cose belle sono fragili, è la regola. Non fai in tempo ad abituartici che svaniscono.


Giulia Zorat ci regala un libro che è un misto di dolcezza e amarezza, di sogni attesi e altri disillusi, di domande a cui ognuno di noi cerca una risposta diversa perché possa considerarsi corretta.

Proprio come le parole quelle dette, scritte, pensate quando meno ce lo aspettiamo ma che incredibilmente giungono proprio quando ne avevamo più bisogno.

Le stesse che in alcuni pomeriggi di aprile poco primaverili mi ha regalato questo libro, permettendomi di condividere le riflessioni di Francois, i timori di Irene, e vedere attraverso gli occhi del piccolo Enea.

E di cui inconsapevolmente avevo bisogno proprio in quel momento, sebbene non potessi saperlo prima di giungere all’ultima pagina letta.

Perché è proprio così che fanno le parole importanti, quelle capaci di aprire o chiudere porte, accendere un’ idea, regalare un’ emozione: arrivano inaspettate proprio quando non le stai cercando.