CHE COSA TI ASPETTI DA ME? di Lorenzo Licalzi

CHE COSA TI ASPETTI DA ME? di Lorenzo Licalzi

Titolo: Che cosa ti aspetti da me?
Autore: Lorenzo Licalzi
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 12 Giugno 2012
Editore: BUR

TRAMA


Tommaso Perez, brillante fisico nucleare, ripercorre la sua esistenza: gli anni d’oro in compagnia dei più grandi scienziati del Novecento e quelli grigi, spesi isolato in una casa di riposo. Stanco di vivere e disilluso, non sa che la vita ha ancora in serbo qualcosa per lui. Quando Elena entra nel suo mondo, e a poco a poco lo rivoluziona, Tommaso ritrova fiducia in un futuro diverso, e scopre che può ancora voltare pagina. Anche dopo i settant’anni. È questo amore fuori tempo massimo che gli permetterà di “oltrepassare il confine dove il sé si confonde con l’altro e il sé e l’altro diventano tutt’uno”. Un romanzo cinico ed esilarante, ironico e commovente, capace di raccontare la realtà in tutta la sua fragile, gloriosa e imprevedibile umanità.

RECENSIONE


E la vecchiaia alla fine vincerà la guerra, anzi l’ha già vinta, mi ha già ucciso tenendomi in vita.


Non avrei mai immaginato che questa lettura mi avrebbe conquistata a tal punto.

Smettere di vivere senza essere morti, questo fa il protagonista del libro di Lorenzo Licalzi Che cosa ti aspetti da me?

La vecchiaia non va accettata va conquistata afferma Tommaso Perez, anziano fisico nucleare colpito da una malattia che lo costringe a essere ricoverato in una casa di riposo.

Lo spietato resoconto della vita in questa struttura di degenza per anziani autosufficienti e non, costituisce la prima parte del libro, un ritratto cinico, a tratti drammatico ma desolatamente realistico e nello stesso tempo ironico, di giornate scandite da gare su carrozzine più o meno all’avanguardia il cui traguardo è riuscire a farsi mettere per primo a letto, o accaparrarsi la poltrona più vicina ai bagni.


In questa casa di riposo va in scena ogni giorno la parodia delle bassezze umane, che la vecchiaia, come un regista maledetto, esalta fino alla massima potenza.


Lo stile dell’autore, ha avuto una grande incidenza sulla mia capacità di assorbire questa prima parte del racconto senza esserne disturbata perché onestamente non sono pagine che è semplice digerire.

Fondamentale è stata la capacità dell’autore di raccontare la decadenza del corpo, la vulnerabilità della mente e la vita come attesa della morte, con un realismo sfiorato a tratti da un velo di ironia, dando una connotazione alla narrazione così dissacrante da renderla quasi grottesca.

Questo ha notevolmente attutito la tristezza, il senso di dignità perduta e la solitudine che inevitabilmente sgorgano dalle pagine.

Lo scrittore utilizza il protagonista come un filtro che in prima persona fa comprendere al lettore quella che è la visione disincantata, decadente, cinica della vita da parte di Tommaso, ma non lasciatevi ingannare dal suo racconto, che utilizzando la prima persona rende molto tangibili le emozioni e le sensazioni del protagonista.

Perché anche se vi sembrerà di essere lì con lui nella sua stanza a fissare la crepa nel soffitto in attesa che una ennesima giornata vuota e triste inizi, in realtà questo è un racconto di rinascita.

Certamente inconsueta, inattesa, di un uomo al tramonto della sua esistenza che deve accettare la vecchiaia e non combatterla, ma pur sempre trattasi di un risveglio interiore, narrato con uno stile che scalda nonostante la freddezza delle situazioni, intenerisce nonostante la durezza delle vicende, trasmette speranza là dove sembra non essercene più.


Così la vita in un mondo che non ti appartiene finisce per perdere tutto il valore che ha.


Inizialmente è proprio così, per Tommaso la vita non ha più valore e desidera ardentemente la morte.

Da scienziato è sempre stato molto pragmatico, anche un po’ misantropo, ma è anche un uomo che ha covato un grande sogno e che è capace di incantarsi a guardare un cielo pieno di stelle.

Conosce la sofferenza del cuore ma non è abituato a quella del corpo e la poca dignità che contraddistingue la vita nella casa di riposo lo hanno definitivamente convinto dell’inutilità di una vita di questo tipo.

Arrivati alla seconda parte del libro l’autore vi sorprenderà cambiando decisamente registro.

Il racconto si tinge di una lieve dolcezza e scopriremo che è possibile trovare l’amore e grazie ad esso ritornare a guardare con fiducia al futuro anche nella vecchiaia.

Leggendo ho pensato che questo è un messaggio importante ma non comprensibile a tutti, a volte forse anche non accettato dai più giovani.

Perché avere davanti un anziano costituisce uno specchio di quello che attende nella maturità dell’esistenza e non sempre questo riflesso rimanda una condizione accettabile dal punto di vista fisico ed emotivo.


Ciò che rende tragico questo posto sono le persone che lo abitano, sono io… siamo noi. Sono i vecchi, costretti a vedere negli altri che vivono qui il riflesso della loro vecchiaia. Ed è questo che ci disturba, in fondo, e che disturba i giovani, perché guardandoci vedono il riflesso del loro destino…


Penso onestamente che spaventi non arrivare alla vecchiaia, ma spaventa anche arrivarci in un certo modo, con il fardello della possibile perdita d’indipendenza, la prospettiva della solitudine, del sentirsi un peso, della sofferenza fisica.

A riprova però che non conta solo quel che si sceglie di raccontare ma soprattutto come lo si racconta, Lorenzo Licalzi ha dipinto con realismo e sostanza questa paura, riuscendo però a squarciarla, mostrando all’interno di questo strappo uno scorcio di vita in cui non tutto è perduto.

Come sempre l’affetto è capace di plasmare anche le situazioni più difficili fino a renderle più leggere o se vogliamo più dolcemente sopportabili perché il peso della sofferenza è condiviso, spalmato sulle spalle di chi si ama e ci ama diventa più leggero.

Che cosa ti aspetti da me? chiede ad un certo punto il protagonista e sta tutta in questa frase il senso profondo di questa lettura.

Il peso delle aspettative possono essere catene che pesano su di noi fino a condizionare la nostra formazione, la nostra visione delle cose, diventando zavorra, fonte di preoccupazione, rinunce e conquiste che non ci appartengono veramente.

L’amore che l’autore celebra attraverso i protagonisti è quello che non ha aspettative ma prende e si nutre di quello che uno è in grado di offrire.

Un tipo di amore questo che porta con sé una inattesa felicità a Tommaso e una nuova serenità.


Non fu la pace interiore a fargli scoprire l’amore ma il contrario: fu la scoperta dell’amore a farlo sentire sereno.


Grazie ad un tipo di amore del tutto diverso come solo può essere quello vissuto da “vecchi”.

Incredibilmente quando pensi che la vicenda sia vicino ad una conclusione dolceamara l’autore sorprende nuovamente con una terza parte del libro che costituisce una sorta di visione delle vicende narrate in una prospettiva più ampia e da un’angolazione differente ma che dà alla storia un senso di completezza.

È stato difficile scegliere quali estratti inserire in questa recensione, perché ogni passaggio, ogni frase porta con sé qualcosa a cui pensare, idee sopite in fondo alla nostra mente e forse ancora di più in fondo al cuore, che hanno bisogno di parole come queste per venire a galla, semplici ma che scuotono.

La lettura di Licalzi mi ha veramente sorpresa con una scrittura fluida, diretta, tragicamente esilarante in alcuni passaggi ma densa di significato tanto che è stata una sottolineatura continua.

Una riflessione sull’esistenza, sulla fisica, sulla filosofia, su Dio, sull’amore, un contenitore vario e misurato ma anche intenso e commovente.


Quindi non lo so se la velocità della luce un tempo non era costante, ma so che un uomo che ha avuto per tutta la vita il sogno di dimostrarlo, anche se poi non l’ha dimostrato, ha cullato un grande sogno, uno di quei sogni per cui vale la pena di vivere e di vivere una vita che vale la pena di essere raccontata.

Questa è una storia che vale la pena di leggere che parla della condizione umana fragile, decadente, imperfetta ma pur sempre una meravigliosa, emozionante umanità.

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LA CASA DELLE BELLE ADDORMENTATE di Kawataba Yasunari

LA CASA DELLE BELLE ADDORMENTATE di Kawataba Yasunari

Titolo: La casa delle belle addormentate
Autore: Kawataba Yasunari
Serie: Autoconclusivo
Genere: Erotic, Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 1961 in lingua originale e traduzione in italiano nel 1972
Editore: Mondadori

TRAMA


“La casa delle belle addormentate” è un raffinato racconto erotico incentrato sulle visite del vecchio Eguchi a un inconsueto postribolo nel quale gli ospiti possono passare la notte con giovanissime donne addormentate da un narcotico. Il regolamento vieta di svegliarle, esaltando il fascino quasi magico emanato dalle fanciulle, e permette a Eguchi, attraverso una delicata rapsodia di sensazioni e di ricordi, di riappacificarsi con se stesso in un viaggio tra i più misteriosi recessi della psiche, evocati con segni incredibilmente semplici, rarefatti e luminosi. Il volume comprende anche due romanzi brevi di Kawabata («Uccelli e altri animali» e «Il braccio») ed è arricchito dalla postfazione di un altro protagonista della letteratura giapponese del Novecento, Yukio Mishima.

RECENSIONE


«Paradossalmente, un bel cadavere privo ormai delle ultime tracce di spirito, offre le più forti sensazioni di vita.»


Questo è il pensiero che deve aver avuto chi ha voluto creare la casa di tolleranza delle ragazze addormentate; un luogo dove anziani soli passano le notti, affamati di calore umano e di vita, più che di sesso. Le ragazze sono giovani, minorenni talvolta, vergini; giacciono nude su un letto riscaldato da una coperta termica. Ostentano la loro giovinezza e bellezza ma sono rese incoscienti da un potente sonnifero che le fa dormire profondamente.

Cosa spinge un uomo a voler trascorrere una notte con loro e godere della loro compagnia? L’attrazione sessuale o la solitudine? La voglia di vita o la consapevolezza di essere vicini alla morte? Tutte queste domande troveranno risposte e riflessioni nel protagonista di questo racconto.
Eguchi è un uomo di 67 anni, ancora sessualmente attivo che vuole provare questa insolita e intrigante modalità erotica, attratto dalla  forza magica che gli suscitano delle ragazze costrette al sonno. Nella sua vita non ha mai trascorso con una donna delle notti così innocenti, ma vuole tentare anche questa strada e si renderà conto che saranno notti così piene di eccitazione ed effetti sul corpo e sulla mente.

L’ambientazione e l’atmosfera che si respira è quella tipica giapponese: la presenza costante del tè verde come fonte di rassicurazione, conforto, un po’ come sentirsi a casa; il letto basso chiamato tatami; il profumo delle camelie, le tende di velluto rosso che accendono la  dando alla stanza un’aria magica. Tutti i sensi sono impegnati, sia quelli di Eguchi che quelli di chi legge: gli occhi osservano ammaliati e giudicanti, le mani sfiorano, accarezzano lievemente, il naso cattura odori piacevoli e forti, l’orecchio capta i respiri e il tempo che scorre fuori, un temporale o la risacca del mare. Sono proprio gli odori delle donne che riportano alla mente profumi di fiori, un bosco, stagioni passate, donne del passato.

Leggendo si ha la consapevolezza che si può provare un piacere sconosciuto e anomalo, una sessualità che non si consuma nella modalità tradizionale; non c’è rapporto sessuale ma il solo vederle, annusarle, il solo avvicinarsi, genera immagini, fantasie, sogni e incubi. La prima ragazza con cui dorme Eguchi lo porta indietro a quando era solo un bambino perché gli ricorda il sapore del latte, la seconda ragazza al primo sguardo la reputa una esperta di sesso, la successiva gli sembra addirittura sia una vergine, un’altra invece gli trasmette tanto calore. La visione di queste fanciulle evoca in Eguchi ricordi. E tra memorie del passato e corpi nudi e giovani del presente, passano le nottate.

E si perché tornerà più volte nella casa e dormirà con donne diverse, ognuna delle quali susciterà in lui emozioni, brividi e passioni. Le accarezza, grazie alla loro staticità, le osserva minuziosamente ma più di tutto vorrebbe svegliarle; si rende conto che un rapporto umano di questo tipo non riesce a soddisfarlo pienamente; il silenzio non appaga del tutto né i sensi né la solitudine, anzi, acuisce tutto ancora di più.

Eppure dopo la prima volta sente il bisogno e la curiosità di tornare ancora nella casa. Non di tratta di un erotico tradizionale, in questo racconto la seduzione si percepisce nei gesti, negli sguardi e negli odori ed è molto efficace. La voce narrante del protagonista Eguchi riflette e fa riflettere il lettore sul tema della alienazione e della repressione del desiderio: stare accanto a giovani donne, dormire con loro senza godere dei loro corpi.

Realtà e sogno, amore e morte si mescolano nei pensieri che portano a meditare sul declino inevitabile della vita e sulla paura che si ha della morte, nel momento in cui si è anziani. E allora poter dormire accanto a giovani donne è come volersi consolare e godere, per una notte, di un lampo di vita ritrovata. Non riuscendo a rassegnarsi all’inesorabile scorrere del tempo.


«Proprio le ragazze che continuavano a dormire senza fine erano forse per i vecchi una libertà senza età – già Eguchi lo aveva pensato. Le dormienti che non parlavano, forse parlavano come piaceva ai vecchi.»


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DORMI STANOTTE SUL MIO CUORE di Enrico Galiano

DORMI STANOTTE SUL MIO CUORE di Enrico Galiano

Titolo: Dormi stanotte sul mio cuore
Autore: Enrico Galiano
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima e terza persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Aprile 2020
Editore: Garzanti

TRAMA


Mia sa che può sempre contare su Margherita, la sua maestra delle elementari che, negli anni, è diventata anche la sua migliore amica. Nello strambo quaderno che custodisce in un cassetto di casa ci sono scritte tante piccole meraviglie, che sono anche tante grandi risposte. È lei a spiegarle che il cuore di una tartaruga batte sei volte al minuto, quello di un colibrì seicento. E che ogni cuore, quindi, segue il suo tempo. Ma c’è una domanda a cui Margherita non sa rispondere: “perché Fede è andato via?”. Fede è il ragazzo che la famiglia di Mia ha preso in affido. Fede non voleva parlare con nessuno, ma ha scelto lei come unica confidente. Fede, con i testi delle canzoni, le ha insegnato cose che lei non ha mai saputo. Fede l’ha stretta nel primo abbraccio in cui si è sentita al sicuro e davvero felice. Fede l’ha ascoltata e capita come nessuno mai. Da quando non ha più sue notizie, Mia non riesce ad avvicinarsi alle persone, non riesce nemmeno a sfiorarle. Mentre il mondo e la storia si inseguono e si intrecciano, lei si è chiusa in un guscio più duro dell’acciaio. E non vuole più uscire. Ma se non si affronta il nemico, il rischio è che diventi sempre più forte, persino invincibile. Se non si va oltre l’apparenza non si conosce la realtà. Anche se provare a farlo è un’enorme fatica; anche se ci vuole molto tempo. Perché, come dice Margherita, ogni cuore ha la sua velocità: non importa chi arriva primo, basta godersi la strada verso il traguardo.

RECENSIONE

Mia ha 30 anni e conosce bene l’istinto e la scia di gioie e dolori che il cuore lascia dentro e dietro di sé. È sempre stata matura, anche da bambina, quando osservava il mondo con gli occhi della meraviglia, come se fosse un grande contenitore di desideri da rincorrere.


Il mondo era un pacco da scartare, una pagina bianca, l’istante subito dopo la stella cadente.”


Continua a farlo, anche da adulta, quando ormai conosce il bello e il brutto del mondo. E da ragazzina si è ritrovata, da un giorno all’altro, senza vita. Più che giorno parlerei di notte, perché è proprio una Notte, in particolare, che toglierà luce alla sua vita.


Amo il suono del fiume che scorre, gli occhi miei chiusi ad abbracciarlo, nessuno lo sa ma amo così tanto vivere che ho un velo di lacrime sempre sugli occhi solo perché odio, terribilmente odio che vivere significhi, un giorno, morire. E non muori una volta sola…No, non muori solo il giorno che muori: puoi morire tante volte mentre sei ancora vivo.”


Partendo da un album di fotografie Mia racconta in prima persona, come una sorta di diario, l’incontro con Fede, la sua fobia, il suo sentirsi diversa, emarginata dai compagni, nel periodo critico dell’adolescenza in cui si fatica a conoscersi e a farti conoscere dagli altri. Il linguaggio, le espressioni e le paure di Mia, nella prima parte, rispecchiano la sua giovane età e i ricordi sono così nitidi che si rivivono leggendo. Nella seconda parte, quando inizia il viaggio verso la sua rinascita, Mia utilizza invece parole mature e consapevoli.

Cosa sarai mai accaduto a Mia? Quale tragico evento ha potuto trasformare la sua curiosità e vitalità in fobia e terrore? Mia si rende conto di soffrire di afefobia, una patologia che le provoca dolore, una sorta di bruciore quando tocca o viene toccata da una persona. Questa la porta a isolarsi e a fare lo slalom tra la gente per evitare qualsiasi contatto fisico. Tutto nasce da quella maledetta Notte in cui suo fratello adottivo Fede viene portato via dalla sua casa e se ne perdono le tracce. Fede un ragazzino che la famiglia di Mia ha preso in affido e che ha visto la guerra con gli occhi e ne ha vissuto l’orrore sulla pelle.


Sembrava davvero un cane abbandonato per strada, il pelo sporco e bagnato, tanta paura negli occhi e tanto freddo dentro. Un cane abbandonato e muto. Come se qualcuno gli avesse rubato la voce.”


Fede non parla ma osserva e capisce tutto e si lega a Mia, con un affetto e un amore totale; un sentimento che può essere come quello che c’è tra fratello e sorella oppure qualcosa di molto più intenso. Quando viene portato via, a Mia vengono nascoste le informazioni su di lui dai genitori per salvaguardarla e proteggerla. Non si rendono conto che i bambini possono accettare tutte le verità, anche le più dolorose, ma le bugie no. E che il negare l’evidenza e la realtà scavano buchi profondi e fanno perdere la voce del verbo toccare. I motivi di tutti questi segreti verranno svelati man mano. Ma è solo alla fine del libro che la matassa dei pettegolezzi e dei pregiudizi nati su Fede si srotola e viene sbrogliata. Prima di allora si susseguono voci alte o frasi sussurrate, che lo screditato, che lo accusano. Mia è sicura di quello che sente, è certa dei messaggi che le invia il cuore e dei brividi sulla pelle. Eppure comincia a credere a quelle voci e ad avere paura di Fede; una persona che le è stata così vicino, che le ha chiesto e dato affetto e amore con una semplice frase “Dormi stanotte sul mio cuore”. Poche parole che hanno un significato immediato ma che, per l’autore, si riferiscono alla poesia Rimani di Gabriele D’Annunzio.

Mia sente di avere la neve sul petto che le impedisce di respirare, che le fa tenere tutto a distanza


Cosa significa avere la neve sul petto? Significa stare davanti a un tramonto tutto rosso e non fermarsi un minuto a guardarlo. Passare vicino a un mucchio di foglie in autunno senza la voglia di saltarci sopra a farle scalpicciare.”


È proprio vero che non si ha bisogno di una persona che veda il mondo come lo vediamo noi, ma di qualcuno che il mondo ce lo lasci guardare ma con i nostri occhi. Posso solo dirvi che Mia l’ha trovata una persona così sensibile e attenta. Quello che non posso rivelare è il viaggio che l’ha portata a ritrovare, prima se stessa, poi questa persona. Perché dovrete scoprirlo leggendo questa meraviglia.

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IO SONO MIO FRATELLO di Giorgio Panariello

IO SONO MIO FRATELLO di Giorgio Panariello

Titolo: Io sono mio fratello
Autore: Giorgio Panariello
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 3 Novembre 2020
Editore: Mondadori

TRAMA


Giorgio Panariello custodisce una storia. Lui e il suo fratello minore
sono stati entrambi abbandonati dalla madre subito dopo la nascita.
Giorgio viene affidato ai nonni materni, Franco invece finisce in un
istituto. Mentre Giorgio cresce e diventa uno degli uomini di spettacolo
più amati d’Italia, Franco cade nella tossicodipendenza. Fino alla
tragica fine. In questo libro per la prima volta Panariello ha deciso
di raccontare il filo nascosto (la preoccupazione costante, il senso di
colpa) che da sempre corre nella sua vita. Un libro straziante e
dolcissimo, che grazie all’onestà e all’accuratezza dei sentimenti
sa muovere le corde più profonde delle nostre emozioni

RECENSIONE


Ho sempre pensato, e sono sicura che in molti saranno d’accordo con me, che la vita dei personaggi famosi fosse perfetta; tanti soldi per realizzare qualsiasi desiderio e poche preoccupazioni.

Forse perché ci mostrano solo il lato positivo delle loro esistenze, quello dove si ride e si gioisce dei successi che la carriera regala loro.

Giorgio Panariello con questo libro ha deciso di portarci dietro le quinte, svelando i retroscena e raccontando chi era prima di diventare famoso.

Una famiglia povera con tante bocche da sfamare, come era facile trovare un tempo, Giorgio cresce con i nonni abbandonato dalla madre, scoprendo solo più tardi di avere un fratello minore, Franco un’anima fragile che capisce di dover difendere da tutto e tutti.


Crescere senza affetto è come stare senza un tetto sopra la testa, non ci si sente mai protetti, difesi, mai a casa. È stata solo una questione di culo. Potevo nascere un anno dopo di lui e mio fratello sarei stato io. E invece è toccato a lui sentirsi addosso un anno di meno, un anno di troppo.


Le loro vite vanno avanti in maniera parallela, ma mentre per Giorgio si aprono le strade del successo, Franco di perde nella tossicodipendenza e inizia a vivere in maniera dissoluta e irrecuperabile.

Era da tempo che volevo leggere questo libro, spinta dalla curiosità e dal desiderio di conoscerne la storia, e devo dire che l’ho vissuto con molto entusiasmo lasciandomi travolgere pagina dopo pagina.

Raccontato in prima persona dalla voce dell’autore, all’apparenza potrà sembrare la classica storia dove un attore famoso ci parla di sé e dei suoi successi ma vi assicuro che è molto di più; Giorgio Panariello ci regala uno spaccato di vita vissuta parlando dei suoi esordi, e mentre lui diventa celebre, Franco cade sempre più in un vortice da cui non potrà uscire facilmente.


Mio fratello ha sempre preteso di essere amato, credeva gli spettasse di diritto, per la sua condizione, per quello che aveva passato, per il male che gli era stato fatto e il bene che gli era stato negato. E chiunque non potesse o non volesse dimostrargli amore aveva un posto assicurato dentro il girone dei dannati del suo personale Inferno.


Ecco, in questo preciso momento ho davvero compreso la vera essenza di questa storia, un fratello è una parte del nostro cuore che batte per lui, una delle persone da tenere sempre accanto con cui gioire e affrontare le prove difficili della vita.

Giorgio mette da parte tutto per aiutare Franco, senza paure e pregiudizi, solo vedendo nei suoi occhi la voglia di farcela come richiesta di aiuto.

Non pensa alla sua fama, né che il pubblico possa fraintendere le sue azioni, mette davanti ad ogni cosa il bene di suo fratello festeggiando con lui i piccoli traguardi di ogni giorno.


La distanza tra noi si era colmata e lo sentivo più vicino. Avevo provato quello che si può provare con un vero fratello: orgoglio, rabbia, amicizia, odio, complicità, intesa, divertimento, affetto, gioia e apprensioni. Non eravamo più fratelli unici. Non riuscivo a rassegnarmi al fatto che tutto sarebbe finito come doveva, che un finale diverso fosse impossibile.


Ho vissuto questa storia facendola mia e pensando al mio fratello minore, che si trova ad attraversare un momento molto difficile; l’ho protetto da quando è nato e sarò sempre pronta ad aiutarlo a rialzarsi, e a sorridere di ogni gioia quotidiana; donandogli amore incondizionato ad ogni costo.

Consiglio questo libro a tutti, rimarrete sopresi da come una persona abituata di solito a farvi ridere, possa farvi scendere una lacrima regalandovi emozioni uniche.

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BUSKASHI’: VIAGGIO DENTRO LA GUERRA di Gino Strada

BUSKASHI’: VIAGGIO DENTRO LA GUERRA di Gino Strada

Titolo: Buskashì: Viaggio dentro la guerra
Autore: Gino Strada
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 11 Dicembre 2013
Editore: Feltrinelli Editore

TRAMA


La buskashi è il gioco nazionale afghano: due squadre di cavalieri si contendono la carcassa di una capra decapitata. È violento, senza regole. L’unica cosa che conta è il possesso della carcassa, o almeno di quello che ne resta al termine della gara. È come il tragico gioco a cui partecipano i numerosi protagonisti del conflitto afghano. Una partita ancora in corso, solo che al posto della capra c’è il popolo dell’Afghanistan.Buskashi è la storia di un viaggio dentro la guerra, che inizia il 9 settembre 2001 con l’assassinio del leader Ahmad Shah Massud, due giorni prima dell’attentato di New York. Un viaggio “clandestino” per raggiungere l’Afghanistan nel momento in cui il paese viene abbandonato da tutte le organizzazioni internazionali e si chiudono i confini. L’arrivo nella valle del Panchir, l’attraversamento del fronte sotto i bombardamenti per raggiungere Kabul alla vigilia della disfatta dei Talebani, la conquista della capitale da parte dei mujaheddin dell’Alleanza del Nord, la Kabul “liberata”: l’esperienza della guerra vista dagli unici testimoni occidentali della presa di Kabul.Un viaggio nella tragedia delle vittime, e insieme una riflessione sulla guerra, sulla politica internazionale, sull’informazione e sul mondo degli aiuti umanitari. 

RECENSIONE


Qui, nella vita degli afgani è il vero confine, il territorio della mente che dobbiamo ancora esplorare per capire la guerra, e per odiarla. Con le pietraie del passo, bisogna lasciare alle spalle anche il pensiero occidentale. Siamo in Afghanistan. “Vivo o morto” è diverso, ora. Ora siamo dentro la guerra.


Lo spiega molto chiaramente Gino Strada in questa sua opera dal titolo Buskashi`: il tentativo di raggiungere e superare il confine afgano nel settembre 2001 per riaprire l’ospedale Emergency di Kabul, di cui questa opera è il resoconto, è in realtà il simbolo del superamento della mentalità occidentale.

Quella che ritiene la guerra un male necessario, nonostante poi a pagarne il prezzo siano i civili indifesi soprattutto bambini, e che si creda non ci riguardi perchè infesta luoghi molto lontani da noi.
Perché di questo si tratta, superare un limite mentale, un confine ideologico che va oltrepassato, espresso alla perfezione in questo passo, uno dei più conosciuti.


Questo è il vero confine, quello più difficile da attraversare. Fare propria, rispettare l’esperienza degli altri, quello che stanno provando, non ignorarla solo perché riguarda “altri” anziché noi stessi. Perché se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi.


L’autore di questo libro ha passato la sua intera esistenza dentro i conflitti, un argomento di cui non è semplice parlare, si corre il rischio di cadere in una retorica spiccia, perché diciamocelo che ne sappiamo noi della guerra?

Al di là delle ovvie considerazioni astratte sugli orrori che porta con sé, per noi che la vediamo filtrata dai media, dall’informazione, dai racconti di popoli lontani, resta una realtà che possiamo provare ad immaginare ma che in realtà non conosciamo e forse ancor meno comprendiamo.

Paradossale se pensiamo invece che per chi la vive sulla propria pelle è invece quanto di più concreto si possa toccare : paura, violenza, sofferenza, dolore, povertà e incertezza sono molto concrete per chi le deve vivere ogni giorno. Così ho voluto provare a toccare un po’ di questa concretezza attraverso le parole scritte di chi la guerra la conosce bene, perché l’ha vissuta da molte angolazioni, l’ha provata sulla propria pelle, l’ha dovuta inserire nelle trame della vita propria e della propria famiglia.


Mi sono trovato a parlare con me stesso. Un déjà vu, e insieme una situazione nuova, imbarazzante. Che cosa fai qui? Come lo spieghi a Cecilia, a Teresa? Che cosa dici loro, per convincerle che è giusto che tu sia qui, per far credere che tutto ciò valga il loro rischio di non rivederti?


Nasce così questo piccolo omaggio al compianto Gino Strada, in ricordo del primo mese trascorso senza di lui. Un personaggio di una caratura morale tale da ispirare molto più che ammirazione e forse anche un senso di riverenza per la forza del messaggio che ha costituito la sua intera esistenza. Buskashi` racconta eventi passati ma purtroppo molto attuali, nonostante siano trascorsi vent’anni dagli accadimenti in esso descritti. Il fondatore di Emergency non delude nemmeno in qualità di scrittore : emerge prepotente lo spessore di questo essere umano che ha votato la propria esistenza alla cura e al sostegno dei deboli e degli indifesi.

Attraverso di esso lascia ai lettori messaggi molto chiari, che non si riconducono solo al desiderio di pace ma a molto di più. Pensieri e posizioni espresse consapevolmente perché  frutto di esperienze vissute in prima persona, che personalmente condivido, tra i quali spicca una verità che in molti paesi non è realtà: i diritti umani vanno costruiti non declamati. Un messaggio molto potente e sicuramente nitido: tutti hanno diritto ad una vita dignitosa, libertà e cure mediche, che non si ottengono con politiche astratte e discorsi filosofici ma con azioni concrete, tradotte in istruzione, assistenza medica, lavoro.

Buskashi` è un libro diviso in due parti, la prima appunto un diario di viaggio, difficile, faticoso, impervio dentro un paese violentato da ideologie, interessi e giochi di potere prima e dalla guerra poi. La seconda la cronaca degli eventi vissuti una volta raggiunta la città in questione, prima della sconfitta dei talebani. Un resoconto autentico e tangibile di cosa significa sfidare le difficoltà, non arrendersi, mettere in gioco tutti se stessi nell’intento di aiutare chi soffre a costo della propria incolumità, al termine del quale il lettore prenderà consapevolezza che nascere in luoghi dove regnano democrazia, uguaglianza, libertà e soprattutto pace non è un merito ma una fortuna. Se la guerra incombe su popoli lontani da noi per posizione e cultura è solamente un puro caso.


Perché non si tratterà più di essere musulmani, ebrei o cristiani, né di essere di destra, di centro o di sinistra, per farsi un’opinione sulla guerra. Basterà ricordare quelle storie, e mettere Anna al posto di Jamila, e Mario invece di Waseem.


Un titolo volutamente simbolico: Buskashi` è il nome di un gioco afgano dove ci si contende la carcassa di un animale. Ecco che l’Afganisthan diventa come questa carcassa, un territorio conteso tra i partecipanti ad una guerra che prende ufficialmente il via in seguito a due attentati di natura diversa, ma che in realtà è l’ennesimo tentativo di trarre profitto in un gioco geopolitico che nulla ha a che vedere né con la religione né con la giustizia. Non fosse per il fatto che il libro narra eventi reali durante i quali la sicurezza di Gino Strada e collaboratori è messa in serio pericolo, si potrebbe definire quasi un racconto avvincente, dallo stile incalzante, anche avventuroso. Ma in realtà attraverso queste pagine Gino Strada vuole dire molto di più: ci lascia dei mattoni con cui egli stesso ha iniziato a costruire la pace, un’eredità che tocca a noi continuare.

Mattoni composti da umanità, senso del dovere, generosità, amore per il prossimo, desiderio di aiutare chi soffre, senso della giustizia, tutte qualità di quest’uomo straordinario, incarnate nella sua creatura più importante e più bella, gli uomini e le donne di Emergency.
Questo libro mette inevitabilmente in moto i pensieri, perché è impossibile restare impassibili di fronte al racconto dei giochi di potere, delle ideologie estreme, dell’efferatezza delle azioni umane, di tutte quelle mostruosità che costituiscono la guerra.Una lettura che si è rivelata un forziere con molti tesori, che risplendono soprattutto per lo stile con cui l’autore li ha portati alla luce, facendoli emergere dalle macerie di una bomba esplosa, dalle ferite di bambini mutilati, dalle lacrime di famiglie distrutte.

Un paese martoriato raccontato con uno stile personale, che come in un’altalena alterna cronaca e riflessioni ad un lieve tocco di umorismo. Quasi un’” italianità” dei protagonisti, come un’impronta dello spirito che li contraddistingue, che non solo stempera il dramma che si trovano ad affrontare ma lascia passare in mezzo alle crepe dovute alla distribu anche molto cuore.
Regalatevi la lettura di un libro che è innanzitutto la condanna dei poteri politici che direttamente o no sono di fatto i promotori e i finanziatori dei conflitti, di un’informazione asservita alla politica molto lontana dalla trasparenza e dalla verità. Il racconto dello scontrarsi con l’estremismo, con la perdita di umanità, uno sguardo attento alla disparità di diritti tra i popoli del mondo. E infine una dichiarazione d’amore alla moglie Teresa e alla figlia Cecilia.


Teresa è una sorpresa, ogni giorno. Sorprende tutti coloro che la conoscono, per l’intelligenza e la simpatia, perché è bellissimo ascoltarla, e guardarla. Sorprende per la sua capacità, unica, di capire le persone, di tenere insieme un gruppo, dando molto a tanti, anche nei momenti difficili.


Incontrerete persone autentiche e non personaggi, conoscerete teorie poco ortodosse ma provate sul campo, come il “rischio pecora”. Gino Strada ci ha lasciato tanto, le sue parole scritte sono un ulteriore dono di cui consiglio di avvalersi. Perché con questa testimonianza e soprattutto con il suo esempio ci ha dimostrato che il concetto di utopia è solo nella nostra mente, qualcosa che non è stato ancora fatto ma che si può realizzare se ci si crede. E forse allora un giorno l’espressione “Al salam alekkum” –  “Che la pace sia con te” potrà diventare finalmente una realtà e non più solo un’idea.

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CAMBIARE L’ACQUA AI FIORI di Valérie Perrin

CAMBIARE L’ACQUA AI FIORI di Valérie Perrin

Titolo: Cambiare l’acqua ai fiori
Autore: Valérie Perrin
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 10 luglio 2019
Editore: Edizioni e/o

TRAMA


Violette Toussaint è guardiana di un cimitero di una cittadina della Borgogna. Ricorda un po’ Renée, la protagonista dell’Eleganza del riccio, perché come lei nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una storia piena di misteri. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale.

Un giorno un poliziotto arrivato da Marsiglia si presenta con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino nella tomba di uno sconosciuto signore del posto. Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime che parevano nere si rivelano luminose.

RECENSIONE


I cimiteri sono luoghi di culto e di preghiera dove trovano sepoltura i defunti, da sempre accolgono parenti e amici addolorati che si recano a visitare le tombe dei loro cari persi per sempre.

A volte sono anche luoghi culturali, che per la presenza di monumenti antichi e di storie affascinanti diventano addirittura meta di visite turistiche.

In un paesino della Borgogna, con pochi abitanti che si conoscono tutti tra loro, il cimitero è arricchito dalla curiosa figura di Violette.

Violette ne diventa la guardiana ereditando il ruolo da Sasha, il suo predecessore, e facendo tesoro dei suoi insegnamenti.


Mi piace ridere della morte, prenderla in giro. È il mio modo di esorcizzarla, così si da meno arie. Burlandomi di lei permetto alla vita di prendere il sopravvento, di avere il potere.


Da subito si rende conto che non sarà semplice, ma se state pensando a qualcosa di macabro sono pronta a smentirvi; Violette giorno dopo giorno impara a coltivare l’orto, ad aiutare i fiori a sbocciare a curare le tombe ma soprattutto ad ascoltare i vivi, mantenendo un grande rispetto per ogni tipo di dolore che le capita di incontrare.

D’abitudine non chiude mai la porta della sua casa, e ogni pomeriggio sorseggia il thè insieme ad un uomo che ha da poco perso sua moglie o ad una madre che piange la morte di suo figlio, parlando dei loro cari, e cercando insieme motivi per ricordarli sorridendo.


Prendersi cura del cimitero vuol dire prendersi cura dei morti che vi riposano e rispettarli. Nel caso non siano stati rispettati da vivi, che almeno lo siano dopo morti. Sono sicura che vi sono sepolti anche molti stronzi, ma la morte non fa distinzione fra buoni e cattivi. E poi, chi non è stato un po’ stronzo almeno una volta nella vita?


Mi sono lasciata finalmente incuriosire da questo libro, che stato un vero e proprio caso editoriale, e devo dire che sono stata travolta da un’avventura intensa e molto coinvolgente.

Grazie alle descrizioni particolareggiate, è stato facile immaginare Violette nella serietà del suo ruolo, vederla coltivare i suoi fiori, e restare stupita dalla potenza delle parole dette e non dette che mi hanno regalato emozioni contrastanti ed autentiche.

La narrazione si estende tra passato e presente, legando al meglio ogni episodio e portando con sé un intreccio di esistenze l’una complementare all’altra raccontate in modo perfetto, che fanno di questo libro una storia davvero da ricordare.

Perdere una persona cara è un dolore grande, si fa fatica ad accettarlo, tanto che a volte diventa difficile reagire e comprendere che la vita deve andare avanti; non importa a che età il nostro amato ci lascia, sarà sempre una perdita che influisce nell’andamento della nostra esistenza.

Violette ha un trascorso molto triste, e lei stessa porta nel cuore il dolore della perdita, ma decide di provare ad usarlo come forza per aiutare gli altri.


Sono stata molto infelice, addirittura annientata, inesistente, svuotata. Sono stata come i miei vicini, ma in peggio. Le mie funzioni vitali continuavano, ma senza me dentro, senza la mia anima, che a quanto pare, a prescindere da che uno sia grasso o magro, alto o basso, giovane o vecchio, pesa ventuno grammi.


E con i suoi abiti colorati, indossati sotto cappotti a tinta unita lascia capire che nonostante le esperienze negative è pronta a voltare pagina provando ad essere di nuovo felice.

Ogni giorno invita i parenti a raccontarle degli aneddoti sul defunto così da tenere un diario che possa fungere da memoriale e fare in modo che questa persona non venga mai dimenticata.


Nei primi anni era devastata. Il dolore toglie la parola. Oppure fa fare sciocchezze. Poco a poco aveva ritrovato la strada per comporre frasi semplici, chiedere notizie degli altri, notizie dei vivi.


Noi possiamo essere questo memoriale, i ricordi delle persone che se ne vanno, se lo vogliamo potranno essere sempre vividi dentro di noi, e ogni loro sorriso, parola o insegnamento diventare parte della nostra vita.

Solo così resteranno vive nel nostro cuore, per sempre, e solo così potremmo avere la nostra serenità.

Vi consiglio di immergervi in questa storia che apparentemente vi potrà sembrare triste e malinconica, ma leggendo vi accorgerete quanto possa trasmettere forza e speranza, per trascorrere al meglio ogni giorno, guardando al futuro con sguardo puro e avido di vita.

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AL DI LA’ DELLE COSE SCONTATE di Emanuele Mazzocco

AL DI LA’ DELLE COSE SCONTATE di Emanuele Mazzocco

Titolo: Al di là delle cose scontate
Autore: Emanuele Mazzocco
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 4 Febbraio 2018
Editore: Self Publishing

TRAMA


In un giorno di luglio, Samuele dà l’ultimo addio a Mario, suo migliore amico e compagno di escursioni. Il racconto riprende poi dagli eventi del dicembre precedente, quando il ragazzo si laurea a pieni voti in economia aziendale. Un senso di angoscia lo opprime riflettendo sul futuro da affrontare e sul minor tempo che potrà dedicare alla montagna, per lui sinonimo di pace e ritmi di vita umani. Mario gli consegna il suo regalo di laurea: i biglietti per andare insieme a Buenos Aires. Sull’aereo, Samuele conosce Ana, una bellissima ragazza italo-argentina che studia a Napoli e condivide la sua passione per Springsteen, e lo accompagnerà per le vie più vivaci di Baires. Tornato in patria, Samuele si dedica esclusivamente alla ricerca di lavoro. I colloqui lo lasciano sempre più spaesato, facendolo sentire come una cavia in un esperimento scientifico. Intanto, lui e Ana sfruttano ogni occasione per vedersi. Per il ragazzo arriva la possibilità di lavorare tre mesi in Belgio, dove Ana lo raggiunge. I due però non riescono a stare molto insieme, perché l’ufficio assorbe tutto il tempo e le energie di Samuele, trascinandolo in una grigia routine. Ma il destino è in agguato in modi imprevedibili, che metteranno Samuele davanti a bivi fondamentali per la sua vita… 

RECENSIONE


Non voglio affrontare il futuro, Mario, mi capisci? Provo angoscia perché questo mondo non fa per me. I suoi canoni, i suoi ritmi. Io amo la montagna, e la montagna ha il ritmo della pace. Penso al futuro e tremo. Che cazzo farò?


Quanti di noi hanno ricordo di quei momenti della giovinezza in cui si è sopraffatti dall’incertezza del futuro, chi non ha pensato almeno una volta ad esso e non ha tremato come il protagonista di questo romanzo?

Samuele incarna ahimè una grande fetta dei giovani neolaureati del nostro paese che sempre più tardi e con sempre maggiore difficoltà cercano uno sbocco lavorativo che faticano a trovare e che spesso li costringe ad allontanarsi dalle piccole provincie se non proprio dall’Italia.

Questo libro non vuole essere una difesa a spada tratta delle generazioni di giovani, infelicemente definiti choosy da politici del passato, né vuole avere la falsa pretesa di affrontare la complessa questione dell’occupazione nel nostro paese.

Emanuele Mazzocco regala semplicemente un diario, la messa per iscritto di tutte le emozioni, le paure, le incertezze che tutti noi almeno una volta abbiamo provato di fronte alla prospettiva del futuro, non solo lavorativo.

Sono pagine che disegnano quei passaggi che si devono affrontare nella vita perché fanno parte della crescita, dell’evoluzione come individui, di una presa di coscienza sui nostri obiettivi e desideri.

Il domani raccontato nel libro spaventa non solo perché ha tutta la sostanza del cosiddetto passo verso l’ignoto, ma perché questo passo potrebbe facilmente diventare una catena.

Quella che ci imprigiona ad un sistema che finisce per renderci tutti uguali, schiavi di ritmi che non hanno niente a che vedere con la realizzazione personale ma con l’ uniformarsi ad una società che corre, spersonalizza, appiattisce, in nome del profitto, dell’apparenza, della forma a discapito della sostanza .


Ripensai ai colloqui del mese precedente. Al linguaggio utilizzato, alla competizione, alla corsa tramutata in affanno, alla meccanizzazione della vita, agli schemi, alla maledetta matassa ingarbugliata del mondo moderno.


L’irrequietezza che manifesta Samuele è non solo infatti il timore che può provare un giovane che si trova a dover oltrepassare definitivamente la soglia della spensieratezza per entrare a tutti gli effetti nel mondo adulto.

Oltre a ciò, con grandi spunti filosofici e pensieri riflessivi Emanuele Mazzocco esplora anche un altro tipo di inquietudine in cui mi sono perfettamente identificata in tempi passati, che è quella dell’essere schiacciati dai ritmi frenetici, competitivi, opprimenti di un modo di vivere che non lascia più spazio alle cose che contano.

Una inquietudine che viene ben rappresentata nel libro dalla contrapposizione alla passione per la montagna dove tutto è più lento, in connubio con la natura, riflessivo, rigenerante.


Ma la montagna è così, non ti aspetta. Devi essere pronto a un piccolo sacrificio per godere di un tesoro più grande. Non sei tu a dettare i ritmi ma è lei che ti condiziona, inevitabilmente.


Per raccontare questo viaggio di crescita, di consapevolezza e di maturazione del giovane Samuele, la prosa semplice ma profonda dell’autore si avvale in modo egregio del simbolismo proprio con la montagna e con il viaggio.

Il romanzo è diviso in tre parti all’interno delle quali osserviamo il cammino del giovane connesso con i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue paure, in cui è immediato e spontaneo ritrovarsi.

Sarà un vero e proprio viaggio in Argentina a diventare la soglia che egli dovrà attraversare per iniziare questo percorso di presa di consapevolezza, quasi una sorta di portale.

La descrizione dei luoghi, degli abitanti e delle usanze di questo paese è talmente vivida da sentirsi dentro ad una serie di cartoline suggestive e colorate.

Un incontro fortunato proprio in questo paese sarà un raggio di sole nel buio dell’incertezza nei confronti del futuro e del tipo di vita che si desidera.


Era lei. Nessun dubbio, era lei. Era lì che mi aspettava. Era lì su quell’aereo che non avrei mai preso se il mio migliore amico non avesse deciso di portarmi con sé in Argentina.


E poi c’è l’altra grande e silenziosa protagonista del romanzo che è la montagna con la sua forza, la sua tranquillità, la bellezza dei paesaggi e la sfida della salita che simbolicamente è proprio quella da intraprendere per arrivare a trovare il proprio posto nel mondo, raggiungere la cima.

Una passione questa per la montagna di cui le pagine sono talmente dense da oltrepassarne la superficie per arrivare al cuore, sentendoci anche noi immersi nella bellezza e nella pace di questi luoghi impervi ma che proprio per questo mettono alla prova non solo il corpo ma anche lo spirito.


«È poesia. È libertà. Una libertà comoda e intangibile. Che ti prende e ti culla offrendoti un’esperienza estrema. Lassù sei solo tu con la natura, con i tuoi limiti da sorpassare e gli occhi da spalancare».

Il mare fa sognare. La montagna fa riflettere.


Di riflessioni il protagonista ne fa tante e ispira quindi il lettore a fare altrettanto, e saranno generate oltre che da questo momento di passaggio così spaventoso, anche dai rapporti che il protagonista intesse con gli altri personaggi di contorno con cui è stato immediato empatizzare per il realismo e l’umanità con cui sono tratteggiati.

Il gruppo di amici detti i “furbetti” , il migliore amico Mario di una saggezza unica, un padre assente, una fidanzata lontana.

Tutte relazioni che formano, modellano, arricchiscono, insegnano.

Perché in questo libro c’è veramente tutto quello che conta nell’esistenza e che allo stesso tempo però ci mette alla prova, mettendoci davanti alle difficoltà, le imperfezioni, le insicurezze che caratterizzano l’essere umano e da cui poi scaturiscono errori che chiunque può trovarsi a compiere.

Un’amicizia meravigliosa che è il cardine dell’intera narrazione merita una menzione speciale perché diventa un faro che illumina il buio in cui si trova Samuele davanti alla decisione di quale strada intraprendere, un rapporto con i genitori conflittuale, una relazione amorosa intensa ma da costruire, tutti elementi decisivi nel processo di ricerca di sé che intraprende il giovane.


«Vedi, Samuele, un vecchio professore mi disse che la vita non è sempre facile. Non sempre va come ce la immaginiamo. Ma nell’esistenza di ognuno di noi esiste un’asticella. Quella è l’asticella della felicità. Un giorno potrà essere alta, altissima. Tanto alta da farci uscire il cuore dal petto per la gioia. Un altro giorno invece sarà talmente bassa che altri potranno camminarci sopra. In realtà quello che importa è cercare di mantenere l’asticella in equilibrio, possibilmente verso l’alto, bilanciando i momenti grandiosi con quelli bui. Solo in questo modo potremo vivere in serenità con noi stessi.»


Che poi in realtà si tratta proprio di questo, nella rincorsa quotidiana a cui assomiglia sempre di più il vivere, al di là delle cose scontate quello che tutti desideriamo trovare è la serenità, prima di tutto con noi stessi.

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L’ASTRONAUTA DAL CUORE DI STAGNO di Massimo Algarotti

L’ASTRONAUTA DAL CUORE DI STAGNO di Massimo Algarotti

Titolo: L’astronauta dal cuore di stagno
Autore: Massimo Algarotti
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 10 Maggio 2021
Editore: O.D.E. Edizioni

TRAMA


Nove mesi per prepararsi ad accogliere Zoe: c’è un mondo da disegnare, da creare, una stanza da preparare con amore e perseveranza, soprattutto quando la solitudine piomba all’improvviso nella vita di Aleida.

Zoe è una bambina che nasce con gli occhi chiusi a causa di una stella filante che voleva solo abbracciarla più forte. Grazie alla vicinanza di Selima, immensa amica, di suo padre e di un nuovo compagno, Aleida scopre che il destino traccia un solco su cui la vita affonda sempre le proprie radici per costruire, in ogni caso, un futuro.

Un viaggio che porta con sé Santa Lucia, Caravaggio, il Petrichor e un’Astronauta dal cuore di stagno.

RECENSIONE


Quando pensiamo ad un viaggio solitamente siamo portati a considerarlo un evento positivo, gioioso, carico d’aspettativa, un misto di sensazioni che vanno dall’attesa alla curiosità, forse un po’ di incertezza, fino al sapore dolce o elettrizzante del raggiungimento della meta.
L’astronauta dal cuore di stagno racconta proprio un viaggio, uno dei più importanti nella vita di una donna, quello dell’attesa di una nuova vita che deve nascere, ma la cui tappa finale in questo caso avrà tutt’altro sapore di quello che ci si aspetterebbe.
Ciò non di meno è un viaggio che invito a intraprendere facendovi portare per mano dall’autore che con una prosa delicata, poetica, raffinata, mai banale e capace di emozionare ad ogni passaggio, vi farà vedere uno scorcio di vita vera da un punto di vista incredibilmente originale.
Ispirandosi a una storia reale Massimo Algarotti racconta il momento in cui l’esistenza di Aleida oltrepassa una soglia.
Quella che la porterà dall’essere una giovane ragazza con i propri sogni e insicurezze, una diciannovenne che fantastica sullo spazio e sulle stelle, a diventare non solo una donna ma soprattutto una madre.


Ho diciannove anni e sognare è lecito e rincorrere i sogni è un dovere e questo lo so perché me l’ha sempre detto anche mio padre, un eterno Peter Pan con il cuore di stagno.


Scoperta una gravidanza inattesa, sarà proprio questo percorso fatto di cambiamenti, sogni, desideri, progetti, tutto ciò che costituisce di fatto l’attesa di questo incredibile evento, il corpo principale della narrazione.
Un viaggio quindi che faremo con Aleida come se potessimo anche noi poggiare le mani sulla sua pancia che cresce lentamente, e porteremo quindi insieme a lei le aspettative, la gioia, i timori, tutte quelle sensazioni che accompagnano un evento la cui portata trasforma la nostra identità, dopo il quale non si è più gli stessi.
In un’alternanza di flashback che accompagnano il lettore tra passato e presente con uno stile quasi onirico, costellato di simboli, metafore, evocati dalla natura e dall’arte, si scatenano pensieri ed emozioni tra le più disparate, un misto di commozione, stupore, paura, meraviglia.
Tanto giovane quanto forte, questa ragazza è il simbolo di quanto l’amore possa resistere al dolore più dilaniante, un esempio di resilienza che si fa tangibile.
Perché questa è una storia dolorosa e se deciderete di avvicinarvi ad essa fatelo con questa consapevolezza ma senza paura perché la bellezza che avrete di ritorno sarà valsa qualche momento di apnea.
Le emozioni saranno a volte soverchianti, in alcuni momenti ho dovuto interrompere la lettura, scacciare il nodo in gola, respirare e riprendere.
Essendo ispirata ad una storia reale si soffre certamente, come accade nella vita, ma se alcuni capitoli lacerano il cuore altri invece lo accarezzano, meravigliano, facendo assaporare dolcezza e tenerezza in un perfetto equilibrio tra dolcezza e dolore.
Grazie anche alla caratterizzazione dei personaggi che fanno parte del microcosmo di Aleida.
Personaggi che smettono di vivere sulla carta per uscire dalle pagine diventando persone reali e insieme simboli : di una bellezza dell’animo a cui aspirare, del significato di famiglia, quella che seppur con le proprie imperfezioni tutti vorremmo accanto, composta da individui solidi, presenti, comprensivi, amorevoli, onesti.


Sapere che mio padre accoglierà sempre le persone a me care mi rassicura. Sapere che chi mi vuol bene troverà sempre le porte di casa aperte è una certezza che ho, come una piccola carezza.


L’autore esplora le molteplici emozioni e le difficoltà della genitorialità da più prospettive, e nello stesso tempo parla dell’amore filiale perché va da sé che le due cose non possono essere disgiunte.
Un legame così indissolubile se ci pensiamo che trova espressione ancora prima della nascita, nell’unione fisica con il cordone ombelicale.


Essere genitori è il risultato di una sottrazione: io e te, meno il tempo, meno la pazienza, meno la libertà, uguale “Noi”. Allora sì, forse funziona. Ma per farlo funzionare bisogna accettarlo e capire che il risultato è molto più bello di quell’equazione che è la Vita.


Gli spunti di riflessione sono tanti e salgono all’attenzione del lettore indirettamente con l’utilizzo di immagini, pensieri, simboli, così particolari che non te li aspetti e che danno al libro quel sapore fuori dall’ordinario che mi ha conquistata subito e che è la marcia in più che fa di questo libro un piccolo capolavoro, una preziosa rarità.

Una rarità che salta agli occhi anche e soprattutto per il garbo e la grande delicatezza con cui l’autore in un momento storico in cui amore e possesso spesso si confondono, in quest’opera attraverso le vicende di Aleida rende un bellissimo omaggio alle donne, quelle con la D maiuscola.

Come scrigno di forza, bellezza, custodi del dono della natalità, capaci di un amore incondizionato che valica i confini del presente per restare indelebile.


Le Donne come te, quelle di cui abbiamo più bisogno perché sono le Donne che sognano quelle che hanno capito veramente la realtà e che dalla realtà non si fanno intimorire, ma la sanno affrontare, con lo sguardo fiero e la testa alta, con il cuore colmo e con un bianco/ nero, dentro/ fuori che separa il mondo in buoni e cattivi, in bene e male.


Una playlist di emozioni insomma, che Massimo Algarotti vi regalerà anche sotto forma di musica, una canzone per ogni capitolo che a sua volta ha un titolo che fotografa un pensiero, un sentimento, un attimo. Una cover essenziale che meglio non poteva rappresentare l’anima del libro, il suo perfetto manifesto.
Attenzione ai dettagli, orpelli dosati alla perfezione, mirati, che non solo danno un senso di completezza all’opera, ma restano scolpiti nella memoria facendovi toccare l’arte nella forma del Caravaggio, di Santa Lucia, rievocando il profumo del Petrichor o l’immagine di un piccolo astronauta che prende il volo verso una casa di stelle e galassie.
Un epilogo che fa scorrere lacrime, copiose quanto sono scese le mie, ma nonostante tutto o forse proprio per questo non posso che ringraziare l’autore.
Perché mi ha regalato un libro non facile, ma che proprio per questo vale lo sforzo di resistere ai momenti in cui il cuore si spezza per poi ricomporsi.
Nell’eterna consapevolezza che ricostruirsi dalle proprie macerie, cambiati, ma più forti è doveroso e inevitabile, traendo forza da coloro che ci amano e con cui dobbiamo andare incontro al futuro.
Un futuro incerto sicuramente ma verso cui orientarsi senza timore, perché come ricorda l’autore non v’è da aver paura delle cose belle che entrano nella nostra vita, anche quando possono far male.


Nulla è per caso e anche nei momenti più bui dobbiamo essere pronti ad accogliere la bellezza nelle nostre case, nelle nostre giornate, nei nostri pensieri, nelle nostre battaglie quotidiane. Perché della bellezza non c’è mai d’aver paura.


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LA BICICLETTA NERA di Stefania P. Nosnan

LA BICICLETTA NERA di Stefania P. Nosnan

Titolo: La bicicletta nera
Autore: Stefania P. Nosnan
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: 3 Novembre 2018
Editore: Bertoni Editore

TRAMA


Milano 1943.

Emma Loreti non sa cosa le riserva il futuro. Proviene da un piccolo paese del centro Italia dove la sua amata famiglia è stata trucidata dai tedeschi. Ha ancora presente, davanti ai suoi occhi, l’immagine della sorellina e dei suoi genitori distesi nella polvere. Per dimenticare quel terribile momento e il dolore che le annienta il cuore, sale sul primo treno in partenza verso nord. Viene accolta da una Milano bersagliata e ferita dai bombardamenti alleati. Proprio quando decide di andarsene dalla città conosce Umberto Tomat, capitano del Regio Esercito. Il giovane ufficiale, originario di Udine, è assieme al suo plotone in attesa degli ordini che sembrano non arrivare mai. Tra quella moltitudine di soldati tedeschi e italiani ammassati alla stazione, l’incontro tra Emma e Umberto li porterà a vivere intensamente il sentimento appena nato, che cambierà il loro presente e il loro incerto futuro. Il cambio di alleanze dell’8 settembre 1943, deciderà il destino di una Nazione, ma anche quello dei due giovani. Umberto e i suoi camerati si schiereranno contro i tedeschi dirigendosi verso est, nei territori denominati “Zona d’operazioni del Litorale Adriatico”, combattendo per la loro salvezza e la liberazione della loro terra. Emma partirà per Venezia dove soggiornerà alcuni mesi, abbracciando le idee della Resistenza per sconfiggere l’oppressore. Quando la situazione diventerà insostenibile si sposterà a Udine per ricongiungersi con il suo amato capitano. Il romanzo è tratto da una storia realmente accaduta, fatta di coraggio, lotta e sentimento che, in un momento tragicamente storico, porterà i due giovani a dividersi e amarsi da lontano.

RECENSIONE


Il romanzo è ambientato nel nord Italia durante la seconda guerra mondiale. Un periodo storico dove la paura serpeggia tra la popolazione, sempre allerta a correre nei rifugi appena suonano le sirene, senza cibo, i più fortunati hanno ancora una casa e un orto da cui trarre il sostentamento; gli uomini sono  chiamati alle armi e il più delle volte non fanno ritorno e le donne, rimaste sole con i figli, cercano di sopravvivere alla fame e all’orrore. I soldati italiani sono in un momento di sbandamento perché si ritrovano attaccati dai tedeschi, armati e troppo vicini, fino a ieri loro alleati e improvvisamente, diventano un  bersaglio facile. Sono giovani soldati stremati dalle perdite e dalla fame, senza armi sufficienti a combattere e senza supporto né direttive dal comando centrale, praticamente lasciati soli a morire.

La vita è incerta per tutti: c’è chi si nasconde e chi rimane, combatte come può e ricostruisce quel poco che gli è rimasto. E poi c’è chi non ha più nulla che fugge, senza avere però un posto sicuro dove poter andare. Tutte queste sensazioni di sofferenza, disagio, frustrazione e paura emergono dalle pagine del romanzo grazie alla scrittura coinvolgente dell’autrice e alla trama, arricchita da nozioni storiche accurate. In questo clima di insicurezza e di angoscia si incontrano, per caso alla stazione di Milano, Emma in cerca di un treno per fuggire dalla guerra e Umberto, Capitano del Regio Esercito, che la combatte questa guerra e che con il suo plotone aspetta un treno che tarda ad arrivare. La stazione è spettrale con gente che vaga smarrita, cumuli di macerie dappertutto, valige con una vita di sacrifici dentro, soldati italiani stanchi, feriti nel corpo e nell’anima e soldati tedeschi fieri e sfrontati nelle loro impeccabili divise. Un silenzio irreale che avvolge tutto viene spezzato improvvisamente da sirene e ordigni che esplodono e seminano terrore e sangue. Quando tutto si placa ecco che arriva alle orecchie il cigolio fastidioso di un treno merci: non trasporta viveri ma lamenti, sussurri, lacrime, braccia protese in cerca di aiuto e odore di morte. Appena i due giovani si guardano, pochi scambi di  parole ed è una simpatia immediata, un colpo di fulmine che si concretizza in un sentimento forte; e per tutta la storia si penseranno e cercheranno di rincontrarsi. Da una parte c’è la morte e la distruzione, dall’altra c’è la vita e la speranza di costruire un futuro insieme.


“Emma percepiva solo loro due, non esisteva più la guerra, il dolore e la perdita delle persone care. Non c’erano più macerie, gente che piangeva per la strada e il suono delle sirene. Il mondo si era fermato a quel momento e non voleva preoccuparsi di altro.”


I due protagonisti sono attorniati da tanti personaggi che vivono le medesime incertezze e paure, persone coraggiose che a fatica si rialzano, chi ferito, chi senza forze, chi senza più nulla. Ma si rialzano, tutti con la voglia e la determinazione di andare avanti e di farcela. Anche se è evidente il pericolo e la sconfitta è dietro l’angolo. Nessuno si ferma, nessuno urla, ci si asciuga le lacrime e si va avanti. Un merito va anche agli uomini e alle donne che audaci e combattivi entrano nelle file della Resistenza e affiancano l’esercito. Un libro triste e doloroso dove però emerge la forza dell’amore, non solo tra due persone; l’amore universale inteso come sostegno, aiuto, responsabilità, protezione.

Quello che mi è rimasto impresso di questa storia, a parte le immagini della guerra e della miseria, è la bicicletta nera che dà il titolo al romanzo; l’ho vista sfrecciare fiera in mezzo alla campagna  con il suo cestino pieno di prodotti da vendere. Mentre la  frase che invece ho ancora in testa è


“La guerra rubava vite restituendo solo dolore e piastrine arrugginite”


Parole dure  per ricordare i caduti e per non dimenticarli mai.

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LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti

LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti

Titolo: Le otto montagne
Autore: Paolo Cognetti
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona (Pietro)
Tipo di finale: chiuso
Editing: ottimo
Data di pubblicazione: Aprile 2016
Editore: Einaudi

TRAMA


Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po’ scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l’orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia.
Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo «chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso» ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lí, ad aspettarlo, c’è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche.
Iniziano cosí estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri piú aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, «la cosa piú simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui». Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito piú vero: «Eccola lí, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino». Un’eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.

RECENSIONE


Un vecchio nepalese disegna nel terreno una ruota divisa da otto raggi, poi afferma: “Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. … “Avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?”.


L’incontro che si racconta in questa citazione tra il vecchio nepalese e Pietro, protagonista e voce narrante di questo libro, avviene solo nella seconda metà del racconto, eppure si può dire che è in questo passaggio che si concentra il significato profondo dell’opera “Le otto montagne” di Paolo Cognetti.
Un romanzo potente che racconta la storia di un’amicizia tra due ragazzi, Pietro e Bruno, divenuti poi adulti, così diversi da sembrare inconciliabili. Ma spesso sono proprio i poli opposti che si attraggono, fino ad assomigliarsi e completarsi.

Pietro è un ragazzino ombroso, introverso, che ha sempre vissuto in città, insieme ai genitori di origine veneta e amanti della montagna, luogo prediletto dal padre e dove ogni estate trascorrono le vacanze lontano dall’odiata città.
A Grana, piccola località montanara, Pietro conosce Bruno, suo coetaneo che a differenza sua non è mai uscito dal suo paese ed ha già abbandonato la scuola per lavorare nell’alpeggio della famiglia come pastore.

Dal loro primo incontro i due ragazzini instaurano un legame indissolubile che li terrà uniti per tutta la vita.


Quella sera nel mio letto faticai ad addormentarmi. Era l’eccitazione a tenermi sveglio: venivo da un’infanzia solitaria, e non ero abituato a fare le cose in due. Credevo, anche in questo, di essere uguale a mio padre. Ma quel giorno avevo provato qualcosa, un improvviso senso di intimità, che allo stesso tempo mi attirava e spaventava, come un varco su un territorio ignoto.


Un’amicizia che nasce tra due personalità simili, introverse e taciturne, più capaci a comunicare e comprendersi tramite gli sguardi che con le parole. Un rapporto fraterno che diviene collante delle loro vite, in cui le fughe e i ritorni di Pietro, che cresce sempre più tormentato e in cerca di una sua identità, si controbilanciano al radicamento di Bruno, sempre più attaccato a non lasciare la sua valle.

Ed è in questo contrasto che risiede l’essenza del libro, riportando al passaggio iniziale della leggenda delle otto montagne raccontata dal vecchio nepalese a Pietro durante uno dei suoi viaggi. Sarà Pietro che dopo aver vagabondato per il mondo e spinto dalla sua viscerale attrazione per i monti, o l’amico Bruno, che non ha pressoché mai abbandonato le montagne dove è cresciuto, ad aver imparato di più dalla vita?

Una storia dalla trama semplice che lascia così ampio spazio all’evoluzione psicologica ed esistenziale dei due protagonisti, reale forza motrice del romanzo. Un legame basato su un’intesa profonda, quasi atavica, che li compenserà gradualmente nei reciproci momenti del dolore e della perdita, che si alternano nelle loro vite. Durante la lettura si carpiscono i tratti emotivi e psicologici di Pietro e Bruno, rivelati dallo scrittore con naturalezza e autenticità, pur nella loro complessità.


L’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato.”


Due diversi percorsi di crescita che coinvolgono in modo straordinario, in cui l’irrequietezza di Pietro contrasta la tenacia di Bruno, lasciando al lettore la bellezza di capirne virtù e fragilità, forza e debolezza, senza giudizio alcuno.

Terzo indiscusso protagonista del libro è la montagna, non semplice luogo bensì potente metafora poetica, in grado di essere fredda e inospitale e allo stesso tempo accogliente e ristoratrice dell’anima.


«Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa».

La montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura.


Uno spazio mistico di meditazione, fatica, silenzio, pericoli che ripercorre le vite dei protagonisti attraverso lunghe distanze, sia geografiche che temporali. La voce narrante di Pietro accompagna il lettore con immagini suggestive dall’inizio alla fine, facendo percepire odori, sapori e permettendo di ammirare la purezza di luoghi descritti in modo realistico.


Il lago laggiú assomigliava a una seta nera, con il vento che la increspava. Anzi no, era il contrario di un’increspatura: il vento sembrava una mano gelida che ne spianasse le pieghe. Mi fece venir voglia di allungare le mie verso il fuoco, e poi tenerle lí a rubargli un po’ di calore.


Un libro magnetico da leggere per sperimentare la bellezza del viaggio, non solo quello fatto di spostamenti bensì quello interiore, in cui ritrovare il significato intimo della propria esistenza e del nostro posto nel mondo.

«Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand’ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna.
Sí, parla proprio di questo»

(Paolo Cognetti).

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