FAME D’ARIA di Daniele Mencarelli

FAME D’ARIA di Daniele Mencarelli

Titolo: Fame d’aria
Autore: Daniele Mencarelli
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 17 gennaio 2023
Editore: Mondadori

TRAMA


Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D’un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant’Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall’auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l’auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant’Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c’è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all’inferno. “I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione.” Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all’altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l’umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con “Fame d’aria”, Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l’amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

RECENSIONE


Questa recensione nasce non solo dopo aver letto il nuovo libro di Daniele Mencarelli ma anche dopo aver assistito alla presentazione del medesimo presso la rassegna “Romans D’autore.” 

Posso dire che sentir parlare questo scrittore è stata un’esperienza che ha dato un valore aggiunto alle riflessioni scaturite da questo libro, un piacere e un’emozione poter ascoltare un grande comunicatore come lui. 

Lo stesso tipo di comunicazione che egli mette nelle sue pagine, senza sconti, senza fronzoli, diretta, asciutta, intensa, forte, vera. 

Fame d’aria ne è un esempio, ultimo suo lavoro che tratta un tema di cui si parla poco o comunque superficialmente, come egli stesso afferma durante la presentazione. 

Un romanzo incentrato sulla disabilità vissuta dal punto di vista genitoriale, che mostra senza pudore alcuno (e fa bene a farlo secondo me) quanto un’esistenza come quella del protagonista possa consumare fino a lasciare il vuoto dentro e intorno. 

Pietro è un uomo a cui è capitato un figlio gravemente disabile, una disabilità che ha finito per fagocitare ogni altro aspetto della sua vita, schiacciato non solo dalla quotidianità con Jacopo, che necessita di assistenza assidua e continua, ma anche dalle gravi condizioni economiche in cui versa. 

Un mix letale per qualsiasi esistenza che voglia significare vivere e non solo esistere appunto, letale per il cuore di Pietro che un po’ alla volta negli anni finisce per inaridirsi. 

Un cuore che non sente più niente se non un odio profondo per un destino tragico. 


In quel momento, anche il suo dolore, quello che lo accompagnava dalla prima volta in cui gli comunicarono che il figlio era malato, assunse altra forma. Da dolore a repulsione. A odio. 


Un abito perfettamente cucito addosso a questa storia titolo e cover del libro che sebbene possano risultare inizialmente quasi disturbanti, risultano invece perfetti al termine della lettura. 

Perché bisogna dirlo questa è una storia a tratti disturbante, come lo è lo stesso Pietro durante lo scorrere della vicenda, un uomo svuotato, cinico, duro fino quasi a essere brutale. 

Non si può non comprendere però che ha tutte le ragioni per esserlo diventato, grazie ad una serie di flashback nella narrazione grazie ai quali intravediamo sempre più il fondo nero e buio del baratro in cui egli è imprigionato. 

Ed è fotografando attraverso le parole un’esistenza come purtroppo ne esistono molte simili a quelle di Pietro e Jacopo che Mencarelli denuncia due grosse piaghe della società odierna: l’isolamento e l’abbandono. 

Non ci sono persone accanto a questa famiglia ad alleviare le incombenze e le sofferenze di una vita completamente dedicata ad un altro essere umano che non può fare niente autonomamente né istituzioni. 

Un urlo forte quello dell’autore contro l’indifferenza, il disinteresse e la discriminazione in cui versano molte famiglie che ogni giorno fanno i conti con la disperazione e a cui vanno i suoi ringraziamenti al termine del libro: ai dimenticati. 


Quando Pietro ascoltò per la prima volta la voce di suo figlio esibirsi, ancora incerta ma piena di determinazione, in quelle due magnifiche sillabe, papà, si sentì realizzato come ogni uomo che si scopre riamato dal suo amore più grande. Poi venne la notte. Questa è l’immagine che Pietro ha del suo passato. Scese, senza furia, un tanto al giorno, una tenebra più fitta della morte. 


Ecco perché il titolo del libro è incredibilmente centrato perché è proprio questa la sensazione che si avverte ad entrare nei pensieri di Pietro, la mancanza di ossigeno. 

La sensazione che suscita vivere in una notte eterna come è la vita di questo personaggio è infatti l’apnea, e il buio evoca proprio uno spazio chiuso, piccolo, soffocante che sta a simboleggiare la vita del protagonista, cioè un’esistenza senza via d’uscita, una scatola chiusa in cui non filtra aria e da cui è impossibile uscire. 


Ha fame d’aria. È come se la realtà gli si stringesse addosso. 


Mencarelli racconta infatti un dolore a cui non c’è rimedio che mette alla prova qualsiasi residuo di umanità. 

Ma spesso l’umanità stessa riesce a resistere dove non lo crederesti possibile, riesce ad assumere forme e modi inattesi, improbabili e impensabili, come un fiore che nasce dal cemento. 

In questo caso assume le fattezze di persone incontrate per caso, in un paese sperduto e in declino come Sant’Anna del Sannio che l’autore immortala nel cuore del lettore in questo bellissimo passaggio: 


Arroccata alla sua collina, illuminata da un sole stretto in mezzo a nuvole gigantesche, incombenti, Sant’Anna del Sannio si mostra nella sua piccolezza. Vista da così, nemmeno il cuore prosciugato di Pietro riesce a impedirsi quello che gli occhi comandano. È bella. Sant’Anna del Sannio è bella. Come quei presepi impolverati, buttati dentro scatole riposte in cantina, da anni utili a nessuno. 


Calzante questo riferimento ad un presepe abbandonato, un posto in cui il futuro sembra non poter entrare e che è lo scenario ideale per Pietro che non può immaginare un domani diverso dal proprio presente.  

Eppure proprio in questo piccolo paese dimenticato del Molise si nasconde la via della speranza, composta da una parola gentile, da un piatto caldo, da un sorriso sincero, da un panorama mozzafiato. 

Piccoli gesti, sguardi. 

Attimi, come quelli in cui Pietro trova un lieve sollievo, tra il sonno e il destarsi come se il sogno fosse l’unica via di fuga ad una realtà invivibile. 

Ecco cosa vuole dirci l’autore: la bellezza è fatta di piccole cose ma sono proprio queste a salvarci. 

E se non ci salvano per lo meno ci mostrano che può ancora esistere speranza. 

L’AMICO RITROVATO di Fred Uhlman

L’AMICO RITROVATO di Fred Uhlman

Titolo: L’amico ritrovato
Autore: Fred Uhlman
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 27 dicembre 2012
Editore: Feltrinelli

TRAMA


Nella Germania degli anni Trenta, due ragazzi sedicenni frequentano la stessa scuola esclusiva. L’uno è figlio di un medico ebreo, l’altro è di ricca famiglia aristocratica. Tra loro nasce un’amicizia del cuore, un’intesa perfetta e magica. Un anno dopo, il loro legame è spezzato. “L’amico ritrovato” è apparso nel 1971 negli Stati Uniti ed è poi stato pubblicato in Inghilterra, Francia, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, Spagna, Germania, Israele, Portogallo. Introduzione di Arthur Koestler.

RECENSIONE


Ci sono temi e argomenti di tale durezza e dolore a volte che si pensa sia possibile parlarne solo in certi termini, come se la violenza e l’odio potessero essere raccontati solo mostrandola spietatamente e senza filtri. 

Non è così. 

Spesso si può parlare di dolore solo facendolo filtrare tra le righe, come un sottofondo che fa capire la drammaticità di certi eventi proprio invece grazie a parole del tutto opposte: quelle sull’amore, sui sogni, sull’amicizia, sulla giovinezza. 

Fred Hulman lo ha fatto, raccontando di un’amicizia tra due sedicenni nella Germania degli anni più terribili della storia. 

L’amico ritrovato racconta attraverso gli occhi e i ricordi di Hans ormai adulto la sua profonda per quanto breve amicizia con un nobile coetaneo ai tempi della scuola, Konradin, conte di Hohenfels. 


Poi con un gesto stranamente goffo ed impreciso, mi strinse la mano tremante. “Ciao, Hans,” mi disse e io all’improvviso mi resi conto con un misto di gioia, sollievo e stupore che era timido come me e, come me, bisognoso di amicizia. 


Di per sé le amicizie formatesi in giovinezza tendono a essere fatte di una lega dura, solida nella sua costruzione ma tenera nella sostanza composta di istinto, cuore, genuinità e sogni, perché la realtà delle esperienze non hanno ancora intaccato la purezza dello spirito. 

Se però a tutto ciò aggiungiamo il fatto che i due ragazzi in questione sono il figlio di un medico ebreo e il rampollo di una nobile famiglia filonazista negli anni 30 allora un legame così può assumere connotazioni ancora più importanti. 

Ce la farà un affetto così forte come quello tratteggiato a resistere ad un background agli antipodi, alle diversità di pensiero, di religione, al condizionamento delle famiglie, all’ideologia nascente e dilagante del disprezzo e dell’odio razziale? 

Tutto questo è condensato in poche pagine, perché più che un romanzo questa è una novella che però ha tutte le caratteristiche del romanzo, solo in miniatura, come viene spiegato nella prefazione: uno stile molto descrittivo, tanto da immergere il lettore nei verdi paesaggi della Svevia, nei suoi colli azzurrini, e nei profumi della Foresta Nera, dove i boschi scuri, odorano di funghi e di resina, una narrazione in prima persona volta a rievocare il passato, che avvicina molto il lettore al narratore e alla sua sensibilità di sedicenne immerso nelle fatiche adolescenziali, che si nutrono dell’insicurezza di sé e dell’ l’incertezza del futuro, in cui tutti possiamo riconoscerci nonostante il periodo storico differente. 


Non andavo mai a casa loro né loro venivano mai a trovare me. Un altro motivo della mia freddezza, forse, era che avevano tutti una mentalità estremamente pratica e sapevano già cosa avrebbero fatto nella vita, chi l’avvocato, chi l’ufficiale, chi l’insegnante, chi il pastore, chi il banchiere. Io, invece, non avevo alcuna idea di ciò che sarei diventato, solo sogni vaghi e delle aspirazioni ancora più fumose. Volevo viaggiare, questo era certo, e un giorno sarei stato un grande poeta. 


Man mano che si procede nella lettura si passa ad una narrazione che comincia a far intravedere il precipitarsi degli eventi, che annunciano l’oscurità che sta per ammantare la ridente e vivace Stoccolma. 


Il lungo e crudele processo che mi avrebbe portato a perdere le mie radici era iniziato e già le luci che avevano guidato il mio cammino si stavano affievolendo. 


Non si viene però afferrati dall’angoscia perché i terribili eventi che si stanno affacciando al presente dei due protagonisti vengono fotografati nella loro assurdità proprio attraverso i pensieri dei due ragazzi così presi, immersi e coinvolti nel fondamento del loro affetto amicale che i fatti storici finiscono per restare in secondo piano, sullo sfondo di cui parlavo all’inizio. 

Il lettore sa quale sarà la gravità e la portata di tali eventi ma sente, anche grazie alla profondità e al realismo descrittivo dell’ ambientazione sia fisica che temporale con cui l’autore racconta questo legame, che un affetto di tale portata in qualche modo dovrà per forza sopravvivere allo tsunami che sta per abbattersi sull’Europa e sul mondo. 

Il lettore spera quindi, perché è proprio la speranza che ha resistito nei tremendi anni del nazismo e della guerra. 

Una lettura questa che è stata assegnata a mio figlio quattordicenne per le vacanze natalizie e che mi è capitata quindi per caso, ma non a caso in questo periodo. 

Ho deciso di leggerlo ed è stata una scoperta, nella sua semplicità e brevità è stata una carezza, un tocco di tenerezza e nostalgia che mi hanno commossa. 

Adatta per questo sia a ragazzi che adulti. 

Da questo libro è stato tratto anche un film del 1989 di produzione francese per la regia di Jerry Schatzberg. 

Un racconto che commuove, per tutti coloro che desiderano ricordare e hanno ritrovato qualcosa o qualcuno nonostante pensassero di averlo perso per sempre. 


QUANDO TUTTO SEMBRA IMMOBILE di Roberto Emanuelli

QUANDO TUTTO SEMBRA IMMOBILE di Roberto Emanuelli

Titolo: Quando tutto sembra immobile
Autore: Roberto Emanuelli
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: ottobre 2022
Editore: Sperling & Kupfer

TRAMA


Roma, 2022. Erba appena calpestata, pini mossi dal vento e sale. È di questo che profuma il quartiere in cui Daniele è cresciuto. Un quartiere di periferia, dove tutti si conoscono e si aiutano, ma dove basta un attimo per prendere la strada sbagliata. Ed è qui che, dopo tanti anni, Daniele ha deciso di tornare per cercare conforto: Margherita, l’unica donna che ha mai amato, se n’è andata. Lui è distrutto ma non riesce ad ammetterlo. Con nessuno, nemmeno con gli amici che pure sono sempre al suo fianco. Daniele è fatto così: ha un universo di emozioni nascosto in fondo al cuore, ma non è capace di esprimerlo. La vita è stata dura con lui e gli ha insegnato che, per non soffrire, i sentimenti vanno celati, soffocati. È come se fosse paralizzato, in trappola, mentre una guerra silenziosa lo agita nel profondo. Una guerra che non può vincere. Contro se stesso, contro Margherita, contro il suo passato. Ma è proprio la lotta con il passato che lo porta a intraprendere un lungo e doloroso viaggio. Ciò che scoprirà alla fine del cammino, però, è che la felicità è sempre stata a un passo da lui. Perché, a volte, bisogna restare immobili per andare avanti.

RECENSIONE


Alcuni libri hanno il pregio di riuscire a trasportarci in una dimensione che è o è stata nostra, evocando l’essenza di un momento vissuto, la sensazione di dejavu, la familiarità con tratti caratteriali che ci appartengono, momenti dell’esistenza che sono o sono stati fotocopia della nostra.

La scrittura di Roberto Emanuelli è in grado di far sentire i pensieri e gli stati d’animo dei suoi personaggi, nodi in gola, nostalgia, inquietudine, tenerezza.

È attraverso il protagonista del libro, Daniele, un personaggio tra i più autobiografici tra quelli dei suoi precedenti lavori, che l’autore ci fa sentire tutto quello che anche questo protagonista prova e che si percepisce essere anche molto vissuto dell’autore.

Più di tutte rispetto alle altre Daniele ci fa percepire l’immobilità citata nel titolo.


Forse, mi dico, dovrei farmi aiutare, dovrei parlare con qualcuno: forse potrei convivere meglio con quello che ho dentro, con questa mia sensibilità troppo grande per un mondo che corre e corre e mi fa sentire piccolo, inadeguato, in affanno, indietro. Mi immobilizza. Ecco, mi sento immobile, affacciato a una finestra, a guardare la vita degli altri che passa.


Un’immobilità a cui la storia d’amore con Margherita non sopravvive e che lo costringe a una continua lotta con sé stesso e con la sua incapacità a manifestare le emozioni, a vivere sempre con il freno a mano tirato, atterrito dalla paura, dalla sensazione di inadeguatezza.

Vi è mai successo di sentirvi così?

Fermi, prigionieri, come con i piedi nel fango, incapaci di uscire da una dimensione, dalla solitudine, dalla prigione dello spirito?

Come afferma Roberto Emanuelli, provare l’immobilità dell’anima, sentirsi intrappolati dai nostri stessi pensieri, non riuscire a riempire quel buco interiore che divora da dentro può rappresentare una condanna.

Chi l’ha provato su di sé, chi ne è tuttora prigioniero e chi ci sta combattendo lo sa bene.

Potendo assistere alla presentazione del libro di persona ho constatato che anche l’autore lo sa bene e ha voluto condividerlo con i suoi lettori proprio attraverso questo protagonista, un uomo in lotta con le sue paure, incapace di esprimere le proprie emozioni, al contrario impegnato perennemente a soffocarle, schiavo delle sue ossessioni unico appiglio in una realtà che sembra subire, e che sono l’unica cosa che lo aiutano ad andare avanti.

Daniele è stato un personaggio che mi ha suscitato sensazioni opposte: da un lato la fatica del sentire questo dolore così impregnante in vari aspetti della sua vita e così familiare per alcuni aspetti, dall’altro il fascino esercitato da un uomo così problematico.

Credo che quest’ ultimo aspetto sia da ricondurre al fatto che quella stessa tenebra che lo avvolge e lo tormenta è anche il tratto che ne decreta la grande fragilità e di conseguenza la spiccata sensibilità.

Un dualismo che credo sia ben rappresentato da questo estratto:


Non so farmi scivolare facilmente le cose di dosso. Non ne sono mai stato capace. Io che mi innamoro delle stelle in quel cielo blu e illuminato, mentre dentro di me è tutto troppo buio e pieno di guerra per raccontarlo.


Daniele si fa attraversare dalle cose che gli si radicano dentro, non sa farle scivolare via e con lui le sentiamo anche noi lettori, incastrati sempre più pagina dopo pagina nella profondità di questo abisso che si apre anche al nostro sentire attraverso i suoi pensieri, ossessivi, cupi a volte, ostinati.


Questa fitta profuma di stazioni abbandonate, colme di malinconia e solitudine. Io le sento le cose, quando arrivano, quando restano, quando se ne vanno: è la mia condanna.


Una condanna verso cui comunque egli non si dimostra mai passivo: la guerra che sente dentro la combatte strenuamente, usando tutti gli strumenti che ha a disposizione e che è in grado di esercitare nella forma di atteggiamenti ossessivi, fobie, piccole manie.

È una lotta contro se stessi quella che ci racconta l’autore in cui la storia del protagonista non è niente altro che il tentativo di sopravvivere a questa guerra.

Ben costruita la narrazione in un’alternanza di presente e passato attraverso cui riusciamo a conoscere meglio Daniele e a cogliere sempre di più questo suo essere intrappolato, fin dai tempi della sua formazione.

Questa infatti è anche una storia che parla di famiglia e di quanto abbia il potere di plasmarci così come l’ambiente in cui nasciamo.

L’ autore ci racconta della sua amata Roma, dei suoi angoli meno luminosi, quelli di periferia dove non tutti si salvano ma nemmeno soccombono.

Ci racconta della paura dell’abbandono, della solitudine, di un sogno dalle forme di torte e meringhe, di fratellanza, di amici e amori e uno degli aspetti che più mi hanno colpita, anche dei profumi.

Il profumo di un luogo, di una situazione, di uno stato d’animo:


Che non è mai solo il profumo vero di quella cosa. Il mare, per me, non odora solo di mare, ma anche di mandarino, di albero di Natale, di albe al campeggio, di foglie mosse dal vento, di promesse che sapranno resistere a tutto senza infrangersi mai.


Lo fa utilizzando passaggi degni della poesia più sensibile, tracce disseminate sulle pagine di un cammino di crescita personale, fatto di consapevolezza e trasparenza che poi si rivela anche dal punto di vista artistico.

È lo stesso autore a raccontarlo in occasione del firma copie del libro a cui ho assistito durante il quale con totale onestà spiega come “Quando tutto sembra immobile” è coinciso con un nuovo percorso rispetto ai suoi libri precedenti e che corrisponde anche  all’aver affrontato disturbi e difficoltà proprie di un’anima sensibile, emotiva, a volte fragile.

«Il problema siamo noi esordisce davanti alle sue lettrici in quell’occasione.»

Una consapevolezza di cui Daniele è l’emblema e attraverso cui l’autore ci sta anche dicendo che è una lotta certo, ma una lotta che si può vincere, perché a forza di provarci dall’ immobilità si può uscire.

SCUOLA DI FELICITA’ PER ETERNI RIPETENTI di Enrico Galiano

SCUOLA DI FELICITA’ PER ETERNI RIPETENTI di Enrico Galiano

Titolo: Scuola di felicità per eterni ripetenti
Autore: Enrico Galiano
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 30 agosto 2022
Editore: Garazanti

TRAMA


Arriva un momento in cui si è convinti che non ci sia più bisogno di imparare. Ma basta un attimo per capire che le nostre sicurezze, spesso, sono solo un modo per far tacere la paura. Perché vivere intensamente è questo che fa: paura. E sono proprio i giovani a metterci davanti agli occhi una simile verità. Sono loro a rendere chiaro e lampante ciò che nella vita si è sempre saputo, ma non si sapeva di sapere. O ci si rifiutava di sapere. Capitolo dopo capitolo, Enrico Galiano ci porta a scuola di felicità. Una scuola in cui le lezioni sono piccole e grandi allo stesso tempo – sull’amore, il coraggio, la libertà – e impartite non da chi siede dietro la cattedra, ma dai ragazzi stessi. Scopriremo così che hanno ragione loro, quando ridono fino alle lacrime mentre gli adulti li osservano seri. Hanno ragione, quando amano fino a stare male mentre gli adulti li guardano con un sorriso accondiscendente. Hanno ragione, quando cadono, quando non capiscono, quando tartassano di domande finché ottengono una risposta chiara. Quando si arrabbiano perché non si sentono ascoltati. Grazie ai ragazzi, ci si rende conto che, per quanta strada si sia fatta, per quanta esperienza si sia accumulata, si è sempre eterni ripetenti. Eterni ripetenti alla scuola della felicità. Dopo “L’arte di sbagliare alla grande”, Enrico Galiano torna con un saggio che è come una giornata di sole dopo mesi di pioggia. Ci fa entrare nella sua classe ad ascoltare le voci e le storie di ragazze e ragazzi, e ci trasmette un’inaspettata leggerezza: leggendo queste pagine, nasce, spontanea, una voglia improvvisa di cominciare a vivere davvero.

RECENSIONE


La parola, uno strumento straordinario. 

Quante cose si possono fare con le parole: usarle per amare o per far del male, per costruire o per distruggere, per sognare, per capire, per conoscere. 

Ce lo racconta in modo molto affascinante e divertente un uomo che ha fatto di questo strumento pane quotidiano, mezzo per trasmettere, ma soprattutto per condividere, per tirare fuori conoscenze e attitudini, capacità e paure, passioni, idee e riflessioni. 

Il professore Enrico Galiano, (con una L come giustamente egli stesso spesso specifica) fa della parola seme che possa germogliare nei ragazzi a cui insegna e perché no anche nei cuori dei lettori a cui si rivolge con le pagine dei suoi libri. 

Insegnante e scrittore, dalle grandi capacità comunicative utilizzate anche in modo ironico ma “sempre sul pezzo” anche sui social. 

Ed è proprio perché utilizza mezzi disparati per comunicare pensieri e riflessioni sul nostro presente, sul nostro modo di vivere, sull’educazione, che è il suo mestiere, lo farei rientrare a pieno titolo nella categoria dei divulgatori: ecco secondo me, Enrico Galiano tra le tante cose è anche un divulgatore di felicità. 

Questa parola, felicità, è infatti presente in alcuni dei suoi titoli, l’ultimo dei quali SCUOLA DI FELICITÀ PER ETERNI RIPETENTI è la raccolta di una serie di lezioni vertenti su temi e argomenti disparati che, sebbene inizialmente non sembrerebbe, hanno invece molto a che vedere con la felicità. 

L’autore analizza insieme al lettore una serie di parole partendo dalla loro etimologia per arrivare attraverso le esperienze vissute nelle sue classi e le riflessioni dei suoi alunni, i loro punti di vista e la loro percezione del mondo che si trovano a vivere, a delle riflessioni non solo su tematiche di una certa importanza ma anche sul modo differente in cui gli adulti sembrano approcciarvisi rispetto a loro. 

È così da piccole lezioni sul coraggio, sul voler bene, sul destino, sulle macchie, sulla lentezza e tante altre, Enrico Galiano riapre quelle porte inevitabilmente chiuse con l’ingresso nella vita adulta, e ci fa vedere attraverso di esse da un altro punto di vista, quello che inaspettatamente e con meraviglia sono gli stessi ragazzi delle medie incontrati nel suo cammino di insegnante a mostrarci.  


Sapete quante cose potremmo imparare da loro? La follia, per esempio. Noi che non impazziamo mai, e proprio per questo rischiamo sempre di impazzire. 


E se le parti fossero invertite e davvero fossero in realtà i ragazzi ad avere molto da insegnare a noi adulti e non viceversa? 

Credo che l’educazione e la formazione in realtà siano sempre e in ogni caso uno scambio reciproco, come solo può essere un’attività che implica una relazione umana base imprescindibile di ogni apprendimento, ed è per questo che nell’atto educativo molto si dà ma anche molto si riceve dai propri alunni. 

In queste pagine l’autore lo racconta in modo a volte scanzonato ma sempre centrato, senza mai perdere di intensità, con una narrazione che scorre via come il corso di un fiume in cui il lettore si fa trasportare dalla corrente dei pensieri che mano a mano salgono in superficie. 

Non è un fiume placido anche se all’apparenza potrebbe sembrarlo. 

I suoi contenuti partono da spunti interessanti come poesie o citazioni varie così come da episodi di vita quotidiana assunti nella cosiddetta normalità. 

Eppure da essi si giunge sempre a una serie di  domande e risposte dal peso specifico non indifferente, affrontando questioni anche spinose, di quelle che spesso si preferisce chiudere a chiave in un cassetto. 

Ed è soprattutto questo che personalmente ricerco in una lettura, uno scuotimento che risveglia la coscienza troppo spesso assopita dal tram tram quotidiano che finisce per fagocitare quella parte più intima di noi, fatta di aspirazioni, sogni, desideri e progetti. 

Non è una lettura che lascia indifferenti, un po’ come fanno con lui i suoi alunni ponendogli domande spiazzanti su temi esistenziali, Enrico Galiano gira queste stesse domande anche a noi lettori, spiazzando anche noi, presentando sotto i nostri occhi questioni importanti, scomode, dimenticate. 

La felicità che abita il titolo di questo libro ce l’abbiamo? 

La inseguiamo? 

La sappiamo riconoscere? 


È per questo che la felicità è per i coraggiosi. È per questo che oltre una certa soglia può diventare insopportabile, portare alla follia. Ed è per questo che, più di tutto, quello che ti fa sentire è: fragile. Vulnerabile. In pericolo, perfino. 


Oltre alle citazioni letterarie e filosofiche, analisi di poesie, versi di canzoni, l’autore utilizza anche aneddoti personali che sono il plus della lettura perché Enrico Galiano riesce ad amalgamare tutto con naturalezza. 

Partendo dalle epigrafi contenenti tali citazioni ci porta a riflessioni e considerazioni anche intime passando attraverso piccole realtà del quotidiano suo e dei suoi alunni, in cui possiamo immergerci con curiosità e a volte riconoscere noi stessi. 

Scuola di felicità per eterni ripetenti è un libro denso, da maneggiare con cura perché scuote lo spirito, come un abito tirato fuori dall’armadio che scrolliamo per fargli riprendere forma, fa riflettere sul nostro presente e per questo trasmette la bellezza delle cose non semplici. 


La bellezza è semplice, ma non è facile. 


Noi adulti siamo dimentichi di come era sentire, vedere, sognare e vivere da ragazzi. 

Una lezione che è sempre bene ripassare, non per tornare giovani, ma per riuscire a guardare ancora con gli occhi che avevamo da giovani la realtà del nostro presente, tornare ad utilizzare sfumature là dove finora ci eravamo accontentati di usare solo gli stessi pochi colori. 

Per non uscire dai confini del conosciuto, del dovere, della sicurezza, per restare asciutti, volendo utilizzare questo bel passaggio dell’autore. 


E cioè che la vita è una pioggia, che anche se sotto l’ombrello si sta asciutti e protetti, i momenti migliori saranno sempre quelli in cui te ne freghi, chiudi l’ombrello e ti metti a correre. I momenti in cui ti lasci bagnare. I momenti in cui ti lasci vivere. 


Siamo tutti eterni ripetenti, e quando la materia è la felicità, tornare a scuola è d’obbligo. 

PARTITA CON LA MORTE di Nicola Rocca

PARTITA CON LA MORTE di Nicola Rocca

Titolo: Partita con la morte
Autore: Nicola Rocca
Serie: Commissario Walker vol. 5
Genere: Thriller
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 7 novembre 2022
Editore: EnneErre

TRAMA


Una vittima, due, tre.
Il modus operandi – sempre lo stesso, tre colpi di arma da fuoco – fa pensare a un assassino seriale.
Il Mostro dei Tre Colpi – così lo soprannominano i mass media – uccide sempre nelle aree poco trafficate, lontano da occhi indiscreti. Le sue zone predilette sono pinete e aree boscose vicine ai piccoli paesi dell’Isola Bergamasca.
Sulla scena del crimine, oltre al cadavere, l’assassino lascia a terra i bossoli espulsi dall’arma del delitto, una pistola calibro 9.
L’indagine viene affidata al commissario David Walker, affiancato dall’ormai inseparabile ispettore Scola.
Nella loro partita contro la morte, i due poliziotti vengono catapultati in un’insolita realtà: quella dei paesini di provincia, con i pettegolezzi, le partite di carte al bar, gli intrallazzi delle coppiette.
Quando la tensione è al massimo, una scoperta porta i due agenti alla verità che stavano cercando.
Una verità assurda, sconvolgente, grottesca.
La stessa che permetterà loro di arrestare il Mostro dei tre Colpi.
Il caso è ufficialmente chiuso, ma in questo romanzo, così come nella vita reale, non sempre ciò che abbiamo di fronte agli occhi corrisponde alla verità.

Partita con la morte è un thriller d’indagine dal ritmo serrato, cui l’autore ha dato un’ambientazione nostrana e casereccia.
Carvico, Sotto il Monte, Calusco d’Adda… paesini in cui la presenza di un serial killer fa ancora più paura, perché in un piccolo ambiente la prossima vittima potrebbe essere chiunque.
Tuo padre, tuo marito, il tuo migliore amico.

RECENSIONE


Lui era così: inseguiva assassini, lavorava quotidianamente a contatto con la morte, era circondato da criminali, dava loro la caccia, dispensava consigli a colleghi, subordinati e amici, ma quando gli eventi della vita se la prendevano direttamente con lui, travolgendolo, si sentiva debole, fragile e incapace di reagire. 


È nel corso dei numerosi libri di cui egli è protagonista che piano piano siamo riusciti a scorgere ogni volta un pezzetto della personalità del commissario David Walker che torna a investigare attraverso la penna di Nicola Rocca nel suo ultimo lavoro, Partita con la morte. 

Un uomo pragmatico, riflessivo dotato di fermezza sul lavoro ma fragilità nella sfera personale. 

Questa volta impegnato nelle indagini su omicidi che sembrano non avere niente in comune se non i tre colpi con cui le vittime vengono freddate. 

Un serial killer da acciuffare, una serie di personaggi quasi “canonici”, tipici dei piccoli centri cittadini, sono proprio questi ultimi l’ambientazione che ci fa sentire molto vicini ai personaggi della storia, gente comune che potrebbero essere i nostri vicini di casa, colleghi o amici. 


I paesini della bergamasca, sconosciuti al mondo fino a qualche tempo prima, erano diventati famosi quanto New York. 


Nicola Rocca decide infatti di ambientare questa storia nella zona della Bergamasca, in alcuni piccoli paesi dove tutti si conoscono e molti si ritrovano al bar del paese per chiacchiere, partite a carte e soprattutto condire i pomeriggi con litri di vino. 


Righèt” interruppe la discussione Armando Ghilardi, “fammi giù un bianchino frizzante, per favore. Bello fresco, neh.” 


L’autore è riuscito a mettere insieme personaggi comuni, la cui semplicità si evince anche dai numerosi dialoghi con la presenza di vocaboli dialettali, le cui azioni però nello stesso tempo destabilizzano. 

Una narrazione che alterna pov differenti grazie ai quali entriamo nei pensieri dei protagonisti prima ancora di diventare spettatori delle loro azioni, composta da momenti di quotidianità e altri di tensione, nelle quali la violenza e la freddezza dei delitti sembra non avere una spiegazione. 

Colpi di scena ben inseriti, una tensione che cresce e poi si interrompe per lasciare il tempo al lettore di formulare ipotesi e raccogliere i pezzetti che l’autore dissemina qui e là durante la lettura e che comunque non daranno le risposte immaginate.

Se inizialmente si potrebbe pensare ai risvolti della vicenda come surreali, in realtà purtroppo la cronaca nera ci ha dimostrato che la violenza può assumere volti che non ti asspetteresti e abitare luoghi impensabili.

Nicola Rocca ha sfrittato proprio questo aspetto per dare alla sua storia un alone di mistero che non lascia intuire il colpevole fino a buona parte del libro.

E anche arrivati molto in fondo è stato capace di sfoderare avvenimenti del tutto inattesi, che lasciano di stucco.

Ed è così che né l’ambientazione né la scelta dei protagonisti farebbero pensare ad una trama dalle tinte nere, e forse è proprio questa la carta vincente dell’autore. 

Una carta che in questa partita con la morte ha saputo giocarsi molto bene. 

GEOMETRIE VARIABILI di Pitti Duchamp

GEOMETRIE VARIABILI di Pitti Duchamp

Titolo: Geometrie variabili
Autore Pitti Duchamp
Serie: autoconclusivo
Genere: Narrativa, Contemporary Romance
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Ottobre 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


Cosa succede se, all’improvviso, vengono meno tutti i punti di riferimento della tua vita?

Viviana, manager in carriera, da un giorno all’altro si trova costretta a fare i conti con tutto ciò che ha lasciato in Italia quando, otto anni prima, è andata via. Soprattutto con la figlia Atena, una dodicenne troppo perfetta per avere la normale vita di un’adolescente, che viene seguita come un’ombra dall’amica Celeste, talentuosa ma troppo ingenua, a sua volta provata dalla perdita della madre e dal rapporto col padre Silvano.

I quattro si trovano così a dover circoscrivere un nuovo concetto di famiglia, perdendo pezzi e guadagnandone altri, ricomponendosi in figure geometriche più solide e sfaccettate. E se la sfortuna, per una volta, lasciasse il passo al destino e a una seconda occasione per essere felici?

RECENSIONE


L’amore concede sempre seconde possibilità.


Il significato di questo romanzo potrebbe racchiudersi in questa frase, un richiamo a pochi ma fondamentali concetti. Da una parte l’amore, da concepire nelle sue estensioni più ampie, ovvero l’amore genitoriale, quello tra marito e moglie, tra amiche, ma anche l’amore verso la vita, verso sé stessi.

Geometrie variabili, ultima opera di Pitti Du Champ, conferma con semplicità la complessa e raffinata sensibilità di un’autrice bravissima, capace di offrire una storia che riassume moltissimi aspetti che segnano la vita di tutti noi, quasi come fosse il percorso simbolico di tutte le fasi che un individuo è chiamato a percorrere durante la propria esistenza: la crescita, l’evoluzione personale, la perdita di chi amiamo, la faticosa elaborazione del lutto, il primo amore, le prime delusioni, i laceranti sensi di colpa, la gioia di poter ricredere alle proprie certezze, il bruciore del tradimento, la rinascita emotiva, il valore incommensurabile dell’amicizia, il complesso universo della famiglia, l’umiliazione sociale, il senso di protezione verso chi ha più bisogno di noi, la solitudine, l’incapacità di amarsi, l’inganno delle apparenze, il pregiudizio e l’incomunicabilità.
Quante emozioni in questa storia così vera, così toccante e autentica, che offre quattro personaggi disegnati ad arte, in grado di rispecchiare le molteplici sfumature della dimensione umana.


«Atena finirà per odiarti se non ti deciderai a stare un po’ con lei. Io e te ormai non cambieremo, ma abbiamo lei a cui pensare. Se non vuoi farlo per me, smetti con le trasferte almeno per lei» le sussurrò Cristiano dopo l’amplesso.


Viviana, Atena e Cristiano. Madre, figlia e padre, rispettivamente. Una famiglia disfunzionale, come tante. Un matrimonio intiepidito dalla distanza fisica e emotiva; il profondo legame di una figlia con un padre amato e sempre disponibile ma, purtroppo, poco in ascolto; un rapporto madre figlia inesistente.  Se si dovesse riassumere in poche parole, una famiglia mancante delle basi, che non riesce a soddisfare i bisogni primari e basilari dei suoi componenti, e che lascia più spazio al conflitto che alla comunicazione, o al senso di protezione e accudimento. Eppure, nonostante le difficoltà, le incomprensioni, i silenzi e le assenze una famiglia a cui si riesce a volere bene, soprattutto grazie al personaggio di Atena, adolescente orgogliosa e coriacea, capace di odiare la madre quanto di sacrificarsi per proteggere l’amica Celeste.


Amare è da gente forte, e più persone e cose si amano, più si diventa potenti.


Celeste, tanto fragile e insicura, forse il personaggio che intenerisce e commuove di più in questa storia meravigliosa. Accade di commuoversi per le sue paure, il dolore di ragazzina ancora troppo acerba e indifesa per elaborare una perdita troppo grossa per lei.


Il dolore aveva preso così tanto spazio nel suo corpo, che solo il cibo liquido riusciva a trovare pertugi per passare allo stomaco. Era questione di misure.


Accanto a lei, il padre Silvano, “comodo” per il suo stile di vita, le sue leggerezze, il suo amore per una figlia da accudire e poco accudita, il suo amore per le piante. Lo si potrebbe anche detestare, ma Silvano si ama lo stesso, perché tanto ingenuo quanto accogliente.


Celeste scosse la testa. «Se io avessi ancora mia madre non mi staccherei da lei neanche cinque minuti» la rimproverò. «Se io avessi mio padre, idem. Ma non ci sono più, facciamocene una ragione e proviamo a sopravvivere.»


Due adolescenti rimaste prive degli affetti centrali, due adulti incapaci di capirle. Eppure, a volte la vita mette di fronte a noi dei cambiamenti che stravolgono, ribaltano ciò che conoscevamo gettandoci nell’incertezza, prove durissime in grado di spostare sicurezze, e forse per questo così potenti da creare nuovi equilibri, far crescere, evolvere.

Un processo che coinvolge tutti i quattro protagonisti, uniti tra loro da legami sempre più indissolubili, formati da perdite e arricchiti di nuovi elementi: Atena che perderà sempre più strati della spessa corazza imparando a fidarsi del cuore; Celeste che raccoglierà quei pezzi, frammenti preziosi di un nuovo corpo e una maggiore consapevolezza; Viviana che cambierà pelle, divenendo più mamma e compagna; Silvano che imparerà l’arte dell’accudimento verso gli esseri umani, oltre che quello del suo mondo fatto di terra ed esperimenti botanici. Ognuno di loro accorcerà distanze, testerà terreni impervi fino a entrare, ognuno a proprio modo, nella bellezza della vita, aprendo il cuore e schiudendo porte rimaste chiuse.

Le geometrie del cuore è vero variano, non hanno una forma prestabilita, assumono dimensioni e contorni tutti loro, che riempiono spazi lasciati vuoti, innescano incastri anche improbabili ma non per questo meno credibili, fino a creare un universo nuovo, colorato e tridimensionale.


Lei voleva essere al centro del mondo di sua madre. Per una volta si concesse un capriccio.


A rendere questo libro assolutamente sublime lo stile elegante di Pitti Duchamp, esploratrice dell’animo umano come poche, attenta indagatrice del mondo di complicati adolescenti ma anche ingenui adulti. I quattro punti di vista di Atena, Celeste, Silvano e Viviana raccontano con acume ogni tonalità, spigolo, lato, avvallamento della sfera emotiva dei protagonisti.
Un viaggio da non farsi mancare, assaporando ogni pagina, dialogo, parola, silenzio ed emozione.

VIVA LA VIDA di Pino Cacucci

VIVA LA VIDA di Pino Cacucci

Titolo: Viva la vida
Autore: Pino Cacucci
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione :Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 16 gennaio 2014
Editore: Feltrinelli Editore

TRAMA


Un monologo fulminante che ripercorre i patimenti della reclusione forzata di Frida Kahlo, i lucidi deliri artistici di pittrice affamata di colore, la relazione con Diego Rivera. In un Messico quanto mai reale e al tempo stesso immaginifico, Pino Cacucci mette in scena la sintesi infuocata di un’esistenza, la parabola di una grande pittrice la cui opera continua a ottenere altissimi riconoscimenti. In poche pagine c’è il Messico, c’è il risveglio dell’immaginazione, c’è la storia di una donna, c’è la rincorsa di una passione mai spenta per un uomo. L’ardente esistenza di Frida Kahlo dal vertice estremo dei suoi giorni. Un breve libro che contiene una storia immensa.

RECENSIONE


Una citazione letta recentemente diceva: se l’aver sofferto vi ha reso cattivi, l’avete sprecata. 

La sofferenza fisica, quella interiore sono paludi che nessuno vorrebbe esplorare ma dovendo trovarsi ad averne a che fare non sappiamo cosa queste tireranno fuori. 

Il dolore può essere seme da cui far germogliare qualcosa d’altro che diversamente abbia a che fare con la bellezza, ma può fare anche il contrario, inaridire, indurire, chiudersi.

Una buona fetta di prodotti artistici se ci pensiamo ha avuto origine così, da stati di sofferenza di diversa natura. 

È da grandi tumulti interiori, sensibilità estreme, anime inquiete e bisogno di esprimere queste tempeste che hanno preso vita romanzi, quadri, sculture, canzoni, poesie di rara bellezza e immortalità, opere globalmente riconosciute come patrimonio di tutti. 

Anche Frida Kahlo fa parte di questa fetta perché è riuscita a trasformare la propria sofferenza nelle opere che ci ha regalato attraverso le sue pennellate, soprattutto negli autoritratti dal forte impatto emotivo, evocativi, quasi sconvolgenti. 


Perché davanti ai miei quadri è molto più facile restare sconvolti che affascinati. 


È lei stessa a raccontare i suoi demoni, i suoi stati d’animo in un monologo intenso, intimo e vivo nelle parole di Pino Cacucci che ci regala in questo breve libro il ritratto di una donna che amava profondamente la vita tanto da celebrarne la bellezza anche se lei stessa ne è stata largamente privata. 

Il motto che l’ha sempre l’accompagnata e che dà il titolo al libro, Viva la vida! 

Quale modo migliore e irriverente, coraggioso e autentico di celebrarla se non quello di venire a patti con la morte, una presenza costante nella vita di Frida fin da giovanissima. 


Quanta passione ci ho messo, credendoci con tutta me stessa. Ma alla fine era, ed è, soltanto il mio modo di distrarre la Pelona, di irridere la Morte, di beffarla e corteggiarla, di scendere a patti con lei, perché ogni tanto vorrei che mi prendesse tra le braccia per darmi requie, un po’ di sollievo al dolore… Il sollievo definitivo. 


Nonostante questo libro sia breve vi è celata un’intensità che stordisce perché fornisce un ritratto a tutto tondo di questa donna passionale e appassionata, legata alle proprie radici, che incarna la sua terra il Messico con tutte le sue sfaccettature.

Testimone e artefice della rivoluzione politica del suo paese e del suo tempo, capace di raccontare attraverso sé stessa la tenacia dello restare aggrappati alla vita, andare avanti comunque e sempre, senza mai abbandonare la capacità di sognare, dare materia alle nostre passioni lucidamente, senza ipocrisie. 


L’unica certezza è che la vita non avrebbe senso, se smettessi di sognare. 


La Casa Azul prigione e rifugio, il desiderio di non arrendersi ma soprattutto di non rinunciare alla propria autenticità, il desiderio di maternità, l’amore consumante  per Diego Rivera marito fedifrago e amante irrinunciabile sono raccontati come se fosse Frida stessa a parlarci, a mettersi a nudo senza veli, diretta, affilata, vivida. 

Se c’è una cosa che mi ha sempre colpito nelle immagini fotografiche di questa artista è la profondità del suo sguardo, occhi che sono come abissi. 

L’autore è riuscito a raccontare questi abissi in un’opera che nasce come sceneggiatura teatrale, progetto che poi non vedrà la luce, ma che fa sentire il lettore proprio così, uno spettatore in ascolto quasi reverenziale, al cospetto di una donna che racconta di sé non dal palcoscenico di un teatro, ma dal proprio letto in una piccola stanza i cui oggetti parlano del suo dolore ma che lei trasforma in strumenti per creare qualcosa di bello. 

È da lì immobilizzata in un busto che le consente di dipingere praticamente solo se stessa riflessa nello specchio sopra di lei, il lettore entra in quello specchio e riesce a vedere il mondo interiore di questa donna così ferocemente attaccata alla vita da far sentire questo desiderio come un urlo, quello che si traduce nel motto Viva la vida! 


Quel 17 settembre 1925, la Morte mi ha fissato negli occhi, ha osservato il mio corpo nudo, insanguinato, coperto di polvere d’oro, e quando stava per protendere le braccia verso di me, quando ho sentito il suo alito gelido… ho lanciato quell’urlo che non poteva uscire dalla gola di una moribonda, un urlo di rabbia, un urlo di amore per la vita che non volevo abbandonare a diciott’anni, ho urlato il mio “¡ Viva la vida!”, e la Pelona, assordata, è rimasta stupefatta almeno quanto i vivi che mi si accalcavano attorno. 


Tralasciando la popolarità di questa figura che è diventata soprattutto dagli anni 90 in poi un’icona, un prodotto dal fascino intramontabile, la vera forza di questo libro è stata quella di averci raccontato in modo intimo e accorato la donna che si cela dietro queste celebri sopracciglia ad ali di gabbiano nero, come era solito chiamarle il marito. 

Ed è questo che io cerco e che mi auguro troverete se vi approccerete a questa lettura, la persona e non il personaggio. 

Ma soprattutto il suo messaggio, tradotto in queste semplici parole: 


Ma a che mi servono le gambe, se ho ali per volare… 


VIOLETA di Isabel Allende

VIOLETA di Isabel Allende

Titolo: Violeta
Autore: Isabel Allende
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: Febbraio 2022
Editore: Feltrinelli

TRAMA


Violeta nasce in una notte tempestosa del 1920, prima femmina dopo cinque turbolenti maschi. Fin dal principio la sua vita è segnata da avvenimenti straordinari, con l’eco della Grande guerra ancora forte e il virus dell’influenza spagnola che sbarca sulle coste del Cile quasi nel momento esatto della sua nascita. Grazie alla previdenza del padre, la famiglia esce indenne da questa crisi solo per affrontarne un’altra quando la Grande depressione compromette l’elegante stile di vita urbano che Violeta aveva conosciuto fino ad allora. La sua famiglia perde tutto ed è costretta a ritirarsi in una regione remota del paese, selvaggia e bellissima. Lì la ragazza arriva alla maggiore età e conosce il suo primo pretendente… Violeta racconta in queste pagine la sua storia a Camilo in cui ricorda i devastanti tormenti amorosi, i tempi di povertà ma anche di ricchezza, i terribili lutti e le immense gioie. Sullo sfondo delle sue alterne fortune, un paese di cui solo col tempo Violeta impara a decifrare gli sconvolgimenti politici e sociali. Ed è anche grazie a questa consapevolezza che avviene la sua trasformazione con l’impegno nella lotta per i diritti delle donne. Una vita eccezionalmente ricca e lunga un secolo, che si apre e si chiude con una pandemia.

RECENSIONE


Violeta è una storia di profondo amore per la vita, di lutti, passioni, conquiste e sofferenze. Violeta è una bambina difficile, con un carattere ribelle ed indisponente. È, però, dotata di grande intelligenza e con il passare del tempo si trasforma in una giovane donna talentuosa.

Cosa ho amato di Violeta? Il suo essere così mentalmente indipendente, il voler inseguire ciò che ama davvero anche se questo contrasta con la morale del tempo, il suo essere così tenacemente attaccata alla propria indipendenza economica. Non ha paura di dare scandalo, è una donna che ha il coraggio di inseguire le proprie passioni.


Mio marito desiderava una donna che provasse un amore incondizionato come il suo, lo assecondasse e gli professasse l’ammirazione che credeva di meritare, ma ebbe la sfortuna di innamorarsi di me”.


Violeta è un turbinio di creatività, è sempre capace di reinventarsi, prende a morsi la vita. La donna narra in prima persona a suo nipote Camilo gli avvenimenti della sua vita, non tralasciando aneddoti espliciti sulla sua vita sessuale.


Non c’era proprio amore, ma solo puro e semplice desiderio, un desiderio brutale, schietto, senza giri di parole né rimorsi, un desiderio senza rispetto per nulla e per nessuno; eravamo l’unico uomo e l’unica donna dell’universo, abbandonati al proprio desiderio”.


La prosa elegante e la scrittura evocativa di Isabel Allende fa sentire il lettore quasi come al cinema: è come vedere un film ed assistere ad uno spettacolo lungo una vita intera. Il lato straordinario di questo romanzo è proprio questo: il racconto dell’intera esistenza di un essere umano, una vita talmente intensa che vola via come un soffio. E questo mi ha portato molto a riflettere, perché la nostra vita qui in fondo è un breve attimo e bisogna sfruttarlo al meglio, proprio come ha fatto Violeta .

Una vita di grandi passioni, di dolori terribili come quello della perdita di una figlia, lotte sociali, con un contorno di personaggi secondari ma straordinari come Torito, un domestico ingenuo e dal cuore d’oro, o anche Teresa e Mrs Taylor, due donne omosessuali in un periodo storico dove l’essere gay costituiva un enorme scandalo.

Violeta è una donna forte e coraggiosa, una donna che ammette i suoi errori ma anche consapevole delle proprie qualità e del suo fiuto per gli affari. Violeta può essere un grande romanzo di formazione anche per i più giovani, in quanto propone un modello positivo  e con grandi valori: la resilienza, la tenacia, la passione. Bisogna riconoscere l’infinito talento di Isabel Allende e il suo straordinario lavoro di ricerca storica, oltre al grande amore per il suo paese natale, il Cile, un tema presente in quasi tutti i suoi romanzi.

Un altro tema affrontato è quello della perdita di un figlio, esperienza vissuta dalla stessa Allende che ha perso anni fa sua figlia Paula: questo tragico evento è in qualche modo sublimato dalla consapevolezza che in qualche modo ci ricongiungeremo ai nostri amati in un’altra vita. Violeta è un po’ il ritratto della stessa autrice: una donna volitiva, che si è saputa reinventare, una donna emancipata e che non ha rinunciato all’amore in età avanzata, un qualcosa che è ancora un tabù in effetti, come se nell’ultima fase della vita si dovesse per forza rinunciare ai sentimenti e alla sessualità.


Dopo aver vissuto un secolo, mi sembra che il tempo mi sia scivolato fra le dita. Dove sono finiti questi cento anni?”


FIORI DI TARASSACO di Barbara Morini

FIORI DI TARASSACO di Barbara Morini

Titolo: Fiori di tarassaco
Autore: Barbara Morini
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Terza persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 3 luglio 2022
Editore: Words Edizioni

TRAMA


“C’era una volta, in un paese lontano dove faceva sempre caldo, una creatura minuscola dalle sembianze di bambina che viveva dentro a un fiore. Una notte, il vento venne e scosse quel fiore, dal quale si staccò un petalo. La piccola vi rimase dentro e, cullata dal vento, viaggiò per tutta la notte coperta da una goccia di rugiada e finì per adagiarsi in un prato, in un giardino coperto di brina, che apparteneva a un insetto grande e scuro, con la corazza rigida.”

Se questa fosse una favola, si sarebbero conosciuti così Enea Fabbri e la piccola Malai. Nella realtà, zio e nipote si trovano invece a fare i conti con una tragedia che scuote le loro vite dalle fondamenta. Accolta in casa da Enea, alla piccola Malai non manca davvero nulla se non l’affetto e il calore di una vera famiglia. Sì, perché Enea Fabbri non è tipo da provare sentimenti per chicchessia, e di certo non farà eccezione per quella bimba venuta da lontano. Ma se all’improvviso arrivasse nelle loro vite un raggio di sole – magari in carne e ossa – che riuscisse a toccare i loro cuori, spronandoli a costruire insieme nuovi ricordi e a tracciare un nuovo percorso condiviso?

RECENSIONE


Sai perché parlo sempre? Perché mi spaventa il rumore dei miei pensieri.


Cara Barbara Morini sai perché leggo sempre?

Per lo stesso motivo sopra citato.

Ed è durante questa ricerca di tacitare i pensieri succede che ci siano libri che mi chiamano forte e altri che mi chiamano sussurrando, ma a fine lettura se sono fortunata capita che ho fatto bene a rispondere alla chiamata.

Questo è uno di quei casi in cui sono stata molto fortunata per quanto l’ ho adorato.

Prima mi ha sussurrato di guardare bene la copertina, perché io ai fiori di tarassaco non so resistere, li amo e mi ci identifico.

Poi mi ha parlato più a voce alta con una sinossi intrigante che incuriosisce senza dire molto.

Infine mi ha catturata completamente, rapita dalle sue pagine.

Fiori di tarassaco è un libro di quelli che riscaldano il cuore senza retorica o eccessive dosi di zucchero, tutt’altro, ho trovato una profondità che stupisce, commuove e fa rifiorire.

Barbara Morini ci regala dei personaggi anticonvenzionali ma altresì normali nelle loro difficoltà, che con la loro particolarità riescono a regalarci una storia fatta di ordine e disordine, solitudine e voglia di stare insieme, desiderio di mostrarsi e di nascondersi.

Tutto e il contrario di tutto, che se si è in grado di accogliere, possono tranquillamente coesistere.

Enea, Malai ed Elsa, così originali nel panorama del genere da restare impressi, saranno impegnati senza saperlo nel difficile compito di diventare una famiglia.

Un nucleo così decisivo e impattante nella nostra formazione e poi nella costruzione della nostra vita adulta, ognuna diversa, ognuna complicata, ma che dovrebbe sempre avere le fondamenta nella capacità di accogliere.


«Non ho trovato nessuno in grado di accogliere i miei limiti.» Accogliere, non accettare. Perché, in fondo, in una relazione uno si dona e la controparte lo accoglie. Quale bellezza in tale dichiarazione.


Un passaggio significativo, accogliere non equivale ad accettare.

Che può risultare ancora più complicato nel caso dei protagonisti, ognuno con il proprio bagaglio di diversità che l’autrice mette sotto una lente in modo così spontaneo e delicato da lasciare incantati, tanto che il lettore non le percepisce come tali ma come un valore aggiunto.

Perché questo sono, visti attraverso le parole dell’autrice.

Ed è il percorso del processo di accoglimento delle rispettive diversità che lei ci racconta attraverso gli occhi di una bambina dolce e sagace come solo i bambini sanno essere:


Osservò la nipote superarlo dirigendosi verso l’auto e non riuscì a esimersi dal pensare che nei bambini si celavano misteri e verità distribuiti in parti uguali. Ovvero, era un mistero come riuscissero a dispensare pensieri così limpidi, logici e inconfutabili.


Malai ha bisogno di una nuova famiglia elemento che non rientra proprio nei piani dello zio a cui viene affidata.

Enea è tutto tranne che accogliente, prigioniero di riti e azioni che lo fanno stare in equilibrio, un equilibrio solitario però.

Come citato nell’estratto i bambini possono dove molti non riescono: Malai è ben consapevole nonostante la giovane età che la vita è fatta di pieghe e alcune non è facile stirarle.


«E non si fa toccare, lo sai? Non gli piace. Sì formano le pieghe. Hai presente? Così.» E come dimostrazione le fece vedere la maglietta spiegazzata sotto al giubbetto. «Ma non si possono togliere le pieghe. Si formano, e si riformano. Come si fa a stare senza pieghe? Tu lo sai? Perché a me piacerebbe tanto dare un bacio a Enea, per dirgli grazie punto si fa così, no? Si bacia e si dice grazie.»


Pieghe come quelle di Enea che lo hanno allontanato dagli affetti familiari o come quelle di Elsa che con quegli affetti si trova sempre in conflitto nel tentativo costante di essere accolta da essi per quello che è.

Sarà Elsa a mediare, a farsi strumento di accoglimento, a limare e aggiustare dove occorre fino a diventare inconsapevolmente il collante di due esistenze solitarie ora destinate ad incontrarsi come quelle di Enea e Malai.

Tutto in questo lavoro di Barbara Morini affascina, dalla cura dei dettagli che saltano all’occhio del lettore in piccole fotografie come le mani oneste di Enea, in fiori che sembrano piccoli soli, in disegni che raccontano più di come possano farlo le parole o nell’immagine del legno verde, alla fantasia di cui è impregnata la trama, dal taglio dei capitoli, brevi ma con un titolo esplicativo, ai personaggi secondari che meriterebbero una storia tutta per loro.

Il richiamo alla fiaba è ben presente, nella struttura, nello stile, a volte anche nei dialoghi e trova massima espressione nell’analogia con i fiori di tarassaco che compaiono più volte nelle vicende a pacificare le tensioni, i dolori e le difficoltà.

Per chi non lo sapesse tarassaco deriva dal nome greco Tarakè ( scompiglio, squilibrio ) e akòs ( rimedio), un fiore semplice ma capace di lenire, di trasformarsi, simbolo di libertà.

Quando si trasforma nel cosiddetto soffione e ne facciamo volare i semi stiamo facendo un’azione che forse ha anche significati diversi, un po’ come le parole che troviamo nei libri: queste sono state come i semi del soffione, fatti di delicatezza, di tepore e di poesia, soffiati dalle pagine fino al cuore del lettore.

LA MIA AMANTE -Frammenti d’amore- di Letizia Cherubino

LA MIA AMANTE -Frammenti d’amore- di Letizia Cherubino

Titolo: La maia amante-Frammenti d’amore-
Autore: Letizia Cherubino
Serie: Autoconclusivo
Genere: Narrativa
Narrazione: Prima persona
Tipo di finale: Chiuso
Editing: Ottimo
Data di pubblicazione: 15 dicembre 2020
Editore: Youcanprint

TRAMA


Non c’è inizio e non c’è fine. Non c’è tempo che scorre lineare, ma altalena di istanti. Forse non c’è nemmeno una storia… Frammenti… come recita il titolo. Un diario scritto di getto per regalare un vago per sempre a una storia destinata a durare un soffio… eppure… Eppure qui s’insinua il dubbio che scardina sicurezze, non di chi lì dentro “vive”, ma di chi – dal di fuori – giudica. Un amore clandestino non merita dignità? Un amore NON alla luce del sole NON È Amore? Amore è ciò che dura per sempre o ciò che dura il tempo di essere per sempre ricordato? Chissà. Certo è che, qui dentro, il cuore palpita, i sentimenti si toccano con mano, la passione divampa e le anime si svelano in verità. E se non è amore… tant’è… è VITA! Carica di ossigeno. Densa di contraddizioni e… sospesa… Che di vaghe certezze ne è pieno il mondo, ma di Amore vero non se ne ha mai abbastanza.

RECENSIONE


“AMORE è ciò che dura per sempre o ciò che dura il tempo di essere per sempre RICORDATO?”


Oggi vorrei parlarvi di amanti e della differenza tra fare l’amante ed essere l’amante. Può sembrare la stessa cosa, cambia il verbo ma, se ci si ragiona su, non è proprio così. Fare l’amante, avere una avventura extraconiugale o comunque una relazione fuori da un rapporto consolidato, non è poi così difficile: basta lasciarsi andare e il gioco è fatto.

Essere amante è tutt’altra cosa e non è un gioco perché non si gioca con i sentimenti verso l’altro e con il volere bene a sé stessi. Essere amante non prevede promesse, non ci si aspetta nulla, se non amore, non si hanno regole precise né alcuna pretesa. Essere amante vuol dire garantire la propria presenza e il proprio amore e questo basta. A voi basterebbe? Spesso è più facile essere moglie che essere amante.

Ma continuiamo ad  analizzare questo concetto partendo dalla lettura de La mia amante di Letizia Cherubino. Non si tratta di una storia o di un romanzo; solo frammenti, frasi sciolte, pensieri senza freni, senza pudore di un’amante, riflessioni sul suo ruolo, sulle sue responsabilità, sulle sue sofferenze, sul suo amore incondizionato.

Leggete bene queste parole “sofferenze” e “incondizionato” perché l’amore di un’amante che sa di esserlo e non solo lo fa, non ha pretese: si ama e si riceve amore, senza condizioni. Si gode ma si soffre anche in silenzio, che non significa rassegnazione, rinuncia a lottare; implica consapevolezza che la situazione in cui ci si trova non si può cambiare, che è inutile piangersi addosso o sperare che da amante ci si trasformi in moglie o in compagna.

Questa è la sofferenza di chi fa l’amante. Chi lo è amante, invece, non desidera che il suo uomo o la sua donna lasci la famiglia per diventare altro. Chi è amante fa di tutto perché la relazione ufficiale venga tutelata. 

Ecco spiegata la differenza di cui vi parlavo all’inizio: quando si è amante non ci sono conflitti, non ci sono tradimenti, nessun senso di colpa, si  vive la storia nascosti dal mondo ma con il cuore aperto e trasparente. Questo rende vivi, anche se ogni tanto l’equilibrio può vacillare. L’importante è salvaguardare il proprio bene, la propria serenità. Quando ci si accorge che una situazione ci rende troppo infelici e pesa sul cuore, allora meglio lasciar perdere tutto e passare oltre. Nel frattempo si ama incondizionatamente.


“- L’inizio della nostra storia è ogni volta che ti vedo… -E la FINE? Ogni volta che ti saluto.”


Nel libro viene narrata l’inizio di una relazione partendo dall’innamoramento, dalla nascita del desiderio verso l’altro. Poi la relazione inizia ad essere vissuta e il sentimento, dapprima accennato, si trasforma in amore. Poi sopraggiungono le prime difficoltà che portano a differenti epiloghi. Questo libro non ha un finale o una soluzione, ognuno legge quello che ha vissuto, quello che sta vivendo o la storia che vorrebbe avere.

Non è un libro dedicato solo agli amanti ma fa riflettere anche sulle relazioni di coppia, sulle motivazioni per cui una relazione finisce per diventare così pesante da trovarsi a cercare un po’ di serenità altrove.


“- lo credo che, se due persone si amano, stanno insieme. – lo invece credo che, se due persone si amano, SI AMANO.”