Perché dobbiamo ancora giustificare quello che leggiamo?

Perché dobbiamo ancora giustificare quello che leggiamo?

Romance, bestseller, letture leggere e grandi classici. Da quando il valore di un lettore si misura dai libri che sceglie?

C’è una domanda che, prima o poi, chi ama leggere si è sentito fare: «Ma tu che libri leggi?».

Una domanda innocente, almeno in apparenza. Perché a volte basta pronunciare la parola romance per vedere comparire quel mezzo sorriso, quell’espressione vagamente condiscendente, seguita dall’immancabile: «Ah, quindi leggi romanzi d’amore».

Come se avessimo appena confessato un piccolo peccato letterario.

E magari ci viene persino voglia di precisare che leggiamo anche altro. Che conosciamo i classici, che apprezziamo la narrativa contemporanea, che ogni tanto affrontiamo pure qualche libro impegnativo.

Ma perché sentiamo il bisogno di giustificarci?

Esistono davvero letture di serie A e di serie B?

Nel mondo dei libri esiste una gerarchia non scritta, ma piuttosto riconoscibile.

Ci sono i romanzi considerati importanti, quelli che fanno cultura, che vengono premiati, studiati e citati nelle conversazioni giuste.

E poi ci sono le letture definite leggere. Quelle da ombrellone, da weekend, da evasione. Libri che spesso vengono liquidati con un «carino, ma niente di che», quasi che il piacere di leggerli fosse un merito minore.

Il romance, in particolare, si porta dietro da sempre una certa quantità di pregiudizi.

Troppo sentimentale. Troppo prevedibile. Troppo commerciale. Troppo poco letterario.

Eppure, se ci pensiamo, l’amore attraversa la letteratura da secoli. Cambiano le epoche, i linguaggi, le ambientazioni e il modo di raccontarlo, ma resta uno dei grandi temi delle storie.

Perché allora, quando diventa il centro di un genere narrativo, dovrebbe perdere automaticamente valore?

Naturalmente non tutti i romance sono belli. Ma non tutti i thriller sono avvincenti, non tutti i romanzi storici sono accurati e non tutti i libri premiati riescono a emozionarci.

La qualità di una storia non dovrebbe dipendere soltanto dall’etichetta che troviamo sullo scaffale.

Leggere per piacere è diventato qualcosa da difendere?

C’è un altro aspetto che ci incuriosisce.

Siamo abituate a considerare la lettura un’attività positiva, qualcosa da incoraggiare. Eppure, quando qualcuno legge molto, sembra che debba anche dimostrare di leggere bene.

Come se non bastasse aprire un libro, entrarci dentro, affezionarsi ai personaggi e magari dimenticare per qualche ora tutto il resto.

Bisogna scegliere il titolo giusto. L’autore giusto. Possibilmente qualcosa che, raccontato agli altri, faccia anche una certa figura.

E qui arriva la contraddizione.

Perché possiamo passare una settimana su un romanzo celebrato dalla critica senza provare praticamente nulla. E poi divorare in due sere una storia d’amore, magari con una trama tutt’altro che originale, che però riesce a farci ridere, piangere o restare sveglie fino alle due di notte.

Quale delle due esperienze vale di più?

Non abbiamo una risposta universale. Ma siamo abbastanza convinte che il coinvolgimento emotivo non sia un dettaglio trascurabile.

Anche noi lettrici abbiamo i nostri pregiudizi

E qui, però, dobbiamo essere sincere.

Perché sarebbe troppo facile puntare il dito contro chi snobba il romance e fermarci lì.

Quante volte siamo state noi le prime a giudicare un libro dalla copertina? O a pensare che un bestseller fosse probabilmente sopravvalutato, soltanto perché lo leggevano tutti?

Quante volte abbiamo storto il naso davanti a un titolo diventato virale su TikTok, salvo poi scoprire che, tutto sommato, ci piaceva?

Forse il problema non è soltanto il giudizio degli altri, ma anche quello che noi stesse ci portiamo dietro.

Abbiamo gusti, preferenze, aspettative. Ed è normale. Il punto è capire quando una preferenza personale diventa un pregiudizio.

Non amare un genere è assolutamente legittimo. Considerarlo inferiore senza conoscerlo è un’altra cosa.

E se smettessimo di dare un voto alle letture degli altri?

A noi piace pensare che una libreria personale racconti qualcosa di chi siamo, ma anche di chi siamo state.

Ci sono libri che abbiamo amato a vent’anni e che oggi forse non leggeremmo più. Storie che ci hanno accompagnate in momenti difficili, romanzi che ci hanno fatto scoprire un genere, autori che abbiamo abbandonato e altri a cui torniamo sempre.

E ci sono libri che non saranno mai considerati capolavori, ma che per noi hanno avuto un’importanza enorme.

Non significa che tutti i libri siano uguali, né che non si possa discutere della loro qualità, dello stile o della costruzione dei personaggi.

Anzi, discutere di libri è una delle cose che ci piace di più.

Ma forse potremmo imparare a distinguere il giudizio su un’opera dal giudizio su chi la legge.

Perché leggere un romance non rende una persona meno colta. Così come leggere un classico non la rende automaticamente più profonda.

E soprattutto, nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a esibire una lista di letture rispettabili per poter dire, semplicemente, che ama i libri.

La prossima volta che qualcuno ci chiederà cosa leggiamo, forse potremmo limitarci a rispondere. Senza aggiungere quel famoso «però leggo anche altro».

E voi?

Vi è mai capitato di sentirvi giudicate per un libro o per un genere che amate? Oppure vi siete accorte, qualche volta, di essere state voi a giudicare le letture degli altri?

Siamo curiose di conoscere le vostre esperienze. Anche quelle che non coincidono con la nostra opinione.

Alessia & Annalisa
Reading Marvels