Intervista a Matteo Bussola
E’ in occasione della presentazione del suo ultimo libro UN BUON POSTO IN CUI FERMARSI (di cui trovate la recensione sul blog) all’interno della rassegna “Romans d’autore” presso la biblioteca comunale “Casa Candussi Pasiani” presso il comune di Romans d’Isonzo in provincia di Gorizia che Annalisa ha avuto il piacere di intervistare Matteo Bussola, scrittore molto amato dal grande pubblico che aveva già sfiorato le classifiche di vendite con Il rosmarino non capisce l’inverno, una serie di racconti al femminile mentre nel suo ultimo libro invece trovano spazio racconti con protagonisti al maschile.

Di questi e di molto altro l’autore ci parla in questa intervista:
Nel rosmarino non capisce l’inverno raccontavi della forza e della resistenza femminile, qui racconti della fragilità maschile. Secondo te quale delle due fa più paura?
Sicuramente la seconda nel senso che una delle ragioni che mi ha spinto a scrivere di fragilità maschile è proprio l’essermi reso conto che la fragilità del maschio e, nel maschio, è un sentimento che quasi ancora non trova cittadinanza, che non viene pienamente riconosciuto.
Rispetto magari a una donna forte invece?
Esatto! Anzi direi che più parliamo di donne forti, più in realtà ci troviamo di fronte a uomini confusi, spaesati, che magari credono di compensare questa rivincita delle donne, no? Dovendo essere ancora più forti, ma in realtà io conosco un sacco di uomini, ragazzi che sono solamente fragili, che sono disabituati ad avere confidenza con la loro parte emotiva, oppure per contro maschi che vorrebbero dare assolutamente spazio alla loro parte affettiva, sensibile ma vivono in una società che li schernisce.
E perché secondo te è ancora così socialmente inaccettabile questo aspetto?
Perché viviamo in una società che ancora oggi nel 2023 è fatta in larga parte di stereotipi e soprattutto, perché ancora oggi abbiamo una società che è profondamente patriarcale e maschilista. Il patriarcato, per quanto possa sembrare avventurosa come affermazione, ha fatto male anche ai maschi, non ha fatto male solo alle donne.
Soprattutto ai maschi?
Sì, ma se dici soprattutto, le femministe si risentono. Quindi diciamo che ha fatto male anche ai maschi perché li ha tenuti lontani da tutta una serie di esperienze che sarebbero state assolutamente benedette per loro.
Quali, appunto, la confidenza con la parte emotiva, il sentirsi liberi di piangere, di mostrare le emozioni, dare libero sfogo alla loro parte affettiva.
Anche all’interno delle famiglie, questa cosa è problematica, eh, perché anche all’interno delle famiglie la zona affettiva vissuta come naturale destinazione è la madre, i padri sono spesso, come dire, estromessi o limitati, anche nella loro affettività corporea.
Quante volte hai sentito parlare di “skin to skin” a proposito dei padri con i figli? E’ un diritto che si riconosce solo alle madri, perché la natura e tutto quello che vuoi indicano così, però io ti dico che da padre ho vissuto lo “skin to skin” con tutte e tre le mie figlie, tenendole strette al petto quando di notte avevano le colichette, o quando ho dovuto allattare la nostra terza figlia perché Paola non aveva più latte.
E’ un’esperienza secondo me incredibile che ti restituisce un senso come genitore.

La letteratura può essere uno strumento di contrasto, ma anche di rinforzo agli stereotipi di genere. Come possono difendersi i giovani davanti a questo fenomeno che sembra difficile da scardinare?
Possono difendersi leggendo storie che siano il più possibili varie, che raccontino storie più possibile diverse perché la verità, ahimè, e lo dico con un minimo di cognizione di causa è che in gran parte della letteratura che leggono i ragazzi e le ragazze, cioè la cosiddetta letteratura “romance” o la letteratura “young adult” è innervata da un sacco di stereotipi sentimentali.
Tipicamente troviamo questo ragazzo, diciamo così ombroso, dal passato oscuro, dal carattere generalmente un po’ di “merda”, che ha bisogno di essere salvato dall’amore di questa ragazza solare, aperta, disponibile, paziente.
Se tu ci pensi per esempio “Twilight” non è molto lontano questa roba qui. E invece, come dicevo prima, per fortuna la realtà là fuori è molto più complessa di così.
Io conosco un sacco di ragazze che invece sono ombrose, con un carattere de m….a perché succede anche a loro di avere un brutto carattere, e ragazzi invece che sono fragili, sensibili, pazienti e nella letteratura è raccontato anche questo.
Quindi va benissimo la letteratura romance, naturalmente io ho generalizzato, non è tutta così, ma ma va bene anche leggere altro, diversificare la propria esperienza il più possibile.
I vari protagonisti di “Un buon posto in cui fermarsi” sono di estrazione sociale, età e background diversi, eppure accomunati da voler cercare di andare avanti nonostante la sofferenza. E’ questo quello che secondo te fa di un uomo un uomo? Il modo di reagire alle difficoltà?
Ma forse non vale solo per gli uomini. In un altro mio libro, mi è capitato di scrivere questa frase, cioè. << La vita non è ciò che ti accade, ma è ciò che scegli di fare con quel che ti accade>> no?
Quindi, come dire, non dipende dalle carte che ti capitano in mano, dipende da come le giochi, da come le combini, dai rischi che scegli di accollarti. E questo vale un po’ per tutti, diciamo che non vale secondo me solo per gli uomini.
Diciamo che per gli uomini ci sono alcune specificità che magari sono più difficili, cioè riuscire a scardinare questa corazza di machismo che la società ancora ci impone, come dicevamo prima. Riuscire a capire che spesso vinciamo, soprattutto quando perdiamo, che il nostro compito come uomini non è quello di innalzare muri o di restare nascosti dietro la nostra corazza, ma è di infrangerla.
Quindi che essere spaccati, essere rotti, essere infranti, dunque essere fragili in realtà non è una debolezza, ma la più grande forza che abbiamo.
Racconti di alcune tematiche in modo intenso come l’immigrazione, l’Alzheimer, la neuropsichiatria infantile: si sente molto approfondita durante la lettura. Possiamo dire che è frutto di un’accurata ricerca o anche di esperienze che hai vissuto, toccato personalmente?
Allora diciamo che naturalmente e inevitabilmente gli scrittori parlano anche di sè, a volte lo fanno in maniera più esplicita, a volte lo fanno nascosti dietro al travestimento dei personaggi.
Più in generale io parto di base da una da una grande osservazione della realtà. Forse questo appartiene alla mia formazione da illustratore, io sono abituato a lavorare prima di tutto con lo sguardo. E poi c’è però anche il fatto che, soprattutto negli ultimi 2, 3 libri io ho usato proprio la scrittura come strumento di conoscenza.
Io credo molto in quella massima, che poi non è una massima ma una risposta che ha dato Haruki Murakami durante un’intervista, quando gli hanno chiesto che cos’è uno scrittore, e lui, contraddicendo del tutto il nostro buon sensismo occidentale, ha risposto che uno scrittore è uno che non sa niente, e che proprio per questo scrive.
Cioè lo scrittore non è uno che ha capito delle cose e le vuole spiegare agli altri, ma è uno che usa la scrittura come strumento per conoscere il mondo, come una lente per vederlo meglio. Io la uso così, cerco di usarla così.
Una volta trovato un buon posto in cui fermarsi, secondo te bisogna fermarsi definitivamente o ci possono essere più posti che vanno bene per ciascuno di noi?
Beh, questo naturalmente va lasciato all’interpretazione di ciascuno e tra l’altro, oltre al fatto che ci possono essere più posti che vanno bene per ciascuno di noi, posso anche dire che ci si può muovere e spostarsi e viaggiare anche restando nello stesso posto e poi tornare.
Tra l’altro, c’è un c’è un personaggio in questo libro che si chiama Biagio, che è l’uomo che ama le piante, che è nato da una suggestione, che ha molto a che fare con come sono fatto io, forse anche con una fase della mia vita che sto attraversando, e cioè appunto che gli uomini sognano costantemente di andare, fare, conquistare, vedere, come se la verità stesse sempre altrove e mai qui dove siamo, dove abitiamo.
E io ho pensato più di una volta, pensa che bello essere una pianta, cioè pensa che strano è, che meraviglioso e che difficile, ma anche incredibile che deve essere passare tutta la vita nello stesso metro quadro: se tu sei un albero non modifichi l’ambiente intorno a te, ma lo interpreti. Gli alberi si piegano al vento, affrontano la pioggia, le tempeste con lo stesso spirito.
Per ogni ramo o per ogni fiore che spingono in alto nel cielo, simmetricamente, affondano una radice nell’oscurità della terra. In più, con le radici gli alberi si toccano, si tengono insieme e deve essere un’esperienza veramente incredibile secondo me.
Alla fine della fiera credo che dopo aver tanto viaggiato, conquistato, visto e interpretato alla fine anche tu devi scegliere il tuo metro quadrato per piantare, per seminare: può essere una famiglia, può essere un posto dove abiti, può essere un lavoro che scegli, può essere quello che vuoi, ma secondo me alla fine è quella roba lì.
